Al convegno di c3dem a Modena spiragli per una nuova stagione di impegno politico

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Il convegno che la rete c3dem ha tenuto a Modena il 1° dicembre – “Cambiare rotta. Equità e sostenibilità alla luce della Laudato si’” – ha raggiunto almeno uno dei suoi scopi, quello di verificare che il cattolicesimo impegnato in politica, con l’ambizione di un avanzamento democratico e di un di più di giustizia sociale, conserva una sua vitalità, anche se in forme nuove, che hanno minore visibilità, e con un impatto sulla dinamica sociale e politica del paese che è difficile da valutare.

Di per sé, la rete c3dem, in quanto tale, non mostra, in questa fase, una particolare vitalità. Anche il numero dei presenti a Modena non è stato esaltante (una sessantina i presenti al mattino, la metà nel pomeriggio). Sebbene le associazioni che singolarmente ne fanno parte restino vive, e tra esse le quattro fondatrici (“Agire Politicamente” ha di recente presentato a Roma una interessante pubblicazione del suo coordinatore, Lino Prenna, Salire al cielo solcando la terra, che ne ha discusso con Gianni Cuperlo; “Città dell’Uomo” ha pubblicato gli atti di un interessante convegno sui suoi trent’anni di vita, 1985-2015, Cattolici democratici alla prova, come quaderno della sua bella rivista “Appunti di cultura politica”; “Argomenti 2000”, coordinata da Ernesto Preziosi , si è incamminata in un lavoro di radicamento territoriale di qualche interesse, sebbene al di fuori di c3dem; la “Rosa Bianca” mostra di riuscire a parlare ai giovani, e comunque ci prova, in particolare nei suoi campi estivi), certo esse riescono ancora poco ad alimentare un effettivo lavoro di rete (tranne in parte per il sito c3dem.it), cioè faticano molto a mettere in piedi un confronto culturale e politico a più voci, a produrre un’elaborazione collettiva di idee e di proposte in grado di incidere in qualche modo nel dibattito pubblico.

Il convegno di Modena ha però dato modo di vedere come, nel più ampio mondo dell’associazionismo cattolico – quello di più forti tradizioni (come Acli e Azione cattolica) o che sì è costruito una sua presenza vitale negli ultimi decenni (come Sant’Egidio), quello più strutturato nella comunità ecclesiale (come la Caritas) e, più in generale, quello che di continuo dà vita a gruppi locali di impegno tanto ecclesiale quanto sociale -, sia viva oggi la volontà di fare i conti con la deriva antisolidarista che la scena politica nazionale, e non solo nazionale, sta purtroppo evidenziando; e che, certo, riguarda anche la stessa base cattolica del Paese. Di questa vitalità ha dato testimonianza, nel convegno, in modo particolare, come diremo, l’intervento di Leonardo Becchetti, economista, editorialista del quotidiano Avvenire (altro soggetto oggi vitale del mondo cattolico italiano) e protagonista di molti percorsi innovativi che vanno in direzione della costruzione di maggiore equità sociale e di vie di sviluppo incentrate su equità e sostenibilità. Percorsi che vedono camminare insieme pezzi di associazionismo cattolico e tante realtà dell’associazionismo laico. La stessa sede che ha ospitato il convegno modenese, quella del Centro culturale “Francesco Luigi Ferrari”, una delle realtà della rete c3dem, è crocevia di un variegato mondo di associazioni, cattoliche e laiche, impegnate sul piano sociale ed ecologico e radicate sul territorio. Lo ha spiegato Paolo Tomassone, il suo presidente. Lo ha testimoniato il vice sindaco di Modena, e già presidente del Centro Ferrari, Gianpietro Cavazza.

A dare il via alla tavola rotonda, con un momento di preghiera, dopo il saluto iniziale del coordinatore di c3dem, Sandro Campanini, è stato don Giovanni Nicolini, della famiglia dossettiana della Visitazione e oggi assistente nazionale delle Acli.

Giannino Piana, teologo moralista, ha individuato gli elementi portanti dell’enciclica Laudato si’, consentendone una messa a fuoco di grande lucidità. Ha spiegato come la proposta di un’ecologia integrale, da parte di papa Bergoglio, sia frutto di un’analisi della crisi che stiamo vivendo: crisi dovuta, da un lato, al prevalere di un paradigma tecnocratico, per cui si guarda alla realtà con un illimitato illuminismo, dall’altro lato, all’affermazione incontrastata di una visione economicista, che punta tutto alla massimizzazione del profitto; e, infine, crisi dovuta anche al prevalere di una razionalità strumentale, per cui conoscenza è in primo luogo potere, dominio sulla realtà. Ecologia integrale, dunque, significa proporre un nuovo umanesimo, affermare la continuità tra uomo e natura, superando ogni dualismo. Significa recupero di una dimensione contemplativa, anche estetica. La natura è accostata non con una logica strumentale, ma con una logica simbolica, cioè considerando la natura come luogo capace di evocare nell’uomo qualcosa di inedito che lo arricchisce. Nella Laudato si’ il concetto di ambiente viene ridefinito: è guardato come habitat globale, in cui sono in connessione tra loro l’ecosistema e i mondi vitali dell’uomo; come patrimonio non solo naturale, ma storico, culturale e artistico; come spazio delle relazioni umane, implicando dunque un nesso stretto con le questioni sociali.

Piana ha anche rintracciato le categorie teologiche utilizzate da Francesco nella sua enciclica: la categoria di creazione (una creazione aperta, in divenire, un processo creazionale che ha delle potenzialità da portare a compimento); i termini biblici dominare, conservare e custodire, che posti tra loro in equilibrio indicano un atteggiamento che è insieme di trasformazione e di conservazione; la nozione di alleanza, che dice come la realtà abbia una struttura relazionale e come dunque il rapporto dell’uomo con essa debba essere visto e vissuto in un’ottica comunionale. Infine la nozione di incarnazione, che Piana vede in Bergoglio declinata non solo nel senso della storia, del tempo, ma anche nel senso dello spazio (c’è un habitat dell’incarnazione, ha osservato Piana), come emerge anche dal mistero pasquale il quale implica anche cieli nuovi e terra nuova (e san Paolo ha parlato di una natura che geme perché attende essa stessa la liberazione).

Giannino Piana ha indicato anche gli impegni etici che dalla Laudato si’ si possono trarre. Il primo è l’evocazione della necessità di un modello di sviluppo alternativo all’attuale, che sia tanto eco-sostenibile quanto equi-sostenibile (è il tema dell’uguaglianza sociale);  per andare in quella direzione bisogna che operino non solo lo stato e il mercato ma anche la società civile, la cittadinanza attiva, e va recuperata la centralità della politica, la quale sola ha il compito di guidare verso il bene comune, bene che va considerato in una prospettiva non nazionalistica. La seconda pista etica presente nell’enciclica è la considerazione che il bene comune deve riguardare non solo gli uomini  – tutti gli uomini, come già aveva sottolineato papa Montini con la Populorum progressio) –  del tempo presente ma anche  quelli delle generazioni future (dunque un bene comune in senso diacronico). Terza e ultima pista di impegno etico, e politico, è il rispetto che dobbiamo ai diritti dei popoli, alle loro culture ed espressioni religiose, perché si faccia in modo di andare verso società multiculturali basate su una effettiva interrelazione tra le culture stesse. Tutto, infine, suggerisce Piana nella sua lettura della Laudato si’, deve convergere nella dimensione contemplativa dell’ambiente, del mondo che ci circonda, perché il bello sta oltre il bene, oltre ogni dogmatismo.

All’intervento di Antonella Bachiorri, docente a Parma di Scienze della sostenibilità ambientale, si deve un interessante approfondimento di cosa debba intendersi per sostenibilità e un forte appello a concepire l’educazione ambientale come un ‘educazione a un concreto cambiamento delle proprie abitudini di vita, dei propri comportamenti. Un’educazione, dunque, che sia realmente trasformativa, e non un fatto tutto sommato superficiale (come lo stesso papa Francesco stigmatizza nel paragrafo 59 della sua enciclica).

A provare a tradurre la Laudato si’ in un vero e proprio programma politico è stato Leonardo Becchetti, che ha centrato il suo intervento soprattutto su un punto cruciale del testo di Francesco, là dove, al paragrafo 206, egli scrive che “un cambiamento degli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere economico, politico e sociale”, e prosegue osservando che “ciò accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare l’impatto ambientale e i modelli di produzione”. Per Becchetti, infatti, la contestazione dell’attuale modello di sviluppo, che degrada l’ambiente e crea iniquità sociali, non passa tanto per la proposizione di un modello alternativo complessivo, di cui non si ha fino ad oggi la ricetta, quanto piuttosto per un’azione dal basso che coinvolge i cittadini in quanto consumatori. Becchetti non propone un percorso di decrescita, che pure nell’enciclica di Francesco è menzionata con qualche apertura, ma bensì un impegno a de-materializzare l’economia. L’economia civile, di cui egli è sostenitore, è l’economia della felicità sostenibile – ha detto Becchetti -, non quella della decrescita felice.

Non si tratterebbe, dunque, di diminuire la crescita ma di creare valore in modo sostenibile. E per arrivarci la via maestra – oltre, ovviamente, al capitolo cruciale dell’innovazione tecnologica – è l’azione dei consumatori: quella che Becchetti chiama “il voto con il portafoglio”. Cioè il fatto di punire o di premiare i produttori dei beni in base a come li producono, se rispettando l’ambiente oppure no, se violando i diritti umani e sociali dei lavoratori oppure no. Perché – dice Becchetti – oggi viviamo nel migliore dei mondi possibili per i consumatori, che possono acquistare i prodotti scegliendo quelli che hanno il prezzo più basso, ma in quello peggiore per i lavoratori. Ciò che acquistiamo sottocosto è frutto di un sottosalario pagato al lavoratore.

La crescita che Becchetti propone di perseguire è ciò che risulta dal concorso di quattro attori: il mercato, certamente, e lo Stato, ma anche le imprese sostenibili (ecologicamente e socialmente) e i cittadini responsabili. E oggi, che la green economy sta conoscendo un certo successo, è il lavoro soprattutto a rimetterci (come dimostra, per esempio, la rivolta dei gilet in Francia contro le iniziative di Macron per colpire fiscalmente le imprese che consumano più petrolio). Qui i cittadini consumatori possono fare molto: informandosi meglio e cercando di acquistare solo beni le cui aziende produttrici sono in grado di dimostrare un percorso produttivo che non sfrutta chi lavora. Ma, certo, anche lo Stato può fare molto in questa direzione. Ad esempio – dice Becchetti – variando l’Iva sui beni prodotti in base al rating, cioè al giudizio che viene dato da organi indipendenti  su come sono stati trattati i lavoratori che concorrono alla loro produzione. Oppure  – per fare un altro esempio – con una diversa politica degli appalti pubblici, per cui lo Stato non acquisti più beni e servizi secondo il criterio del massimo ribasso, e neppure secondo quello dell’offerta economica più vantaggiosa, ma in base all’offerta ecologicamente e socialmente più responsabile.

Un aspetto di particolare interesse, nel discorso di Becchetti, è stata – come dicevamo all’inizio –  l’evocazione che egli ha fatto di una davvero ricca molteplicità di iniziative che vanno fiorendo in tante parti del paese, e che sono nel segno di una presa di coscienza da parte di gruppi di cittadini del loro potere di pressione nei confronti del mondo produttivo. Molte di queste iniziative sono raccolte nella rete NExT (Nuova economia per tutti), su cui già nel 2014 Becchetti aveva scritto un libretto (NExT. Una nuova economia è possibile). A questo mondo che si muove dal basso va corrispondendo oggi, sul piano politico, l’iniziativa promossa di recente dal Gruppo parlamentare dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, che ha affidato a un gruppo di esperti di redigere una serie di proposte, confluite in un documento presentato alla fine di novembre a Bruxelles, con il titolo “Uguaglianza sostenibile” (vedi qui sul nostro sito). Notava Becchetti che questa potrebbe essere la piattaforma politica e programmatica dei partiti democratici alle prossime elezioni europee. Una scadenza, questa, davvero cruciale, su cui si è soffermato, per ultimo, Pier Virgilio Dastoli, con un appassionato discorso teso a dimostrare come solo l’Unione europea, pur da rinnovarsi nella sua stessa Carta costitutiva, costituisca l’ambito in cui le battaglie per l’equità sociale e per lo sviluppo sostenibile possono essere condotte con la speranza di condurle a buon fine.

 

Giampiero Forcesi

 

 

 

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