I giovani di padre Occhetta e le “politiche del popolo”

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Quando la fase di transizione generata dalla catastrofe del Covid19 sarà completata, bisognerà, necessariamente, se si vuole avere una società civile e politica degna di questo nome, puntare su qualche risorsa umana, intellettuale, ideale e di pensiero che sia in grado di dare solidità, continuità e credibilità ai progetti.
Un’idea, anzi più di una, la offre senz’altro il libro “Le politiche del popolo. Volti, competenze e metodo” (Ed. San Paolo, 2020, pp. 222) di padre Francesco Occhetta sj. Nato e pubblicato prima del virus, ma ispirato già dalla necessità di dare risposte concrete e meditate alla crisi delle democrazie e alla difficoltà dell’occidente di farlo con una visione di lungo termine e condivisibile, e in sostanza dalla necessità “di mettere insieme dinamiche locali e internazionali” (David Sassoli, nella prefazione), questo libro del padre gesuita politologo e redattore de La Civiltà cattolica è importante per ragioni di metodo e di merito insieme. Quindi resta assai utile leggerlo, anche se dovesse erroneamente sembrare, per gli stravolgimenti di questi mesi, superato.
Il libro nasce da un progetto, quello di costruire “un metodo di formazione alla politica”, dando vita a una comunità di giovani, che ha preso il nome di Comunità di Connessioni, i quali dal 2009 si incontrano per confrontarsi e formarsi sui grandi temi dell’agenda politica con l’impegno di ‘pensare politicamente’ i temi della democrazia alla luce della dottrina sociale della Chiesa. Si tratta – come scrive Sassoli – di “un’aggregazione apartitica, plurale, di persone disposte ad un confronto responsabile”. E solo Dio sa quanto siano importanti oggi più di 150 giovani che, oltre ai propri studi professionali, aggiungano un percorso di formazione alla politica: formazione che è “essenziale per la complessità delle prove a cui saremo sollecitati” (ancora Sassoli).
Il percorso, con appuntamenti mensili, prevede: introduzione spirituale, lezione di uno o più relatori e ascolto di un’esperienza che sta costruendo democrazia; lavori in gruppo su casi concreti inerenti al tema dell’anno; condivisione plenaria e pranzo comune (per alimentare l’agape fraterna). In sostanza un coinvolgimento attivo, incontri trasmessi in streaming, replicabili anche in altre parti d’Italia, e con l’obiettivo di preparare una classe dirigente ed essere “palestra di discernimento politico”.
Insomma, è apprezzabile, ancor di più oggi, l’intuizione di questo percorso che, come scrive il presidente del Parlamento europeo, permette di “connettere le persone alle esperienze, condividere le competenze e sostenere i giovani ad assumersi responsabilità”.
Ancor prima che la devastazione del virus facesse vittime e danni e si ripercuotesse sul tessuto sociale e culturale delle nostre comunità, il volume, secondo padre Occhetta, parte proprio da qui: dal “ripensare gli antidoti possibili per restituire alla politica il suo principale compito, quello di accompagnare e custodire il popolo nella fase storica di liquidità post-ideologica”. E si sono individuati due ambiti: “la qualità della vita nella città e le riforme per l’Europa”. Due assi che guidano i diversi contributi (scritti dai 19 giovani e tutti di ottima qualità; forse, unico appunto da avanzare, qualche voce femminile in più sarebbe stata un ulteriore arricchimento…).

Si parte da una domanda cruciale: “Può un Paese essere intrappolato da tecniche comunicative che deformano la realtà?” (l’attenzione alla comunicazione è fortemente presente in Occhetta che è anche consulente ecclesiastico dei giornalisti cattolici dell’Ucsi). Ossia, in altre parole: quando parliamo di popolo, di cosa parliamo? e soprattutto perché se ne parla, a che fine? Perché – dice Occhetta – appare evidente che “la degenerazione del concetto di popolo e la strumentazione di chi lo guida è fisiologica negli organismi politici”. Ma è altresì irreversibile? Più che mai in questi infausti tempi, quali possibili resistenze si possono attivare per frenare, se non sconfiggere, la deriva populista che nel nome del popolo combina più danni di quanto non sia capace di proporre soluzioni efficaci?
“Il popolo nasce dalle comunità, antidoto ad ogni forma di populismo”, sottolinea Occhetta, e “le comunità non calano dall’alto: nascono dal basso e, quando si connettono, rigenerano il sistema politico”. Quindi la rigenerazione parte, in primis, dalle comunità locali (le città), che s’intrecciano poi in un disegno più ampio (l’Europa). Un combinato disposto che mette i brividi se si pensa ai giorni in cui si è cavalcata l’idea del “facciamo da soli!”. Una prospettiva ardita, proposta con coraggio dagli autori.

Alla base c’è la più lungimirante delle previsioni, quella di vedere nel tempo travagliato che si vive un’opportunità per il cambiamento, a patto che si tenga conto che “per dividere sono sufficienti le parole, per unire sono necessari i gesti”, come scrive Roberta Leone. “La sfida di oggi è quindi connettere […]. La cultura democratica della polis globale dovrà farlo, se davvero quello che ancora vuole è un mondo più umano e più giusto. Potremmo considerare questo tempo un kairòs. L’occasione favorevole”.
Quindi le proprie città debbono essere viste come luogo privilegiato (occasione favorevole) di “ricostruzione”; ma senza cedere a facili, e più che mai inopportune, tentazioni rivendicazioniste: quelle che Tommaso Galeotto individua nel “messaggio che per essere orgogliosi delle proprie radici e delle proprie tradizioni occorra separarsi da tutto e da tutti, rinchiudendosi dentro i propri confini […] come se non fosse possibile essere fieri delle proprie radici e, allo stesso tempo, lavorare in comunione per trovare soluzioni condivise a livello internazionale”.

Una possibile soluzione, con concretezza, la indica Paolo Rametta. È quella che vede oggi migliaia di cittadini nelle nostre città occuparsi responsabilmente della cura dei beni comuni, da tutelare e rigenerare: una rivoluzione silenziosa e pacifica che sta rimodellando le relazioni personali e sociali. Un principio di sussidiarietà orizzontale che “costituisce una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra pubblico e privato e sembra rappresentare uno strumento fondamentale per dare concreta operatività ad alcune istanze concernenti l’avvicinamento della cittadinanza ai beni comuni, istanze che in assenza di specifiche riforme normative risulterebbero frustrate”. Rametta descrive un fenomeno in espansione nel nostro Paese, costituito dai “Regolamenti per la cura e la gestione dei beni comuni urbani, all’interno della c.d. Amministrazione condivisa”. “Questo fenomeno vede come protagonisti – scrive Rametta – gli enti locali e le formazioni sociali operanti sui territori, uniti in un impegno comune per la rigenerazione, la cura e la gestione dei beni comuni”. Ecco allora una nuova modalità d’interlocuzione tra l’amministrazione e il cittadino, una modalità di amministrazione in cui – come ha osservato Gregorio Arena, uno dei padri di questa esperienza di democrazia – “cittadini singoli, associati, soggetti economici, possono diventare protagonisti nella soluzione di problemi di interesse generale ed al tempo stesso nella soddisfazione delle proprie esigenze, instaurando con l’amministrazione un rapporto paritario di co-amministrazione in cui ciascuno mette in comune le proprie risorse e capacità in vista di un obiettivo comune”.

Ma i protagonisti non sono solo cittadini e istituzioni (la politica). Anche per le imprese il ruolo sarà sempre più importante: esse “devono riconciliare il successo economico-finanziario con il progresso sociale”, ridefinendo l’obiettivo “intorno alla creazione di valore, e non intorno al profitto in quanto tale. Riannodare il legame tra il mercato (‘economia), il tempio (l’etica) e la città (la politica) significa oggi riorientare il primo verso forme di sviluppo sostenibile e inclusivo” (Alessandro Mazzullo).

Un occhio particolarmente attento, inoltre, oggi va posto alle nuove tecnologie, che ormai tanto nuove non sono: esse aiutano a sviluppare nuove forme di lavoro ‘delocalizzate’ rispetto ai centri urbani, e negli ultimi mesi abbiamo potuto constatare quanto potrebbero essere importanti per “rilanciare, una rete di identità locali capaci di creare un tessuto territoriale diffuso, in cui siano garantite l’efficienza dei servizi e la qualità della vita in una dimensione comunitaria” (Luigi Bartone).

Il secondo asse/faro resta l’Europa che innanzitutto “dovrebbe cercare la propria anima” (Vaclav Havel, più volte citato). “Io invoco un’unica cosa – diceva lo scrittore e politico Ceco -: che gli europei si concentrino un po’ di più a fondo sullo stesso senso storico della loro grandiosa unificazione […] che meditino sulla loro relazione con il mondo come totalità con il suo futuro, con la natura e con le grandi minacce che incombono sull’umanità […]”.

E qui i contributi dei giovani professionisti e studiosi di Connessioni si fanno ancora più impegnativi. Si vedano: Europa: oltre le nazioni, di Giulio Stolfi; Unione Europea: conoscerla per amarla di Rosalba Famà. Si veda la domanda di Mario di Ciommo, in Quale Europa dopo le europee del 2019?, che si chiede se riuscirà l’Ue a uscire dalla sua ‘crisi esistenziale’. Fino alla citazione netta e alta del filosofo Jürgen Habermas che conclude il saggio di Ciro Cafiero: “l’Europa resta l’unico principio di speranza”.

Due elementi, nel ricco deposito di queste pagine, è importante ancora mettere in evidenza. Uno lo si trova nel testo di Mario Di Ciommo, che riguarda la Chiesa. Per l’autore, in questo nuovo scenario (e figuriamoci adesso!), la Chiesa ha più che mai un compito urgente: “investire in formazione e partecipazione, aiutare a ritrovare le radici culturali del sogno europeo degasperiano, sostenere chi si impegna, ricostruire un’area culturale moderata, favorire cabine di regia per europeizzare i temi politici nazionali, perché siano ispirati alla dottrina sociale della Chiesa”.

L’altro lo si riscontra nel testo di Paolo Bonini (Le Riforme: l’Europa come prospettiva, la città come paradigma). Secondo l’autore è necessario un “ripensamento dello stesso assetto dell’Unione Europea, una nuova forma di governo e un processo decisionale semplice e concreto”, con “attori in grado di muoversi a livello continentale”. È forse la scommessa più impegnativa. Sulla stessa scia, saggio e realista, infine, Michele Faioli: “Il contesto non cambia solo mediante norme o giurisprudenza. È, invece, necessario che le organizzazioni e le istituzioni, che già operano a livello nazionale ed europeo, mettano in campo azioni volte a creare cambiamenti culturali profondi, nel senso che il mutamento delle regole non è sufficiente a modificare il quadro delle relazioni di lavoro finché istituzioni e attori sociali non muteranno la propria cultura rispetto a modelli procedimentali che hanno come scopo quello di supportare riforme necessarie e aggiornamenti normativi, sociali e economici per l’equità tra Paesi, gruppi e generazioni”.

Un corposo paniere di spunti di riflessione, offre dunque il libro, ancor più significativo perché proviene da giovani studiosi in grado non solo di ragionare e indicare, ma di mettersi in discussione e condividere. La realtà di Connessioni è una possibile risorsa per il dopo-Virus. Perché si parte da quell’obiettivo dichiarato da padre Occhetta: “Vogliamo offrire al Paese un’esperienza (pre)partitica che crede in un nuovo modello di sviluppo, nella responsabilità affettiva e genitoriale come valore pubblico; la promozione della natalità come questione politica; un modello di giustizia riparativo e non vendicativo, relazioni di mutuo aiuto, del valore del volontariato e dell’economia informale per ripensare un mercato in cui tutto ha un costo; ma anche i municipi come culle della politica, le forme della democrazia deliberativa come forme mature di democrazia”.

 

Vittorio Sammarco

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  1. Proprio bello, nitido e convincente (e invita ad impegnarsi davvero!…)

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