L’unità necessaria tra cattolicesimo democratico e cattolicesimo sociale

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di Sandro Antoniazzi

Nella storia del nostro paese, il cattolicesimo democratico e il cattolicesimo sociale hanno rappresentato due tradizioni chiaramente distinte che, pur ritrovandosi in certi casi a condividere battaglie comuni, hanno sempre mantenuto la loro diversità.

Lo scopo di questo scritto – prendendo atto dell’attuale debolezza pubblica di entrambe e nello stesso tempo del cambiamento radicale in atto nella società – è quello di proporre l’unificazione di queste due componenti, per una necessità storico-politica e come condizione per un loro rilancio. Non solo; questa scelta potrebbe consentire di fare di quest’area democratico sociale un importante polo di innovazione, di elaborazione e di riferimento per la trasformazione della politica italiana.

Per introdurre i problemi è opportuno partire da qualche sommario cenno storico.

Il cattolicesimo democratico, la sua impasse e la crisi della democrazia

Il cattolicesimo democratico è nato, come dice la parola stessa, per cercare, particolarmente alle origini, una forma di convivenza possibile tra la democrazia e la Chiesa, che a lungo ha visto la novità politica della modernità come un vero attacco frontale alla religione e al cristianesimo (basti ricordare l’ultimo degli ottanta errori elencati dal Sillabo di Pio IX: “Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e colla moderna civiltà”). Compito non facile dunque quello dei cattolici democratici, spesso rimproverati e sconfessati nei loro generosi tentativi di mediazione; ancor più difficili in Italia, essendo in vigore il “non expedit”, a causa della questione romana.

La prima seria esperienza di autonomia politica dei cattolici fu quella del partito popolare di don Sturzo, durata troppo poco per riuscire a formare nel mondo cattolico una durevole coscienza democratica.

Considerando il “non expedit”, le due guerre e il ventennio fascista, gli anni per la sedimentazione di una possibile esperienza di democrazia a livello di massa sono stati decisamente pochi; ciò che non è rimasto senza conseguenze nella storia politica italiana e che conserva tuttora la sua influenza.

Nel secondo dopoguerra, l’avvento della Democrazia Cristiana ha rappresentato un’importante esperienza di democrazia, soprattutto se colta a livello generale, nell’avere costituito il fulcro della difesa e dell’affermazione della democrazia stessa in contrapposizione al comunismo. Ma per svolgere questo ruolo, l’apporto diretto e a volte sovrastante della Chiesa (i comitati civici delle elazioni del 1948, i pronunciamenti di voto da parte dei vescovi fino agli anni ’60) ha certamente limitato la possibilità di un’esperienza politica autonoma.

La DC ha finito per affidarsi, più che alle proprie capacità di elaborazione e proposta politica, alla certezza di poter contare sul consenso del popolo cattolico garantito dalla costante opera di pressione della Chiesa.  Quando questo appoggio è venuto meno, per tante ragioni, la DC si è trovata ad essere abituata ad amministrare, ma senza un respiro e una prospettiva capace di misurarsi sui problemi del paese. Questa situazione ha tra l’altro causato il mancato chiarimento del rapporto tra il sociale e il politico: il fattore di congiunzione non veniva individuato nella chiara esplicitazione di questo rapporto, ma era dato per scontato nella comune appartenenza alla grande famiglia cattolica.

Certamente, comunque, i valori democratici di tante battaglie delle personalità più consapevoli sono stati di grande rilievo: basti pensare a quanto la Costituzione deve a uomini come Dossetti, La Pira, Moro; la battaglia culturale per l’apertura a sinistra; il dialogo costante con la parte laica per individuare mediazioni sui temi scottanti del divorzio, dell’aborto, delle unioni civili, e così via.

Da ultimo i cattolici democratici si sono impegnati nell’esperienza di dar vita, assieme agli eredi della sinistra di un tempo, ad un unico partito, il PD, la cui esistenza, pur ormai affermata, è perennemente al centro di discussioni e di ripensamenti. Per semplificare, si potrebbe dire che l’incontro architettato tra le due culture sembra aver posto un freno ad entrambe, senza riuscire nel contempo a dar vita a una cultura nuova e diversa. Forse l’amalgama della convivenza comune potrà nel tempo costituire l’humus per una nuova elaborazione, che però al momento non trova riscontri.

Per concludere, il cattolicesimo democratico è fermo di fronte a questo impatto che non presenta soluzioni, almeno nel breve periodo, ma ancor di più è fermo per un problema ben maggiore. Anche superato questo ostacolo preliminare, si troverebbe ad affrontare quella che viene chiamata la “crisi della democrazia” nella società contemporanea.

Senza entrare nel merito di una questione tanto complessa, di sicuro appare evidente che la supremazia assunta dal fattore economico, tanto più al livello del capitalismo liberistico mondiale, rende estremamente debole e a volte persino marginale il potere degli Stati democratici (uno dei motivi ricorrenti della contestazione populista). Già Scoppola, parlando della fine del progetto di cristianità, sosteneva che la causa andava ricercata nel consenso di massa che era intervenuto a favore di uno sviluppo incessante di benessere. Oggi la situazione si è ulteriormente complicata, ma il problema di fondo permane: la democrazia è in grado di affrontare questa realtà? Se la risposta è positiva, non può trattarsi solo di una democrazia procedurale, ma di una democrazia ben più robusta e incisiva.

Il cattolicesimo sociale, la sua maggior fortuna e il suo limite

Se ora ci rivolgiamo al cattolicesimo sociale, è indubbio che sul piano della realtà storica abbia avuto maggiore fortuna del cattolicesimo democratico; infatti non ha trovato gli impedimenti del “non expedit”, anzi ne è stato favorito in quanto il veto all’impegno politico ha sostanzialmente dirottato le forze cattoliche verso l’impegno sociale.

Si è trattato di un impegno certamente diffuso, ma caratterizzato da molti limiti. Più che la dimensione specifica dei problemi, dominava la preoccupazione religiosa di non perdere i propri fedeli di fronte al crescere impetuoso del movimento socialista (non per niente, anche per via del tradizionale ossequio all’autorità religiosa, molte attività venivano promosse e dirette da sacerdoti).

Inoltre, mentre si andavano affermando le posizioni classiste, la dottrina cattolica rimaneva saldamente ancorata agli ideali dell’armonia tra le classi (pertanto si dava preferenza, sul piano ideale, a improbabili società miste, di lavoratori e padroni assieme, piuttosto che al sindacato dei soli lavoratori).

Infine, non va trascurato il paternalismo imperante che limitava molto l’operatività delle varie associazioni, composte da fedeli che aderivano più per motivi religiosi che per ideali sociali ed erano portati più all’obbedienza che all’iniziativa.

Quando Leone XIII pubblicò l’enciclica “Rerum Novarum” nel 1891, il movimento cattolico sociale ne uscì rafforzato e legittimato, ma in larga misura assunse l’enciclica non come un documento di principi, ma come un programma compiuto a cui attenersi. In sostanza non avvertiva l’esigenza di una conoscenza più approfondita e specifica: i grandi principi dell’enciclica erano sufficienti per motivare e determinare l’azione.  Del resto, questa tendenza trovava una conferma nella definizione della democrazia cristiana, espressa in una successiva enciclica (Graves de communi, 1901) dallo stesso Leone XIII, come di “un’azione benefica verso il popolo”. Riscontriamo qui un carattere peculiare di gran parte del cattolicesimo sociale italiano: portato prevalentemente alle opere, alle realizzazioni sociali pratiche (anni dopo Dossetti avrebbe lamentato che il limite della Chiesa italiana consisteva nel fatto che per il 95% era portata al “fare”). Lo storico Francesco Traniello, in una relazione a un convegno lombardo delle Acli, affermava che al movimento sociale cattolico era mancata un’adeguata copertura culturale che lo liberasse da tante ipoteche: corporativismo, confessionalismo, intangibilità della proprietà, rifiuto della moderna democrazia politica.

Un tentativo di superamento di questa situazione venne, per breve tempo, dalla concezione di Sturzo che considerava il sindacato, e le altre attività sociali, come strettamente connessi al partito; separati e autonomi, ma avendo come riferimento il partito, considerato l’organo “sintetico”, dotato di un’azione generale rispetto a quella particolare del sindacato; posizione che risolveva il problema del legame del sociale col politico, ma in una forma troppo rigida e oggi superata, non dissimile d’altronde da quella in atto nei partiti socialisti.

Un vero e sorprendente cambiamento si è avuto in questo dopoguerra: in modo del tutto inaspettato, dato il contesto dell’epoca, il sindacato scelse di non qualificarsi in senso confessionale, ma di costituirsi come sindacato democratico. Si trattò di un fatto di grande rilievo per quanto riguarda l’autonomia dei credenti, anche se la Chiesa lo interpretò più come una scelta dovuta a cause di forza maggiore che non un segno di novità anche ecclesiale (ciò che avrebbe dovuto progressivamente fare anche la DC, se ne fosse stata capace). Anche la successiva decisione a favore dell’incompatibilità tra cariche sindacali e cariche politiche, in vista di un’auspicata unità sindacale, si muoveva nella stessa direzione: il sindacato allora, a motivo della propria forza, poteva ben definirsi “soggetto politico”, e tanto più lo sarebbe stato con l’unità (ciò che preoccupò non poco i maggiori partiti). Però, una volta superata questa fase eccezionale di notevole potere del sindacato, nella situazione attuale di grande debolezza del lavoro e di fragili rapporti unitari, le scelte di allora appaiono oggi come un distacco dalla politica e una rinuncia alla rappresentanza politica del lavoro.

Se poi osserviamo l’area del volontariato, dell’associazionismo, del terzo settore, si può dire che o per la loro originaria natura di indipendenza o per condizioni di fatto (lavorando spesso in base a bandi e appalti pubblici) rifuggano dall’impegno politico, continuando così la consueta tradizione cattolica della preferenza per l’impegno sociale rispetto a quello politico.

La conclusione che si può trarre da queste considerazioni è che il movimento sociale cattolico ha certamente “fatto” molto, ma rimane del tutto irrisolta e si può dire neppure affrontata la questione di come sia possibile passare dall’impegno sociale all’impegno politico e di come dare valore politico a questo diffuso impegno sociale.

A questo si aggiungono oggi le difficoltà dovute alle imponenti trasformazioni in corso, per affrontare le quali non è più sufficiente l’esperienza e la pratica (che hanno sempre costituito la forza del sindacato e dei suoi militanti), ma occorrono conoscenze adeguate, di cui è necessario dotarsi.

In sostanza da questo rapido esame emerge che il cattolicesimo democratico e il cattolicesimo sociale si trovano di fronte agli stessi problemi: in concreto entrambi segnano il passo perché nella presente nuova situazione non sono riusciti ad individuare una prospettiva di risposta; per cui il sindacato si limita in larga misura ad una posizione difensiva ed il cattolicesimo democratico non va oltre occasionali testimonianze.

Il salto di qualità richiesto a entrambi

Per affrontare questa situazione occorre un salto di qualità da parte di entrambi: il sindacato deve operare scelte coraggiose, innovative e trasformatrici, che vadano al di là della ripetizione del modello di ieri, ormai spuntato; il cattolicesimo democratico deve superare un’idea di democrazia formale, diventata ormai solo un luogo comune (siamo tutti democratici, anche Salvini è democratico, anzi la Lega è nei sondaggi il maggiore partito democratico d’Italia), per assumere e sviluppare un concetto di democrazia sostanziale, in quanto strumento vitale e adeguato per affrontare i grandi temi attuali.

In altre parole, le due tradizioni oggi si incontrano di fatto nell’idea di una democrazia integrale e sostanziale, con cui soddisfare l’esigenza irrinunciabile del salto di qualità necessario. (Nello stesso senso si pronunciava alcuni anni or sono, nel contesto francese, lo studioso Pierre Rosanvallon: “E’ giunto il momento di lottare per una democrazia integrale, risultante dalla compenetrazione degli ideali a lungo separati del socialismo e della democrazia”). Democrazia sostanziale significa che i gravi problemi aperti che abbiamo davanti sono nel contempo problemi sociali (in quanto interessano le grandi masse dei cittadini e dei lavoratori) e problemi politici-democratici (perché richiedono cambiamenti profondi della legislazione nazionale e internazionale e prima ancora degli orientamenti politici). Non c’è oggi nessuna battaglia significativa che possa essere solo sociale o solo democratica, perché i cambiamenti intervenuti e in atto riguardano la realtà sociale (la società), ma essendo complessi esigono apporti culturali e politici per rendere possibile la trasformazione.

Inoltre, considerando che la maggior parte dei problemi riveste oggi una dimensione mondiale, questa esigenza è ancor più rafforzata dalla necessità di promuovere regole e accordi internazionali che si muovano in una direzione democratico sociale coerente.

Se ora esaminiamo alcuni dei grandi problemi attuali, queste affermazioni trovano una conferma tanto immediata quanto evidente.

Si pensi al tema del lavoro, la cui problematicità attuale è sotto gli occhi di tutti: delocalizzazione di intere fabbriche e produzioni, lavoro sempre più atomizzato, abbondanza di terziario senza regole, mancanza di lavoro e lavoro poco pagato; e, nel contempo, innovazioni tecnologiche, smart-working, intelligenza artificiale e così via. Gli strumenti di difesa di ieri sono sempre più insufficienti e vanno rinnovati e cambiati. Per stare alla pari della concorrenza internazionale occorrono aziende moderne con lavoratori preparati, ciò che richiede un grande investimento nella conoscenza dei lavoratori. Troppo lavoro, svolto da italiani e stranieri, è attualmente mal pagato; è necessario pertanto stabilire, d’intesa col sindacato e in collegamento coi contratti, una forma di salario minimo che impedisca quello che costituisce un vero e proprio sfruttamento. Nel mondo del lavoro oggi sono presenti tante persone con una buona base culturale e che esprimono un’esigenza di autonomia personale; questo contrasta decisamente con la realtà delle aziende dove sono tuttora in vigore, giuridicamente e spesso di fatto, i vecchi sistemi tradizionali. La necessità di sperimentare forme partecipative e di dar vita a nuovi modelli di impresa è ormai all’ordine del giorno.

Conoscenza, partecipazione, salario minimo sono alcuni degli obiettivi di una profonda trasformazione del lavoro: si tratta di battaglie che non possono essere solo sindacali, ma che richiedono un parallelo impegno politico e un largo consenso di opinione pubblica perché mirano a una trasformazione della società italiana.

Un altro problema costantemente all’ordine del giorno, tanto in Europa quanto nel mondo, è quello dell’immigrazione. Tema sociale per quanto riguarda l’accoglienza, il lavoro, la casa, i servizi sociali e sanitari, ma tema eminentemente politico per quanto attiene alla regolarizzazione, ai rapporti cogli altri paesi, all’inserimento civile e politico, ai problemi multietnici e multireligiosi. Come non vedere che non si può agire su un solo piano? In questo caso i piani sono molteplici, sociali, politici, culturali, religiosi e sono tutti piani su cui sarebbe importane sviluppare un impegno almeno parallelo e, meglio ancora, coordinato.

Un ulteriore problema, al centro ormai della coscienza internazionale, è quello ambientale che richiede interventi tanto negli ambiti produttivi (il sindacato internazionale parla di un piano di transizione da concordare) quanto a livello dei comportamenti delle persone. La soluzione migliore consisterebbe nel procedere progressivamente affinchè accanto a regole sempre più stringenti, cresca anche la coscienza collettiva: cambiamenti delle realtà produttive e cambiamenti delle regole dovrebbero marciare di pari passo.
Gli esempi potrebbero continuare – tanto più se si entrasse nella sfera economica, sociale o in quella mondiale – ma quelli citati sono sufficienti per fornire l’idea che oggi la maggior parte dei problemi si presentano come multidimensionali: da qui la difficoltà di affrontarli e da qui la necessità di unire forze sinora separate per poter dotarsi delle capacità necessarie per questo compito.

Dar vita a un’unica forza, ma non un partito

Da questo, ritengo, scaturisca l’esigenza e l’urgenza che il cattolicesimo democratico e il cattolicesimo sociale si uniscano per dar vita ad un’unica forza, che possiamo chiamare democratico sociale, in grado di affrontare i gravi problemi del nostro tempo, aprendo una prospettiva innanzitutto di comprensione e poi di elaborazione e di impegno. Questa forza, raggruppamento, unione, sodalizio dovrebbe avere un carattere politico, sociale, culturale; è una forza che non richiede iscrizioni ma solo adesioni morali; è costituita da tutti coloro che credono in una prospettiva e la sostengono col proprio impegno (direi persone, non associazioni per evitare gli usuali logoranti problemi di mediazione).

Questa forza deve diventare capace di elaborare, di proporre, di innovare, di essere una forza di trascinamento al nuovo, alle trasformazioni e nel contempo deve essere capace di promuovere un grande movimento di elevazione culturale a livello di massa, condizione prima di uno sviluppo di una democrazia vera.

A me sembra questo il grande compito storico che il cattolicesimo democratico sociale, anche sulla scia dei discorsi di Papa Francesco, debba assumere. Non un partito (non esistono oggi né le condizioni, né gli orizzonti per dar vita a un partito cattolico), ma una forza significativa che faccia sentire il suo peso militante nell’area di centro sinistra, nei diversi modi che le singole persone o i gruppi riterranno opportuni.
Per dar vita a questo occorre promuovere un grande patto nazionale, a partire da un’assise che esprima un manifesto di avvio e le regole essenziali.

Un’aggiunta indispensabile: il ruolo della Chiesa

Questo discorso non può prescindere da una riflessione relativa alla Chiesa italiana. Non si può parlare di un cattolicesimo democratico sociale senza riferirsi alla realtà della Chiesa italiana che su questi problemi si trova in generale in una situazione di impasse. Non può crescere un movimento cattolico democratico sociale se contemporaneamente non c’è sintonia e ripresa di interesse anche nella Chiesa.

Senza entrare nei grandi problemi, ritengo che si dovrebbe chiedere alla Chiesa un impegno almeno su alcuni punti essenziali:

  1. Riaprire la possibilità di ridiscutere di politica negli ambienti cattolici, compresi quelli parrocchiali.

Il divieto pratico in atto – al fine di evitare gli scontri tra tante posizioni diverse e contrastanti – di fatto porta acqua al mulino dell’indifferenza politica. Da una parte la CEI invita alla partecipazione e all’impegno politico, dall’altro si assumono atteggiamenti pratici di segno opposto. Tornare a parlare di politica nelle parrocchie – considerando che la fede nel vangelo dovrebbe costituire un fattore di unità superiore alle scelte partitiche – è un punto di partenza fondamentale per una ripresa dell’impegno politico.

  1. Oggi tutti i problemi sono complessi. Le parrocchie rivestono un ruolo essenziale per la pastorale sacramentale, la partecipazione popolare e il catechismo dei ragazzi. Ma ciò oggi è decisamente insufficiente. Gli adulti cristiani non ricevono alcuna formazione e devono farsela personalmente.

Pertanto, una seconda cosa da chiedere alla Chiesa è la decisione di aprire una formazione cristiana a livello adulto, magari con iniziative interparrocchiali (decanali), dove si affrontino anche i problemi del tempo.

  1. Rivolgendosi agli adulti è necessario che vi sia una qualche forma, sia pure modesta, di apertura al confronto sulle questioni morali, dove ormai il distacco tra le affermazioni di principio e la realtà in atto sta diventando profondo. Quanti sono oggi i cattolici che si sposano civilmente (con uno straniera/o, in seconde nozze, con un non credente o col credente di un’altra fede, ecc..), oppure che convivono per tante ragioni diverse? E’ difficile pensare a una formazione adulta, se si è molto distanti dal modo di vita della gente. Occorre perlomeno un’apertura nel senso che siano considerati problemi di cui si possa discutere seriamente senza giudizi scontati.

Se il cattolicesimo democratico sociale intende veramente aprire una seria battaglia per la trasformazione della società, non può mancare di aprire una cordiale discussione nella Chiesa per scuotere dove necessario una situazione ferma da troppo tempo.

Sandro Antoniazzi     

(Settembre 2020)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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4 Comments

  1. Grazie di questa riflessione approfondita e stimolante. L’ho ripresa sul mio blog. https://bloglascommessa.com/2020/08/30/politica-nel-mondo-cattolico-si-muove-qualcosa/
    Saluti
    Giovanni Giuranna

  2. L’appello di Sandro Antoniazzi per una forma di coordinamento e di ridefinizione di un impegno comune di quei cattolici che si sentono parte dei filoni del cattolicesimo democratico e sociale (e la cui scelta di campo politica esclude approdi a destra) è a mio parere condivisibile e personalmente mi ero spinto a lanciare (non unico, anche altri si erano espressi più o meno in questo senso) una simile proposta tempo fa dalle pagine di Avvenire. Credo che occorra uno sforzo di generosità e di apertura: a nessuno è richiesto di rinunciare alle proprie specificità e peculiarità ed è ovvio che tra soggetti di grandi dimensioni e piccole realtà associative ci sono differenze di organizzazione, obiettivi, ecc. Ma se l’obiettivo è di tipo “culturale” – e sappiamo quanto ci sia bisogno di questo, ancora di più nell’era del covid o – speriamo – post-covid – non importa “quante divisioni” ognuno ha, ma quale contributo di idee e proposte può dare per delineare linee di lavoro comuni, nel solco del magistero illuminante e innovativo di Papa Francesco. Uno sforzo del genere deve però chiarire fin dall’inizio (Antoniazzi lo fa, opportunamente, in modo molto esplicito) se allo sfondo c’è l’intenzione di formare un nuovo partito politico di ispirazione cristiana. Tale chiarimento è indispensabile per evitare equivoci ed eventuali diffidenze da parte dei soggetti che dovrebbero partecipare. Mentre discutiamo di questo, il prof. Zamagni – che tutti stimiamo – e altri si sono dati appuntamento il 4 ottobre (sempre che sia confermato), senza sciogliere, almeno per ora, l’enigma sulla natura di tale convocazione (lancio/ proseguimento di un’iniziativa culturale o fondazione di un nuovo partito). Nel primo caso, sarebbe opportuno un dialogo anche con questa esperienza; nel secondo caso ci sarebbe un ulteriore interlocutore partitico con cui confrontarsi ma certamente con uno spirito diverso rispetto a un movimento culturale potenzialmente coinvolgibile nella strategia delineata da Antoniazzi. Nel frattempo, sforziamoci di rafforzare i legami interassociativi che già esistono, già formalizzati (come la rete c3dem) ma anche informali, comunque importanti. Da ultimo, credo che una relazione più continua con quei cattolici che sono impegnati in politica, non solo nazionale, nel rispetto dei ruoli e senza confusioni di sorta, sia un’altra delle iniziative da portare avanti.

  3. L’intervento di Sandro Antoniazzi mi pare sollevare questione importanti. Penso all’enorme problema per cui oggi abbiamo una delle parti più vivaci della chiesa e della società italiana – quello del volontariato, della cooperazione e dell’impegno per gli ultimi – che non ha affatto rappresentanza e visibilità politica, riducendosi nell’immagine pubblica solo al volto di alcuni “preti sociali” (appunto… nemmeno di laici si tratta spesso e questo comporta che se fanno politica la fanno “a modo loro”).
    Osservo però che egli parte da una definizione dei due campi “cattolicesimo democratico” e “cattolicesimo sociale” un po’ diversa da quella che io userei. Sembrerebbe che i primi sono quelli che si sono occupati della democrazia formale e i secondi della società reale. Il mio schema mentale identifica invece i primi all’incrocio tra laicità della politica e conseguente mediazione dell’identità religiosa (da una parte) e collocazione avanzata nei conflitti della propria epoca in termini di giustizia e di uguaglianza (di “sinistra” per intenderci, dall’altra). Atteggiamento, quest’ultimo, che io vedo condiviso storicamente dal cristianesimo sociale, mentre i cattolici sociali come idealtipo sono stati storicamente meno sensibili sul primo fronte, più identitari e meno attenti al realismo della mediazione politica. Se sta questo ragionamento, occorre riconoscere che tra i due mondi c’erano sempre state vicinanze parziali, quanto approcci diversi per altri aspetti (diciamo una banalità: Sturzo era stato un organizzatore sociale prima di fondare il Ppi). Tanto che se citassi figure storiche importanti come Ermanno Gorrieri o Pierre Carniti o Giovanni Bianchi, vedrei già le due sensibilità molto vicine o addirittura intrecciate tra loro.
    Quindi, penso che l’appello di Sandro a un nuovo riconoscimento reciproco sia del tutto sensato, ma che comporti sostanzialmente un lavoro di verifica e poi di incontro che non è affatto scontato nella pratica del nostro paese. Mi chiederei se negli ultimi anni questi due atteggiamenti si sono avvicinati o forse addirittura allontanati… Ci sono stati (non so se ci siano ancora…) cattolici democratici piuttosto disattenti alla loro necessità di rappresentare mondi sociali ampi, come ci sono stati e ci sono cattolici sociali che ancora sono convinti che la società in fondo si riformi solo con l’azione “dal basso”, nell’autonomia dalla politica considerata per definizione negativa e corruttrice.
    Quindi bisogna in primo luogo capire chi sono e come la pensano oggi coloro che si riconoscono in queste definizioni: non mi pare scontato. E poi lavorare – come sempre – nei confronti di ambedue i mondi, in una direzione assieme duplice e convergente per avvicinare e forse anche integrare le due prospettive.

  4. A discapito delle apparenze, che vorrebbero relegare le culture politiche a meri ornamenti, ripensare oggi ad una sinergia fra cattolicesimo democratico e sociale mi sembra un esercizio utile e per certi versi cruciale, in ragione delle sfide che ci sono consegnate. Innanzitutto è un invito quanto mai attuale a praticare una giusta sintesi tra la realtà comunitaria dell’impegno quotidiano personale, professionale e sociale da un lato e la loro giusta rappresentanza nelle sedi democratiche dall’altro.
    Eppure c’è di più. Tutt’altro che tramontate, queste categorie di cultura politica sono infatti tra i pochi strumenti che ci rimangono per parlare delle fondamenta, in un momento in cui tutte le evidenze ci incoraggiano a ripartire da lì, senza fretta e senza improvvisazioni.
    Tuttavia, mi sembra che per prendere corpo queste visioni avrebbero bisogno oggi di un ‘corpo a corpo’.
    E se dialogo deve essere, perché non ripartire proprio dal tema della laicità e del rapporto con il potere, rispetto alla cui interpretazione sembrano potersi distinguere un cattolicesimo democratico ed uno sociale? Ad esempio, potremmo ripartire dal famoso brano evangelico del tributo dovuto a Cesare, che ha rappresentato spesso un crocevia proprio rispetto al tema della laicità, se non altro per la domanda quotidiana e popolare da cui parte (è giusto pagare le tasse a Cesare?).
    C’è a questo proposito un punto di vista ben espresso da Rosy Bindi nel libro ‘Quel che è di Cesare’. Mi sembra rappresentare bene quella tradizione di impegno battagliero ma seriamente esperto di mediazioni democratiche, quando dice così: “Il pronunciamento più spirituale e politico di Gesù è anche la prima grande lezione di laicità della storia. Come credente voglio camminare anche insieme a chi non è credente, ma chiedo lo stesso rispetto. Chiedo di superare il pregiudizio nei confronti dei cristiani. Sono pronta a dare credito alla profonda onestà intellettuale di chi la pensa diversamente da me, disponibile a incontrare le sue ragioni, ad ascoltare il suo punto di vista. Ma vorrei essere riconosciuta nella mia razionalità e nella mia libertà”. Ecco, appunto, il campo della politica è quello della laicità, dove si esercitano e si condividono ragione e libertà.
    Diceva invece Dossetti nel 1987 nel discorso ‘Per la vita della città’: “[Mt 22,21] non è poi così sicuro che voglia fondare la distinzione delle due sfere e delle relative podestà… Si può dire che è molto più probabile che Gesù abbia avuto un’intenzione più sottile: la moneta del tributo appartiene a Cesare perché ha di Cesare l’immagine e perché ha l’iscrizione e quindi è marcata da segni idolatrici e non può essere legittimamente posseduta ma va resa a Cesare”. Ed è a partire da questa interpretazione biblica, insieme a molte altre, che Dossetti, senza rinunciare alla possibilità di un impegno per la città dell’uomo, arriva a delineare delle ‘condizioni ben precise’ perché si possa pensare ad un ‘progetto sociale cristiano’: una netta distinzione dalla comunità di fede, una genialità creativa giocata nell’interpretazione dell’oggi e un senso di giustizia disinteressata e di carità genuina.
    Ecco, senza volerli etichettare per forza nei due termini della questione, mi sembra che queste citazioni esprimano punti di vista diversi ma non siano affatto reciprocamente esclusivi, tanto che non è difficile riconoscerne la radice comune in un patrimonio condiviso dai loro autori: la sfida sta nel capire come possano illuminarsi a vicenda ed andare insieme, perché in realtà insieme sono andati nella nostra storia migliore, si direbbe come due facce della stessa moneta. Non è più possibile dimenticare, infatti, che un cristiano è tale proprio perché si sottopone alla ‘misura comune’, anche nel campo democratico, riconoscendone il valore e la grande dignità, superando storiche pretese di superiorità e complessi di inferiorità. Nello stesso tempo ci è chiesto di superare la dicotomia fra le due sfere, di provare a rimettere tutto il vissuto, personale e comunitario, alla luce del Vangelo. In questa sana contaminazione, il Concilio ci ha dato tutti gli anticorpi necessari per non cadere in contraddizione ed evitare di incantarci davanti all’idea di un cattolicesimo che possa bastare a sé stesso.
    Come sarà possibile? Un ripensamento si rende necessario, a partire dal vissuto quotidiano, senza però tralasciare il gusto dei fondamentali. Sarebbe un’occasione mancata se non riconoscessimo che Papa Francesco ci dà in questo una testimonianza, con un modo di fare che genera processi più che proselitismi, che non chiede ammirazione ma condivisione di alcune scelte preferenziali. Occorrerà ripartire dalle periferie e ritrovare in quelle strade il gusto della fraternità: in fondo non si tratta di un patrimonio esclusivo della fede cristiana ma non possiamo pensare di poterne fare a meno.
    Se il campo sarà questo, il dialogo darà il suo frutto.

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