La lunga marcia delle donne

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L’origine storica della celebrazione della Giornata internazionale della donna dell’8 marzo è piuttosto controversa. C’è chi la fa risalire al ricordo dell’incendio di una fabbrica tessile di New York avvenuto nel 1911 quando morirono un centinaio di operai, in maggioranza donne, con una presenza significativa di immigrate italiane ed ebree. Molti, tuttavia, ritengono che, piuttosto che commemorare un evento triste, si debbano ricordare le lotte per i diritti e per l’uguaglianza di genere. Ma anche da quest’ultimo punto di vista difficilmente si può fissare una data certa. Per esempio Clara Zetkin, esponente insieme a Rosa Luxemburg della componente di sinistra della socialdemocrazia tedesca, nel 1910 propose di celebrare la giornata delle donne durante la Conferenza socialista di Copenaghen. Nei primi anni del Novecento, e precisamente nel 1906, era stata fondata la rivista femminile “International Woman Suffrage Alliance” (Iwsa). Durante la prima guerra mondiale si diffusero diversi movimenti femminili pacifisti che condannavano le azioni di violenza sessuale perpetrati dai soldati invasori nei confronti delle donne, come documentato dall’interessante ricerca storica di Bruna Bianchi in L’avventura della pace. Pacifismo e grande guerra (Edizioni Unicopli,  2018).

In Italia, nel 1922, si celebrò per la prima volta la Giornata della donna. L’uso della mimosa, quale fiore simbolo, risale invece al momento della liberazione dall’oppressione nazi-fascista. Durante la Resistenza nacquero i “Gruppi di difesa della donna per l’assistenza ai combattenti per la libertà”, e in seguito le donne stesse diventeranno partigiane a tutti gli effetti, non solo nel diffuso ruolo di “staffette”, ma anche nelle organizzazioni militari e di lotta armata. Quattro donne ebbero la Medaglia d’oro al valor militare. Nel settembre 1944 da queste esperienze nacque L’Udi (Unione Donne Italiane), tuttora attiva e di cui una sua esponente, Nilde Jotti, nel 1979 diventerà la prima donna presidente della Camera dei deputati. Tra le donne protagoniste del primo dopoguerra ricordiamo le partigiane Teresa Noce (moglie di Luigi Longo), Marisa Rodano (moglie di Franco Rodano, esponente del Movimento romano dei cattolici comunisti, oggi ancora combattiva all’età di 100 anni), Rita Montagnana (moglie di Togliatti) e Teresa Mattei. Grazie alla loro azione fu possibile la grande conquista del voto femminile, che si ebbe per la prima volta alle elezioni amministrative del marzo 1946, e soprattutto quello politico per l’elezione dell’Assemblea costituente e del Referendum istituzionale (quando si scelse tra Monarchia e Repubblica) del 2 giugno 1946. Vennero elette al Parlamento 21 donne.

Dobbiamo però arrivare al 1981 per vedere affermata l’abolizione dei concetti arcaici del “matrimonio riparatore” e del “delitto d’onore” previsti dal fascista Codice Rocco che recitava: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni”.

Nel 1965, per la prima volta, Franca Viola, una ragazza siciliana di 17 anni, dopo essere stata rapita e violentata, rifiutò, d’accordo con la sua famiglia, il matrimonio riparatore. Divenne un caso nazionale e il simbolo del riscatto delle donne, di cui scrisse tutta la stampa nazionale ed estera. Perfino il papa, Paolo VI, la ricevette. Aveva la stessa età di Franca Viola, quando ricevette il Premio Nobel per la pace la ragazza pakistana Malala Yousafzai, che si batteva per il diritto all’istruzione che i talebani avevano proibito.

Sul piano politico, va certo ricordata Tina Anselmi, anche lei partigiana da ragazza, deputata dal 1968 al 1992 e nel 1976 diventata la prima donna ministro (del Lavoro) della storia della Repubblica; edè stata anche due volte ministro della Sanità. Tra le senatrici a vita vanno ricordate Rita Levi Montalcini (2001-2012), premio Nobel per la Medicina e le più recenti Liliana Segre (testimone delle sopravvissute alla Shoah), e la più giovane Elena Cattaneo (nata nel 1962, scienziata biologa e farmacologa). Anche all’interno dell’Unione Europea due grandi istituzioni sono presiedute da donne: la Bce (Banca Centrale Europea) con Christine Lagarde e la Commissione europea con Ursula Von Der Leyen; mentre non si può non menzionare Angela Merkel, cancelliera per 18 anni della Germania. E la giovanissima ragazza svedese Greta Thunberg, che ha promosso il movimento sul cambiamento climatico diffuso in tutto il mondo.

In ambito sindacale la segretaria generale della Cisl, fino a pochi giorni fa, è stata una donna, Annamaria Furlan, e la precedente segretaria della Cgil è stata Susanna Camusso: ruoli conquistati dopo la grande stagione di lotte sindacali e dei movimenti femminili degli anni ’70. Con il contratto nazionale dei metalmeccanici del 1973 vennero sancite le “150 ore” per il diritto allo studio che i lavoratori utilizzarono sia per il completamento della scuola media, sia per l’effettuazione di corsi di formazione in ambito universitario dove ebbero un ruolo rilevante quelli organizzati dal Coordinamento delle donne della Flm e dei sindacati confederali Cgil Cisl e Uil. A Genova uno di questi corsi, dal titolo “Il nostro corpo”, ebbe una partecipazione di oltre 300 lavoratrici suddivise in nove Consultori familiari diffuse in città. Esperienze significative che continuarono fino a metà degli anni Ottanta. La conoscenza di sé e la consapevolezza della propria sessualità diventarono argomenti di discussione collettiva apportando un contributo fondamentale al rinnovamento dei sindacati che dovevano superare una forte e radicata tradizione maschilista.

Nel 1974 vince il “No” al referendum abrogativo della legge sul divorzio che era stata approvata nel 1970. Nel 1975 viene emanato il nuovo diritto di famiglia che stabilisce la parità dei coniugi<, due anni dopo è approvata la legge che dispone la parità tra uomini e donne in materia di lavoro. Nel 1978 vengono approvate le norme che regolano la tutela sociale e l’interruzione volontaria della maternità.

Se consideriamo l’evoluzione dei livelli occupazionali dal 1977 al 2018 il tasso d’occupazione femminile è cresciuto del 16%, mentre per gli uomini è diminuito del 7%. Nei livelli d’istruzione notiamo che quelli femminili sono di gran lunga superiori a quelli maschili.

Sul totale annuo dei laureati le donne superano il 57%.  Ciò, ovviamente, non significa che è stato risolto il problema delle disuguaglianze di genere, come dimostrano i recenti drammatici dati delle conseguenze della pandemia sul lavoro femminile, ma che esso deve essere affrontato con occhi diversi rispetto al passato. Occorre cioè andare oltre il momento rivendicativo settoriale e cercare di interrogarci, tutti insieme, in quale tipo di società vogliamo vivere, quale rapporto tra i tempi di lavoro, i tempi di studio e le attività nelle diverse fasi della vita, superando così la divisione schematica tradizionale che suddivide le classi d’età in compartimenti stagni, tra fase dello studio, del lavoro e della pensione.

 

Salvatore Vento

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