Per rilanciare e politicizzare il messaggio della «Laudato si’»

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Spunti schematici e introduttivi in vista del convegno di c3dem che si terrà a Modena il 1° dicembre (qui il programma).

 

  1. La tesi centrale dell’enciclica «Laudato si’» non è difficile da individuare: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, ma una sola e complessa crisi socio-ambientale» (139: d’ora in avanti tutti i numeri si riferiscono a paragrafi dell’enciclica). Le difficoltà del rapporto umanità-natura (il funzionamento problematico di quello che è stato chiamato «antropocene», cioè un’epoca in cui gli esseri umani condizionano ormai profondamente l’ambiente e anche il clima mondiale) non sono logicamente e strutturalmente diverse dai problemi dell’ingiustizia globale (con le diseguaglianze tra i gruppi umani e tra i popoli che si allargano in modo ingovernabile, causando disordine e ondate di minacciosi risentimenti). C’è insomma in atto uno squilibrio profondo, con radici comuni, che è arrivato a un punto pericolosissimo per l’umanità intera.

 

  1. Qui c’è un punto delicato. Occorre capire quale sia la causa prima di questo drammatico squilibrio che stiamo vivendo. Storicamente ci sono state critiche all’antropocentrismo giudaico-cristiano (il «dominate la terra», che l’enciclica nega e corregge profondamente, sulla base di una lettura biblica più ricca, che parla di «custodia», non di dominio rapace). La critica dell’enciclica va piuttosto contro l’«eccesso antropocentrico del moderno» (116), oppure l’«antropocentrismo deviato» (122), senza peraltro concedere niente ai filoni di pensiero e mentalità che arrivano a ridurre in modo indifferenziato l’essere umano alla sua semplice natura animale, in qualche modo riducendolo a un aspetto della natura uguale ad altri (90). Quindi, secondo papa Bergoglio occorre salvare e ribadire la centralità degli esseri umani con il loro essenziale contributo di spirito e ragione, ma in un rapporto di riconoscimento della – e non di contrapposizione alla – vita della Madre terra. Tale impostazione è l’unica base per custodirla con cura, come un «amministratore responsabile» (116). Se sia stata la modernità in quanto tale a deragliare radicalmente da questo equilibrio, oppure gli sviluppi unilaterali di un illuminismo razionalista che abbia condotto a un approccio tecnocratico, è un discorso che porterebbe piuttosto lontano (infatti, se tutto il moderno fosse da ribaltare, le cose si potrebbero rivelare piuttosto complicate). Per il momento, suggerirei una lettura diversa: una critica della modernità (che è plurale), sviluppata dal suo interno e quindi orientata a correggerla.

 

  1. In termini più accentuatamente storico-politici, potremmo infatti dire che il doppio squilibrio fondamentale abbia radici complesse e lontane, ma si sia sicuramente accentuato con la vicenda della cosiddetta «globalizzazione» contemporanea. Si tratta – per dirla con precisione – di un modello politico-economico, non di un ineluttabile tendenza della storia. Un modello nato dagli anni 1980, a seguito della crisi interna del precedente equilibrio storico: quello del capitalismo fordista integrato socialmente ad opera degli Stati nazionali in chiave keynesiana, espressosi soprattutto dopo il 1945 sotto l’egemonia globale statunitense. Il modello post-bellico aveva introdotto il mondo capitalista-sviluppato in una vera «età dell’oro» di crescita complessiva – ma anche di diffusione allargata – del benessere. Non era stato un sistema molto preoccupato dell’integrità ambientale (anzi), ma aveva mirato certamente a un’inedita composizione tra gli interessi del lavoro e del capitale nelle società moderne: infatti il nocciolo del fordismo stava proprio qui: lo sviluppo della produzione di massa aveva bisogno di un mercato continuamente allargato grazie all’apporto dei consumi dei lavoratori, la cui cittadinanza cresceva contemporaneamente in termini democratici, grazie anche alla stagione di sviluppo dei grandi partiti di massa a base sociale. Negli anni ’70 questo modello è però entrato in crisi con la cosiddetta stagflazione: in parte rilevante per il proprio stesso elemento di maturazione interna e di mutamento sociale conseguente, che il mondo imprenditoriale vide come una minaccia ai profitti. In sostanza, si rompeva il compromesso tra capitale e lavoro dando la stura a un aumento dei costi e della instabilità, tra cui anche contava la prima coscienza dei costi ambientali del modello, implicita nella crisi petrolifera. Il tutto metteva in crisi profonda il capitalismo industriale. L’uscita da tale crisi dopo gli anni ’80, si è delineata con alcune scelte politiche che hanno colto e accompagnato rilevanti innovazioni tecnologiche e organizzative, per favorire la progressiva centralità assunta dal capitalismo finanziario del Nord del mondo: le sue scelte cruciali sono state l’aumento dei tassi di interesse e la liberalizzazione dei movimenti dei capitali. Questo ha condotto a uno spostamento rapido dei capitali tra le varie regioni e i vari Stati. Molti capitali dei ricchi globali si sono indirizzati nelle banche occidentali per averne rendite molto più elevate che in passato; molti capitali delle imprese capitaliste hanno dislocato la produzione di massa di beni tenuti a basso costo in alcune regioni del Sud del mondo precedentemente povere (soprattutto nell’Asia Orientale), dove il lavoro costava meno. Questo spostamento è avvenuto con ancora minore attenzione all’ambiente rispetto al fordismo euro-americano precedente, mentre nel Nord del mondo alcune tendenze sono state finalmente invertite (inquinamento dell’atmosfera e dell’acqua, non ancora abbastanza le emissioni gas serra). D’altro canto, se ha indubbiamente fatto uscire una parte notevole dell’umanità dalla povertà, la nuova stagione del sistema economico globale ha visto la prevalenza marcata della logica istantanea della finanza nelle decisioni economiche, come anche una separazione crescente della logica del capitale da quella del lavoro (il costo del lavoro è divenuto un fattore da abbattere dogmaticamente, per il capitale). Ampliando quindi fortemente le diseguaglianze sociali e il divario tra ceti, popoli e regioni agganciati al modello di sviluppo e invece settori geografici, ambientali e sociali marginalizzati e bistrattati. Questo modello, definito con la parola-passepartout «globalizzazione», ha mostrato comunque segnali di crisi rilevanti a partire dal 2007-2008 (crisi finanziaria americana-europea e successiva «grande stagnazione» globale). L’elemento strutturale della crisi finora è stato però occultato o ridimensionato, spesso presentandola come una semplice crisi congiunturale, naturalmente soprattutto da parte chi intende evitare una revisione complessiva del paradigma dapprima vincente. Anche le sinistre moderate euro-occidentali hanno finito per accettare questa implicita egemonia culturale e simbolica, parlando di un sistema che si può moderare e riformare dall’interno (ma non sono riuscite a farlo i n modo molto efficace, quando hanno governato, alla prova dei fatti). Anch’esse hanno sottovalutato ampiamente il fatto sociale per cui la crisi sta modificando profondamente la risposta politica dei «perdenti» del sistema, riportando a galla svariate destre xenofobe e autoritarie, sotto le spoglie di un «sovranismo» nazionalista.

 

  1. La risposta alla crisi individuata dall’enciclica si colloca invece a un livello diverso. Rispetto a un orizzonte storico che è drammaticamente problematico, occorre intervenire con una pluralità di strumenti. In termini culturali e di fondamento morale il messaggio essenziale per contrastare la crisi è semplice, forte e chiaro: «Noi non siamo Dio. La Terra ci precede e ci è stata data» (67). È un messaggio che ha radici nella rivelazione biblica, dal punto di vista cristiano: «Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (240). Contemporaneamente, il punto è espresso in termini assolutamente comprensibili dal punto di vista di qualsiasi coscienza umana che sia minimamente avvertita. L’equilibrio tra riconciliazione interiore, riconciliazione con l’altro e con l’ambiente naturale, scaturisce proprio da questa origine comune, che rimane misteriosa e comunque precedente la volontà umana, istituendone un limite non autoritario ed esteriore, ma interiore e strutturale. Soltanto un nuovo equilibrio basato su questo riconoscimento di dipendenza comune, di un comune essere figlie e figli del mondo, della Terra-Madre (e quindi sul riconoscimento della conseguente fraternità/sororità in tutta l’umanità) permette di rispettare la profonda essenza della realtà. Il concetto di «ecologia integrale» è in questo senso cruciale: costruire buone relazioni vitali tra tutti i viventi nel contesto della natura e della storia (comprese le generazioni future, 159) è un’operazione unica, anche se mostra tanti risvolti diversi. Si tratta di costruire su un fondamento morale, su una «verità oggettiva», su «princìpi universalmente validi» (123), che soli possono fondare un cambiamento. Non a caso si afferma: «Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (118).

 

  1. La nuova visione delle cose deve però ispirare progetti operativi. In questo orizzonte elemento essenziale in termini istituzionali è l’interdipendenza necessaria, da valorizzare radicalmente: occorre infatti porre il problema di un solo progetto a scala globale (164). Si parla quindi di «percorsi concordati» e di accordi tra paesi con «quadri regolatori globali» (173): il modello è quello di intese in cui nessuna comunità, nessun popolo o paese (nemmeno i più grandi) possono illudersi di fare da soli, e quindi la logica essenziale è totalmente contraria a quella del sovranismo, bensì è quella della cooperazione e della faticosa mediazione tra interessi plurali. Istituzioni internazionali più forti sono indispensabili: nel caso nostro, ovviamente, un’Unione europea riformata e funzionante sarebbe cruciale. D’altro canto, «la cura del mondo deve essere flessibile e dinamica»: non esistono soluzioni uniche centralizzate, ma occorre rispetto per l’enorme varietà della realtà (144). In questo senso la necessità di interrelazioni positive sopra espressa è del tutto diversa dall’uniformazione indistinta di un «globalismo» che sviluppi una sola cultura dominante, un «pensiero unico» o un solo modello replicato ovunque. Trame comuni di cooperazione e attenzione al pluralismo del mondo sono i due lati della stessa medaglia: devono stare insieme e crescere di pari passo.

 

  1. La politica torna a essere una componente fondamentale di questa ecologia integrale. Non è l’unico livello necessario: anzi, la politica deve ristrutturarsi in dialogo approfondito con la società e la libertà umana, sociale e anche economica degli esseri umani, la loro creatività e propositività. C’è bisogno infatti di cambiare gli stili di vita a livello capillare (206). La politica non potrà più tornare a essere «assoluta» come nel Novecento e deve ripensarsi: «Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito» (197). Ma ha comunque un ruolo fondamentale: l’enciclica chiarisce abbastanza bene che non ci si può solo affidare alla spontanea «conversione» di persone e gruppi sociali, in una logica volontarista, classicamente cattolica («ripartiamo dal basso»…). Il problema è infatti trovare soluzioni strutturali, che influiscano in modo duraturo sulla realtà. La regolazione è decisiva per scongiurare cattive pratiche ma anche per promuovere e sostenere buone esperienze e modelli di vita di provenienza non politica, ma semplicemente umana e sociale (177). La logica politica fondamentale deve diventare quella della durata, contrastando il dominio asfittico dell’immediatezza (frutto di una logica sostanzialmente di origine finanziaria, che è via via stata applicata a tutto il sistema, financo alle pubbliche amministrazioni). L’ecologia integrale si dispiega in questo elemento non contingente: la politica deve uscire quindi dalla superficialità dell’istante, costruendo consenso su un modello più duraturo e stabile, che aiuti le innovazioni positive e scoraggi tutti i meccanismi rapaci degli esseri umani (178).

 

  1. La prospettiva – se si vuole provare a sviluppare un poco politicamente il discorso – potrebbe essere orientata a costruire una sorta di «Green New Deal» a livello planetario, secondo logiche di rete avanzate. L’obiettivo è ritrovare un sistema di patti tra lavoro e sviluppo, mediati dalla sostenibilità ambientale e garantiti da istituzioni democratiche rinnovate. I nemici da battere non sono i migranti e i rifugiati, né i popoli emergenti che sottrarrebbero lavoro, né l’incontro delle diversità dei popoli: bensì lo sfruttamento, i bassi salari, l’ingiustizia fiscale, lo strapotere della finanza, la rapacità dei grandi manager, gli egoismi miopi delle élite, le discriminazioni di genere, il disinteresse per la natura, la mancanza di formazione e di educazione. In termini positivi, per costruire tale progetto occorre pensare ad alcune priorità: creare efficienti sistemi di limitazioni, controlli e tassazioni per il capitale finanziario; ridistribuire per via politica reddito al lavoro, utilizzando la leva fiscale in modo moderno e sottoponendo a tassazione gli oligopoli transnazionali; creare lavoro direttamente ad opera delle amministrazioni pubbliche per contrastare la disoccupazione con progetti di sviluppo, ristrutturazione urbana, riqualificazione ambientale (non in modo assistenziale); usare incentivi e fisco per scoraggiare le pratiche di devastazione ambientale e di inquinamento dei beni comuni da salvaguardare (acqua, aria, suolo…); favorire selettivamente l’apprendimento e le innovazioni tecnologiche salva-energia e risparmia-risorse, con l’uso adeguato di lavoro qualificato; creare una forma di sovranità solidale e corresponsabile in Europa per gestire la moneta unica e la forza progettuale del continente all’altezza della competizione con i colossi del mondo. Sono solo rapidi esempi, ma danno l’idea di una convergenza originale di scelte diverse verso un obiettivo preciso, pur nella coscienza che si tratta di prospettive da calibrare nel modo e nel tempo.

 

  1. In definitiva, si tratta quindi di ribaltare o correggere profondamente un modello storico vincente e consolidato: cultura, istituzioni e politica dovrebbero coordinarsi tra loro. Costruendo progetti che possano realizzare solidarietà di fatto tra le persone, oltre che considerando l’ambiente naturale come integrato in qualsiasi disegno di benessere umano, si dovrebbe quindi fondare consapevolmente una posizione radicale di riforma profonda, non una semplice cosmesi dell’esistente. Chiedere una svolta decisa: cambiare verso, seriamente. «Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro» (194).

 

Guido Formigoni

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  1. Ho molto apprezzato il documento e spero che questo mio modesto contributo possa servire ad allargare l’ambito della riflessione, facendo emergere aspetti dell’enciclica che forse rimangono un po’ nascosti o non sono colti nel loro significato pieno, nella loro potente spinta innovativa.
    Mi riferisco, in particolare, a come Francesco guarda all’economia. Potrebbe sembrare strano che un agronomo qual io sono, che si occupa di ecologia agraria, si interessi all’economia. Il fatto è che oggi, nell’era dell’Antropocene, il rapporto tra economia ed ecologia è del tutto conflittuale, come denuncia senza sconti il Papa.
    L’enciclica non tratta in modo organico il tema economico, ma l’economia ricorre continuamente in quanto, appunto, alla radice della crisi ambientale (e sociale). Mettendo insieme, come in un puzzle, i tanti riferimenti al tema (pratica in sé deprecabile, ma che talvolta funziona!), emerge qual è il pensiero del papa al riguardo. Sotto i passaggi più significativi:

    • L’economia oggi assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale.
    • L’eccesso al lavoro per tutti è prioritario rispetto agli interessi delle imprese e di una discutibile razionalità economica. (Si contesta il principio di sostituibilità dei capitali nella sua forma debole – macchine che sostituiscono il lavoro).
    • Occorre adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione… A volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario.
    • La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia…
    • Si deve evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvono solo con la crescita dei profitti delle imprese e degli individui.
    • Il principio di massimizzazione del profitto, che tenda a isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia.
    • Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale.

    Pur senza mai esplicitarlo, Francesco auspica dunque il superamento dell’attuale paradigma neoliberista. L’auspicio è più evidente nei punti 193 e 194. Il punto 193 sembra aprire alla prospettiva della decrescita, un vero tabù (o una blasfemia) per l’establishment. Scrive il Papa: Occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi…È arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti. E nel punto 194: Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di cambiare modello di sviluppo globale, la qual cosa implica riflettere responsabilmente sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni. Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura e la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità della vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso.

    Fondamentale è anche il richiamo finale alla spiritualità, quanto mai necessario in una società che riducendo la vita al consumare ci ha appiattiti sulla materialità, alienandoci da ciò che è in grado di dare senso autentico all’esistenza. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini: afferma Francesco. Ciò che dobbiamo fare è invece imparare a vivere con pochi mezzi per robusti fini: questa è una nuova economia è una nuova società!

    Molto cordialmente
    Fausto Gusmeroli

  2. L’articolo di Formigoni mi sembra molto centrato e incisivo. Vorrei riprendere due aspetti che, pur accennati nel testo, penso meritino una ulteriore sottolineatura.
    Certamente la crisi sociale e la crisi ambientale sono collegate ed hanno una comune origine. Va però tenuto presente che il modello economico dominante va corretto profondamente anche se per ipotesi (irreale) al suo interno si potesse realizzare una accettabile giustizia sociale. Infatti un modello che presuppone una crescita quantitativa illimitata non può che provocare un dissesto ambientale.
    Per superare alla radice questo modello certamente occorrerebbe una mutazione antropologica, che facesse privilegiare i “beni che non sono merci” (sicurezza, uguaglianza, ambiente…) rispetto alle “merci che non sono beni” (consumismo. Per cominciare ad andare in questa direzione occorre iniziare – come raccomanda Latouche – a “decolonizzare l’immaginario”: prendendo coscienza che non è la sovrabbondanza di beni materiali inessenziali a procurare il “ben-essere”.
    Il realismo cristiano sa che il male è una possibilità sempre presente, data la libertà di scelta dell’uomo. Quindi, oltre a operare per favorire la mutazione antropologica che permetta di ribaltare alla radice il modello dominante, non si deve sottovalutare l’importanza dei risultati – sia pure parziali – che adeguate scelte politiche possono ottenere sia sul fronte della giustizia sociale che su quella della salvaguardia dell’ambiente. Formigoni elenca diverse azioni possibili: penso che la “politicizzazione” della “Laudato si’ ” debba consistere appunto anche nella elaborazione di concreti programmi politici realisticamente attuabili in ciascun contesto specifico, In altri termini al modello ideale si può tendere politicamente per passi successivi e non per cambiamenti radicali. Se vogliamo, col riformismo basato sul consenso e non con la rivoluzione imposta con la forza.

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