Sinistra nel Pd o a sinistra del Pd?

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Si è infiammato un dibattito nell’area culturale e politica della sinistra italiana, che non può che interessare anche i cattolici democratici, se è vero che questa sensibilità culturale-spiritual-politica è legata non solo all’idea di laicità e di mediazione tra fede e storia, ma anche a una collocazione storica avanzata nel senso della giustizia, dell’uguaglianza e della pace. L’ipotesi lanciata da Franco Monaco di una «separazione consensuale» di un partito sulla sinistra del Pd (più di una provocazione, meno di una proposta, dice lui), sta giustamente facendo discutere molto anche la nostra area culturale.

In termini sommessi, dico che personalmente vedo tutto il problema. Il Pd sotto la leadership di Renzi sta assumendo una collocazione centrista sempre più marcata. Sia sotto il profilo delle alleanze politiche (con il Ncd che ormai ragiona di una trasformazione strategica di quello che era nato come un provvisorio governo d’emergenza sotto l’impulso del pasticcio politico-istituzionale del 2013 e della pressione di Napolitano), sia dal punto di vista della qualificazione programmatica di governo (legge sul lavoro, misure sul fisco, mutamenti nella scuola, rapporti con i sindacati). Sembra, caratteristicamente, un approccio tattico piuttosto che una svolta politico-culturale, frutto a mio parere della spregiudicatezza e del fine senso opportunistico del segretario-premier, che annusa il vento politico e sociale alla ricerca del proprio consolidamento. E in questo senso può anche alternare immagine moderata e misure più «di sinistra»: in realtà sempre meno caratterizzanti, dopo l’esordio con i famosi 80 euro, che alludevano a un disegno di redistribuzione dei redditi, oppure concentrate magari su questioni meno economicamente rilevanti, come le unioni civili o la cittadinanza degli stranieri. Niente di tragico, evidentemente: non vedo minacce per la democrazia né arretramenti  strutturali degli equilibri sociali, ma solo una politica sempre più leggera, che sorvola i problemi, alla ricerca della propria semplice affermazione. La discussa espressione «partito della nazione» sembra quasi voler significare sempre più chiaramente un partito che aderisce alla nazione reale (compresi gli evasori, che vengono titillati con la norma sul contante), puntando a vincere comunque e a qualunque costo.

A fronte di questa analisi (sommaria e grezza, mi rendo conto), si aprono indubbiamente spazi politici e programmatici a sinistra. Beninteso, io non mi sento legato al refrain di vecchi miti e parole d’ordine o a illusioni da conservatori, che pensino che il mondo non sia cambiato (secondo il facile esercizio retorico dei corifei dell’attuale assetto). Piuttosto, sono convinto che occorra rilanciare una riflessione centrata chiaramente sulla questione dell’uguaglianza e della solidarietà sociale, da rimettere al centro del dibattito, proprio in un contesto come quello degli effetti della grande crisi economica esplosa nel 2008, tutt’altro che chiusa ancora oggi. Tale crisi appare decisamente rivelatrice del fallimento di un assetto sistemico (quello della globalizzazione neo-liberista finanziarizzata), che ha incentivato diseguaglianze e instabilità, riducendo il peso sociale ed economico del lavoro rispetto alla finanza. Un assetto che quindi andrebbe profondamente corretto, mentre oggi si tende a ritenerlo «naturale», tanto da illudersi che la mitica «ripresa» economica possa avvenire tornando semplicemente ai comportamenti pre-crisi. In questa ricerca, a mio parere, dovrebbe stare l’orizzonte di una sinistra di governo, drammaticamente carente nel nostro scenario.

Se tutto questo discorso è fondato, il problema di come perseguire questo obiettivo si pone con chiarezza. Ai miei occhi appare chiaro che è illusorio pensare di poterlo perseguire «senza» o addirittura «contro» il Pd, rinchiudendosi ancora in un ghetto di illusoria opposizione globale e alternativa: occorre pensare a come prospettare un modo per guidare o almeno condizionare il Pd, partito di governo possibile, in questa direzione. Le alternative sono due: è possibile organizzare nel Pd un’area critica e alternativa alla linea che si sta attualmente seguendo? Oppure conviene costruire un’alternativa politica competitiva ma non contrapposta, pronta ad allearsi con il Pd, facendo però pesare la sua pressione correttiva? Purtroppo, nessuna delle due ipotesi è priva di incertezze e controindicazioni.

La prima ipotesi («sinistra nel Pd») chiederebbe una molto maggior chiarezza e determinazione, nel costruire un’alternativa al segretario. Ha ragione Franco Monaco nel notare che la minoranza interna si è caratterizzata in questi mesi per un’irragionevole compresenza di due elementi contraddittori: la distanza dal premier su tutti i provvedimenti (senza mai sentirsi vincolata a rispettare la disciplina di partito), e il mantenimento di posti di governo e sottogoverno in una formale continuazione di una gestione unitaria del partito. Maggior rigore ci vorrebbe, quindi, nella distinzione di responsabilità, in vista della possibile resa dei conti interna, ma anche maggior solidarietà da mostrare nelle istituzioni, rispettando le decisioni di maggioranza dopo la discussione interna al partito. Comunque, l’esigenza di continuità e di solidità delle istituzioni partitiche, sottolineata da Paola Gaiotti o da Michele Nicoletti, porterebbe ad orientarsi in questa direzione. Però mi pare si presenti un grosso problema, in questa prospettiva: la deriva attuale non dimostra forse che la soglia di contendibilità del partito si è strutturalmente alzata, fin quasi a non reggere il confronto di ipotesi politiche diverse? Non è forse un caso che Renzi, da outsider che aveva tutto contro (classe dirigente locale, gruppo parlamentare, dirigenza nazionale), vincendo solo una cosiddetta «primaria» , si sia creato in pochi mesi una base di potere assoluto, che appare solida e apparentemente poco scalfibile. Sarà che molti sono saliti sul carro del vincitore, ma questo è esattamente un segnale che parla con chiarezza della politica contemporanea: in un partito verticalizzato e leaderistico, le contrapposizioni vere di progetti politici sono sempre più difficili. Si è drammaticamente ridotta quella dimensione «orizzontale» in cui si potevano coinvolgere energie e risorse intellettuali e morali, oltre che rappresentare di fronte all’opinione pubblica un’alternativa, evidenziandone la forza culturale e sociale, per preparare il cambiamento. Dovremmo aspettare quindi che un altro Pierino televisivamente abile prenda in mano il testimone e sia in grado di contendere al segretario la leadership?

La seconda ipotesi («a sinistra del Pd») sconta per ora una frammentazione eccessiva di disegni e percorsi. Lo stillicidio di uscite individuali dal Pd non aiuta: per fare un partito nuovo, capace di equilibrare l’eventuale alleanza di centro-sinistra, ci vorrebbero massicci investimenti di persone e risorse intellettuali e organizzative. Il progetto di «Sinistra italiana», piuttosto affrettatamente sorto in queste settimane, vede impegnate molte persone equilibrate e credibili, ma appare ancora troppo una sorta di Sel allargata, per poter avere credibilità e spessore politico. Con tutto il rispetto per Sel, che credo resti complessivamente un interlocutore plausibile (dopo le due scissioni subite nella sua storia, proprio per restare comunque nell’area di governo). Tale esperienza da sola non ha però molto futuro. E poi ci sono altre ipotesi in campo, come quella di Civati o quella di Landini: siamo a un ulteriore spezzatino dejà vu della sinistra radicale? Aggiungiamo una riflessione necessaria: nel mercato elettorale il consolidamento della posizione del movimento Cinque stelle non toglie ulteriore potenziale consenso a un’ipotesi di questo tipo? L’elettorato grillino, al netto della polemica anti-casta, presenta anche un vena ecologistico-democratica che drena molti potenziali votanti per un partito di sinistra di governo.

In sostanza, ambedue le prospettive sono ardue e impegnative. Si tratta di vedere se sia possibile uno scatto di energie e risorse che mobilitino un pezzo importante di paese, in una direzione o nell’altra. Purché meditata e condivisa: il tempo è maturo.

 

Guido Formigoni

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  1. Le riflessioni di Guido sono tutte da condividere ma con una accentuazione ormai forte e decisa: il primato del governo internazionale dei problemi, dello stesso rapporto fra finanza internazionale e ricostruzione del valore ” PACE”. In questo senso oltre tutto non possiamo trascurare il segnale forte di svolta che viene dal Papato di Francesco. Guai se non avvertissimo che entriamo in una fase altra da tutta la storia del cattolicesimo democratico. identificato storicamente come una suggestiva sigla partitica, oggi è molto di più; è un appello cultural politico, una lettura della storia che va oltre il rimando alle sue stesse origini religiose per definirsi come nuovo umanesimo. La sfida è li, non nella nascita di nuove singole sigle partitiche, comunque espresse nell’uno o nell’altro paese

  2. Seguo, con più continuità rispetto al passato, il giornale Avvenire. Riscontro un sensibile cambiamento di rotta, un interesse per i problemi di fondo dell’attuale situazione mondiale, politica ed economica, un’ampia e molteplice illustrazione delle indicazioni del papa e delle loro conseguenze che mi fanno pensare a un avvicinamento, magari di fatto , non voluto, alle posizioni tipiche del cattolicesimo democratico. La cosa può avere un certo interesse e favorire qualche nuovo collegamento e potrebbe dare più forza a queste stesse posizioni all’interno del PD

  3. si avverte nel testo una contestazione personalistica sulla figura di Renzi che non tiene conto che tutto il seguito di soggetti che dentro e fuori il PD oggi lo appoggiano non sono un branco di pecoroni senza cervello, mal’asse portante del paese di oggi. fatto magari non di professoroni pontificatori ma di amministratori, imprenditori, lavoratori.
    Manca completamente la condanna per i toni e l’impreparazione dei grullini pentastellati e l’eccesso di personalismi dei fantomatici personaggi di Sinistra Italiana (obiettivo 3% è già tanto). La critica ingenerosa e scarsamente obiettiva alla manovra economica che sta facendo ripartire l’economia e la non considerazione assoluta del processo di riforme strutturali finalmente avviato.
    In conclusione si ignora un’altra possibilità: il riconoscimento di un errore sostanziale fatto dalla sinistra sino ad oggi e negli ultimi trent’anni che ha portato sempre alla sconfitta elettorale e all’incapacità di sconfiggere il berlusconismo, e partendo da questa ammissione un processo collaborante con l’attuale linea di governo che posizioni delle critiche contestualizzate su singolo argomento e non sulle persone.
    Un po di sano esame di coscienza da parte della generazione degli attuali sessantenni che rifletta su che mondo sta lasciando ai propri figli…

  4. Nel commento di Radaelli si dimentica che Prodi sconfisse per due volte il berlusconismo e che solo la assoluta mancanza di prospettiva da parte di persone miranti unicamente al proprio protagonismo gli permisero una vita politica così lunga, fino alla scissione del Pdl propiziata da Letta, un’altro erede di quella politica. Quando l’offerta politica é seria, ragionata, aperta al nuovo , ma non improvvisata, e rigorosa sul piano economico, da i suoi frutti anche dal punto di vista elettorale. Questa é storia realmente accaduta: sulla vicenda attuale, per quanto riguarda l’esito elettorale a livello nazionale, la prova deve ancora essere fatta.

    • di certo Maria Pia Bozzo nessuno può negare le due vittorie elettorali di Prodi alle quali hanno senz’altro contribuito la gran parte dei sostenitori dell’attuale esecutivo. Tuttavia nessuna delle due esperienze è durata per il tempo della legislatura e neanche è stata in grado di produrre le necessarie riforme strutturali, ergo non ha prodotto frutti. Altrettanto non ha prodotto frutti l’erede Letta che ha governato senza riuscire a produrre un cambiamento significativo. In questo senso va letta la sconfitta elettorale (se vinci ma non sei in grado di governare perchè la tua compagine non ti sostiene ma ti affossa… implicitamente hai perso!). Piaccia o non piaccia l’attuale esecutivo sta indubitamente ponendo in essere le necessarie riforme strutturali necessarie per il paese. A scadenza di mandato, vedremo anche il risultato elettorale…

  5. Non ne dubitavo: Guido ha colto perfettamente il senso della mia proposta-provocazione. Egli mostra di avere inteso la portata politica dei problemi, che non possono essere esorcizzati con un volonteroso appello unitarista. Questo era ciò che più mi premeva. Si può discutere la conclusione (io stesso, come ho anticipato, mi interrogo al riguardo e ho espresso dissenso dallo stillicidio di defezioni dal PD su base individuale, ma non posso per converso girare la testa dall’altra parte a fronte dello “scisma silenzioso” di ex elettori PD già riscontrato alle amministrative di primavera. Esso conta più della defezione di qualche parlamentare). Dicevo: si può dissentire dalla mia conclusione, non si possono misconoscere i problemi. Compresi gli attriti tra il corso renziano e una genuina sensibilità/cultura cattolico-democratica, specie nel suo versante cristiano-sociale. Mi pare significativo che lo abbia riconosciuto anche Savino Pezzotta, di sicuro non un giacobino, ma persona decisamente moderata, nel senso buono della parola. Oppure Luciano Guerzoni, presidente della Fondazione Gorrieri.
    Nino Labate, in un commento al mio articolo, evoca Dossetti. Vorrei essere chiaro: io ho qualche esitazione a farlo, perchè bisogna essere rispettosi e misurati a fronte dei giganti, i quali ci hanno insegnato, sopra ogni cosa, che ogni generazione deve assumersi le proprie responsabilità, che bisogna resistere alla tentazione di fare appello all’autorità dei Padri quando ci assumiamo responsabilità e facciamo scelte che sono per intero nostre. A nostro rischio.
    Una tale, sacrosanta cautela non ci impedisce di ispirarci, per parte nostra, a quelli che sono stati per noi dei riferimenti ideali e politici. Non così, legittimamente, per taluni cattolici liberali oggi entusiasti del PD versione renziana, che hanno sempre considerato il dossettismo come un bersaglio polemico. Sinonimo di moralismo, statalismo, giacobinismo.
    Con questa avvertenza, penso sia lecito domandare: chi si è ispirato e formato a quella scuola (spero non sia vietato) davvero non avverte contrasti sia sul modello politico-costituzionale, sia sulla idea di partito, sia sulle policies, in particolare quelle economiche e sociali?
    Labate rammenta che Dossetti accettò di fare il “pungolo” a De Gasperi da dentro la Dc. Al tempo del congresso Dc di Venezia, ove i dossettiani ingaggiarono battaglia, mi pare, fu coniata la metafora del pungolo. Sia consentito notare due decisive differenze: 1) la Dc di quel tempo era un signor partito e allora si facevano congressi, non primarie per la leadership sostitutive dei congressi; erano le tesi congressuali a generare i leader, non i leader a trascinarsi dietro tesi generiche e organi affollati di seguaci ove solo si ratificano decisioni di vertice; 2) Dossetti fece il pungolo per un tempo breve, poi, già nel 1951, decise non già una modesta “separazione consensuale” in vista di una cooperazione, ma ben più radicalmente l’abbandono della vita politica e per un dissenso insanabile appunto politico (solo una certa storiografia mielosa ci ammannisce la tesi consolatoria secondo la quale il suo abbandono sarebbe da ascrivere alla incipiente maturazione interiore di una vocazione religiosa. Non è così: era dissenso politico dal corso degasperiano).
    Infine, azzardo una ipotesi. Se le cose dovessero evolvere in un certo senso (quello già in atto) e la prospettiva del ballottaggio contemplato dall’Italicum dovesse profilarsi ad altissimo rischio per il PD (come in realtà risulta da più di una rilevazione degli orientamenti politici) non escludo che possa essere lo stesso Renzi non dico a patrocinare, ma magari ad auspicare e, possibilmente, governare una separazione in vista di un centro-sinistra con il trattino più competitivo. E tornare al premio di coalizione. Non una bestemmia, se si considera che era questa la soluzione originaria, votata alla Camera in prima lettura.
    Franco Monaco

  6. Si vede troppo bene dall’intervento di Alessandro Radaelli il pregiudizio di quel che io trovo fastidioso negli amici «molto renziani », quando per prima cosa « avverte nel testo una contestazione personalistica sulla figura di Renzi ».
    Capisco e rispetto la sua reazione un pò passionale, ma non ho mai visto anche fra i “tifosi”, perfino i più accaniti, di Prodi, Veltroni o Bersani una simile preoccupazione personalistica. E come si fa a contrapporre all’interno di un partito come « l’asse portante del paese di oggi » le categorie degli aderenti che sono « amministratori, imprenditori, lavoratori » contro la categoria di altri aderenti al PD definiti « professoroni pontificatori » perché esprimono alcune critiche all’interno del partito o verso il governo ? Davvero talvolta una parte dei nostri amici più convinti d’esser senza fallo e su tutto nel giusto, seguendo Renzi, appaiono di tanto in tanto, e a torto, « un branco di pecoroni senza cervello » anche se non lo sono affatto !!
    Per esempio : siamo tutti d’accordo circa « l’impreparazione dei grullini pentastellati » che loro stessi spesso ammettono (e non mi piace questo tipo di sarcasmo da berlusconiani…), ma forse proprio per questo tanta gente li vota…
    E va pure bene magari denunciare « l’eccesso di personalismi dei fantomatici personaggi di Sinistra Italiana », ma il disagio politico di cui si fanno portatori é reale e se mai davvero ci portano via il 3% beh è tanto e non lo si compensa correttamente con un 3% di voti ex berlusconiani che vengono al PD per opportunismo.
    Altro esempio, non esageriamo con il trionfalismo per la « manovra economica che sta facendo ripartire l’economia », ne siamo fieri e contenti, ma se va un pò meglio ci sono altre cause importanti che tutti conoscono.
    E per il futuro l’amico Radaelli ammetterà che questa generazione che forse appare a lui come “tutta renziana” deve ancora dimostrare di saper fare meglio « della generazione degli attuali sessantenni… che ha portato sempre alla sconfitta elettorale e all’incapacità di sconfiggere il berlusconismo », come afferma, dimenticando appunto che invece con Prodi l’ha sconfitto per due volte. Grazie alla cara Maria Pia di averlo pacatamente ricordato…
    E speriamo che anche Renzi, mentre sta imparando a fare il Presidente del Consiglio pian piano sempre meglio, vogliamo sperare, si renda conto intanto che non é in grado di fare anche il segretario del PD come i fatti dimostrano ormai da mesi (e il caso Fanfani ha dimostrato da 50 anni, fin dal 1958 – 59, cioé dai tempi della generazione degli attuali novantenni, e oltre, ma che non smette di servirci se non siamo « un branco di pecoroni senza cervello »).
    Paolo Sartini (Circolo PD Parigi)

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