Salvini e il caso Diciotti. Per lui un consenso pericoloso, ma da non incrementare sottovalutando problemi reali

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Intervistato da Annalisa Chirico (“Il foglio” del 29 agosto) Marzio Barbagli, uno dei più autorevoli sociologi italiani e non certamente sospettabile di simpatie salviniane (dice lui stesso di parlare «da elettore del pd»), non usa mezzi termini nel mettere in discussione qualche luogo comune, assai diffuso a sinistra, circa le cause dell’ondata sciovinista montante nel Paese. Queste, alcune tra le frasi sferzanti da lui usate al riguardo: «rispondere alle paure delle persone sciorinando i numeri relativi al calo degli sbarchi è un errore fatale», perché «quelle paure non sono frutto di nevrosi o disturbi irrazionali»; «gli italiani non sono preoccupati dal rischio islamizzazione, che in effetti non esiste, ma dal rapporto tra immigrazione e criminalità […]». E ancora: «i cittadini non consultano le statistiche ma s’informano attraverso l’esperienza di conoscenti e familiari, notano la frequenza di certi episodi criminosi e sviluppano un senso fondato di insicurezza»; neppure alla base e nell’elettorato dello stesso partito democratico sarebbe a suo avviso estranea la convinzione che «le paure sono anche il frutto delle ingiustizie che gli italiani sperimentano, per esempio, al pronto soccorso di fronte a code interminabili attribuite, principalmente, all’aumento degli immigrati». In sintesi, un giudizio lapidario: «la destra offre soluzioni sbagliate a problemi concreti».

A mio parere, è troppo poco definire «sbagliate» le soluzioni che la destra, cavalcando quelle paure, propone in termini sempre più radicali e in parte sta attuando. In larga misura sono soluzioni che per conto mio vanno qualificate anche come contrarie al senso di umanità, prima ancora che a norme costituzionali e ad obblighi internazionali (e, per quel poco che conosco del passato di Barbagli, non dubito che, seppur sottinteso, sia questo anche il suo pensiero). Ne abbiamo avute parecchie anticipazioni: ultima, quella tradottasi nel trattenimento forzato di quasi duecento persone sulla “Diciotti”; e con tutta probabilità ci saranno altri esempi ancora più gravi se si porterà alle estreme ma logiche conseguenze un programma basato sugli slogan dell’ “abbiamo già dato”, dell’“è finita la pacchia” e del sarcasmo sulle “crociere”, usato a proposito di viaggi durante i quali centinaia di migliaia di esseri umani subiscono angherie e torture e spesso incontrano o sfiorano la morte.

 

Non credo invece che Barbagli abbia torto quando parla di «problemi concreti» che non possono essere negati o minimizzati. Pur senza avere le competenze del sociologo, ai rilievi da lui riversati nell’intervista -e corredati da altri esempi e, a loro volta, da dati statistici- aggiungerei anzi un paio di annotazioni, che forse possono mettere ulteriormente in dubbio l’opportunità di snobbare sintomi di un disagio, da tempo serpeggiante e ora esploso in forme preoccupanti.

Il primo di essi non riguarda direttamente il controverso rapporto tra criminalità e immigrazione, ma, più in generale, si appunta sulla superficialità con cui, per contestare la fondatezza di certe sensazioni d’insicurezza, si liquida il problema basandosi, puramente e semplicemente, sull’andamento, di anno in anno, dei dati relativi alle denunce penali presentate sul territorio nazionale. È questo un vecchio vizio altalenante, per cui taluni ne traggono automaticamente catastrofici allarmi quando viene registrato un aumento, sia pur minimo, del relativo numero, mentre altri (o magari sono i medesimi …) si affrettano poi a sentenziare, come accade prevalentemente oggi, che una successiva diminuzione segnala certamente una situazione di più garantita sicurezza “reale”, a dispetto dell’alto tasso di insicurezza “percepita”, e a spiegare di conseguenza che il cittadino comune, il quale constata attorno a sé una situazione ben diversa, incorre in un colossale errore o si lascia ingenuamente e scioccamente ingannare. Dopodiché, non ci si dovrebbe stupire se c’è chi finisce con l’essere ancora più indotto, per l’irritazione di esser preso per grullo, a buttarsi tra le braccia del primo demagogo che promette di porre fine drasticamente alle cause di quel disagio.

Per parte mia, mi guardo bene dal porre in dubbio la correttezza di quelle statistiche: è il loro uso grossolano che mi sconcerta. Intanto, è raro che si presti attenzione ai dati disarticolati, che spesso palesano sensibili differenze “interne” di andamento quando si guarda alle diverse categorie di delitti e alle diverse situazioni locali. Soprattutto, non si tien conto del fatto che quei dati –tutti e ciascuno- prescindono necessariamente dal “numero oscuro” dei reati non denunciati; ed è notorio che quel numero è elevatissimo, specialmente quando si tratta di piccole rapine o di furti “di strada” commessi in certe zone delle grandi città (salvo che l’oggetto sia un veicolo a motore, per cui la denuncia, normalmente contro ignoti che resteranno tali, serve essenzialmente per soddisfare la condizione richiesta dalle compagnie assicuratrici per procedere al risarcimento, mentre resta infima la percentuale di tangibili sviluppi penali dell’iniziativa del derubato). Si aggiunga che a frenare il ricorso alla tutela giudiziale sono, non di rado, i timori, tutt’altro che immaginari, di ritorsioni.

 

Un secondo rilievo, più specifico, mi è suggerito dalle conversazioni con più di un magistrato (o ex-magistrato), amico e di grande esperienza e a sua volta non … sospettabile di appartenenze leghiste o di destra ancora più estrema. Riguarda quella che uno di loro definisce l’“insicurezza per l’ignoto”, non poco alimentata ed esasperata dall’oggettiva difficoltà che si ha nel ricostruire e nell’acquisire con sufficiente certezza l’identità di larga parte degli immigrati: certezza che, come per qualsiasi altra persona, è invece premessa necessaria affinché abbia efficacia tutta una serie di misure, già a livello dissuasivo dal crimine prima ancora che a quello repressivo.

Arrendersi, allora, all’introduzione di sistemi discriminatori di accertamento, i quali –sia ben chiaro- sono tutt’altra cosa dall’adozione di regole che anche al riguardo valgano per tutti, cittadini ovviamente compresi? Più in generale, mettersi a rimorchio di chi, a sostegno della linea della faccia feroce e del pugno duro contro i “nuovi barbari invasori”, batte la grancassa su ogni episodio che abbia come protagonisti negativi gli stranieri, mettendo invece il silenziatore mediatico quando è qualcuno di loro ad essere la vittima?

Neanche per sogno.

Tanto meno si deve smettere di ricordare al Ministro dell’interno che è suo compito istituzionale, anziché pronunciare parole e compiere gesti che alimentano tensioni e sono un oggettivo incitamento ad atteggiamenti xenofobi, l’adoperarsi per dare il massimo supporto di risorse e di organizzazione a chi –spesso tra grandi sacrifici e con grossi rischi- lavora  al fine di rendere meno irti di ostacoli gli ingressi “regolari” scoraggiando in tal modo il fenomeno della clandestinità; e ancor più tocca al Governo assumere iniziative effettive per “aiutare a casa loro” coloro che cercano ospitalità in Italia e in Europa, senza fare, di quello slogan, un comodo diversivo a giustificazione di rigide chiusure all’accoglienza “qui ed ora”-

 

Non ho competenze specifiche per sviluppare ulteriormente una riflessione in proposito, che in bocca mia rischia di scivolare nella mera retorica o di limitarsi all’evocazione di ciò che a me pur sembra ovvio, a partire da assunti che peraltro ovvii non sono per tutti: come quello sull’assenza di soluzioni globali a breve scadenza per fenomeni epocali drammatici ed estremamente complessi, o quello sulla necessità di uscire, per l’immediato, dall’alternativa tra l’ingenuo ”accogliamoli tutti” e la cinica chiusura dei confini a doppia mandata, sull’esempio e con l’appoggio di quei “sovranisti” dell’Est europeo i quali portano oltre ogni limite gli egoismi, diffusi in tutta Europa, da cui siamo tutti indignati se vengono da altri Paesi.

Piuttosto, mi riannodo ancora ai rilievi di Barbagli, riportati all’inizio, per dire qualche parola anche su una conseguenza, deleteria anzitutto per il funzionamento del sistema istituzionale, dell’attuale crescita di consensi alla politica dei porti chiusi e dei massicci rimpatri (crescita che resta preoccupante anche se dovesse sgonfiarsi presto, per la non piccola parte di velleitarismo che contraddistingue i programmi sbandierati dai nuovi seduttori, e di cui molti non tarderanno forse troppo ad accorgersi).

Se i sondaggi sono veritieri -ma, per quanto nutra una certa diffidenza di base al riguardo, temo che in questo caso lo siano- tale crescita, per il momento, non si è arrestata e si è anzi impennata dopo l’annuncio del procedimento penale avviato contro il vicepremier per reati gravissimi che si sarebbero realizzati con la sua gestione del “caso Diciotti”.

Non mi azzardo a prevedere quale potrà essere l’esito di quel procedimento: mi limito a dire che non mi sento di definire scorretta proceduralmente e priva di fondamenti sostanziali quell’iniziativa, ma non senza aggiungere che il richiamo a una fattispecie criminosa come il sequestro di persona dovrebbe indurre, in assenza di precedenti specifici, ad essere molto cauti circa le probabilità di una condanna.

In ogni caso sono convinto che non ne verrà nulla di buono per la tenuta complessiva di un elemento portante del quadro istituzionale, quale è quello dei corretti rapporti tra i poteri politici e il potere giudiziario, già minato da tanti colpi, di varia provenienza, inferti alla sua credibilità nel passato più o meno recente. Quanto più quel procedimento andrà avanti, tanto più il Ministro sarà infatti indotto a fare continuo sfoggio –verosimilmente con successo, in termini di aumento di popolarità, elettoralmente spendibile- del consenso di cui gode, senza timore di accelerare così, e rendere più traumatico, un braccio di ferro con la magistratura: proprio Salvini mostra di averlo capito per primo e di farvi affidamento, annunciando di voler sollecitare egli stesso, se fin lì si arriverà, l’autorizzazione a procedere contro di lui, così suscitando, tra l’altro, facili confronti entusiastici con scelte di segno opposto –talora al limite dello scandaloso- da parte di politici della prima e della seconda Repubblica.

C’è del resto un elemento che distingue il contesto attuale da quello delle innumerevoli occasioni in cui analogo sfoggio è stato fatto dall’allora premier Silvio Berlusconi con relativi accessori di contumelie e di anatemi. Nel caso dei processi intentati contro il fondatore di Forza Italia la grande maggioranza di chi lo votava capiva a malapena di che cosa si trattava (forse, solo l’”affare Ruby” fa storia a sé). Unicamente chi rientrava in specifiche categorie di persone, come ad esempio imprenditori o manager, poteva sentirsi più o meno sollecitato a una solidarietà propriamente e interamente partecipativa; da tutti gli altri, il “Silvio-che-meno-male-che-c ‘è” riceveva soltanto una solidarietà fideistica ma generica, senza che a nessuno fosse chiesto di condividere gli specifici, personali comportamenti che avevano portato il leader ad essere inquisito e poi imputato.

Qui è un’altra cosa e, se un paragone si vuol tracciare partendo dalle vicende giudiziarie di Berlusconi, va fatto piuttosto con l’altra iniziativa giudiziaria che vede la Lega sotto i riflettori (quella per i rimborsi elettorali non dovuti). Nel “caso Diciotti” proprio i comportamenti contestati a Salvini dai pubblici ministeri, e di cui il ministro si proclama orgoglioso e pronto a ripeterli, vengono da lui rivendicati come oggetto di un vasto e specifico consenso popolare; e, purtroppo, temo che non si sbagli (al di là di qualche cedimento alla megalomania quale quello che lo ha indotto, nell’arringare la folla plaudente, a inserire tra i sostenitori del “cambiamento”, elevato a vessillo di tutta la politica sua e del Governo gialloverde, addirittura l’intero insieme dei 60 milioni di italiani). Si preannuncia dunque un vero e proprio corto circuito, dalle incalcolabili conseguenze, già solo al riflettere sul preannuncio di una “riforma della giustizia”, lanciato da Salvini nel dialogo a distanza con la Procura agrigentina e perciò fatto balenare come pesante risposta, su cui chiamare, ancora una volta, a raccolta il consenso popolare, per che altro se non per giustificare nuove edizioni di leggi contro una “persecuzione”?. Pensieri, a dir poco, ben più inquietanti non possono, poi, non suscitare propositi come quello attribuito a un parlamentare seguace del leader leghista, con la minaccia di “andare a prendere a casa” chi osa sfidare il capo: la si potrebbe forse prendere per una volgare boutade se, quasi cent’anni or sono, quella non fosse stata una pratica squadristica diffusa e se i suoi squallidi e tragici fasti non fossero tornati di moda negli anni, più recenti, del terrorismo rosso e nero.

 

Non voglio però togliermi il vezzo di spendere altresì due parole sull’abitudine a fare del “populismo” il bersaglio preferito di polemiche: polemiche che anche stavolta si stanno rinnovando, e, in questo caso, pour cause, dato lo spessore degli appelli al popolo che stiamo sentendo specificamente risuonare, ma che in generale non mi entusiasmano.

Intendiamoci. Sono convinto anch’io che sia da combattere duramente la demagogia -a me piace di più chiamarla così- dei nuovi governanti, che in nome di un’aderenza alla volontà popolare (vera o presunta) scavalca le competenze (non solo quelle giuridiche, ma altresì quelle lato sensu professionali o addirittura scientifiche) e, peggio ancora, giunge a prospettare, cominciando a metterle in atto, operazioni pesantemente limitative di libertà e diritti fondamentali e in particolare di quelli assicurati alle minoranze, etniche o d’altro genere. Non vorrei però che “popolo” diventasse una parola impronunciabile per coloro che alle origini della loro genealogia storico-politica trovano –sia pur con la coscienza che si è trattato di un’esperienza per molti versi irripetibile – un partito il quale non si vergognava di chiamarsi “popolare”. Soprattutto, non vorrei che dietro lo sdegno con il quale quell’epiteto serve, più o meno efficacemente, a bollare derive demagogiche di avversari giustamente combattuti si coprissero le incapacità, gli errori, le divisioni di un personale politico nel cui ambito sono sempre meno coloro i quali, con il “popolo” e con i gruppi sociali che ne sono i più naturali interlocutori (a cominciare dai ceti economicamente meno fortunati), sanno mantenere quel difficile ma indispensabile rapporto –di ascolto, di proposta, di dialogo- che sta alla base di un’autentica democrazia.

Insomma, qui non è soltanto questione di non delegare alla magistratura il potere di fare e disfare maggioranze parlamentari e governi: scrupolo, questo, che peraltro non si dovrebbe lasciare in monopolio a qualcuno ma che dovrebbe ispirare sempre tutti (e non solo quando gli inquisiti appartengono al proprio schieramento) e che d’altronde non deve impedire alla magistratura di svolgere il suo compito, che è anche quello di accertare e reprimere i crimini da chiunque commessi. È, altresì, una questione di coerenza per coloro che credono nella democrazia rappresentativa: è vero, infatti, che il consenso elettorale, quand’anche plebiscitario, non basta a legittimare eticamente i soprusi dei “democratici illiberali”; ma è altrettanto vero che la perdita di quel consenso, magari illusoriamente surrogato da un’elitaria autoreferenzialità e dalla convinzione di essere i migliori, recide alla base la possibilità di definirsi autenticamente democratici.

 

Mario Chiavario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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