Riflessioni sui diari di Bruno Trentin

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Nel giugno dello scorso anno, a dieci anni dalla morte, sono stati pubblicati i diari di Bruno Trentin, segretario generale della Cgil dal 1988 al 1994 (Bruno Trentin, Diari 1988-1994,a cura di Igino Ariemma, Ediesse, pp. 520). I diari sono relativi proprio al periodo in cui Trentin è stato segretario della Cgil, periodo nel quale si è assistito a un passaggio d’epoca (il crollo del comunismo, la fine dei partiti di massa, l’avvio della rivoluzione digitale…). In quegli anni Trentin si interroga con grande libertà e acutezza sui cambiamenti in atto e cerca di dare al sindacato un nuovo ruolo, meno ideologico, incentrato sui diritti, sulla partecipazione, sulla soggettività operaia.

Quella che pubblichiamo è una riflessione sul contenuto di questi diari, comparsa sul sito della Casa della Cultura di Milano ( le frasi riportare in corsivo nel testo sono tratte dai Diari di Trentin).

 

Trentin è un eminente uomo di cultura, impegnato nel sindacato. E’ uomo di cultura e sindacalista.

Suo padre è professore di Università e uno dei leader dell’antifascismo. Lui nasce e vive in Francia, e ciò che gli consentirà  rapporti di prima mano con la cultura francese (una fotografia lo ritrae ancora giovane a cena con Sartre e Simone de Beauvoir). Per completare  la  tesi di laurea frequenta per diversi mesi l’Università di Harvard, ospite di Gaetano Salvemini.  Passa poi più di 10 anni all’Ufficio Studi della CGIL , dedicandosi allo studio.

Quando nel 1962 terrà la relazione sul neocapitalismo che lo rende noto al pubblico cita molti autori americani, che pochi conoscevano in Italia (uno di questi era il prof. Romani che infatti loderà lo scritto).

Questa premessa serve a dire che Trentin aveva la capacità e la preparazione per misurarsi sulle problematiche teoriche e strategiche.  Il mio intervento è su questo perché questo è il contenuto del libro. Non entro invece nelle vicende sindacali di quegli anni perché non ne ho né la conoscenza né la competenza storica necessaria per affrontarle.

Posso solo aggiungere un’ opinione personale: spesso gli scritti di Trentin sono a posteriori, cioè sono riflessioni culturali su ciò che è avvenuto. Così si può dire che se il libro “La città del lavoro”, quello teoricamente più importante, fosse stato scritto negli anni ’70 e non nel 1997, avrebbe avuto un ben diverso effetto politico.

 

 Il contesto

 

I diari descrivono il crollo di un sistema, di un mondo  con le sue ideologie, le sue posizioni,  la sua memoria, rapporti, convinzioni, responsabilità, militanza. Crolla tutto. C’è chi lascia, chi non ci crede più, chi si attacca a qualche frammento, chi pensa solo a sistemarsi, chi si riduce alla pura  gestione.

Si assiste a uno sfacelo, a una decomposizione continua.

La crisi è partita dal comunismo e di questo soprattutto parla Trentin, ma in quegli anni con Tangentopoli scompaiono anche il PSI e la DC; dunque la CGIL è più colpita, ma la CISL non ne esce indenne; soprattutto le masse perdono gli orientamenti cui erano abituate, più nessuno parla loro dei valori con le quali erano cresciute.  E questo pesa  enormemente sull’intero sindacato. Non solo i partiti  ma anche il sindacato ha mancato di fare una riflessione  seria (alcuni anni fa in un’indagine  Fiom  lombarda risultava che circa un quarto degli iscritti votava Lega).

 

  • Un patrimonio che va disperdendosi in mille rivoli senza preoccuparsi di trovare le ragioni attuali di un nuovo stare insieme
  • Si divaricano le anime del PCI
  • In una sinistra senza valori e senza regole, esibizione di sé rivendicata come diritto al dissenso
  • Ieri c’era la fiducia delle masse nella ineluttabilità della storia e della fede in un modello di società, adesso si pone l’esigenza di mutare qui e ora la loro condizione.
  • Una sinistra che continua a sbranarsi per la spartizione del proprio passato
  • Regressione e dilettantismo di Ingrao, fallimento di tutta una generazione, estremismo parolaio di fronte alla tragedia incombente.

 

La posizione di Trentin

 

In queste condizioni l’orientamento di Trentin costituisce un tentativo  di ricostruire una prospettiva

generale di trasformazione che riprende alcuni temi marxisti, criticandone e abbandonandone altri.

La sua è una versione strategica-politica che sostituisce quella di ieri (quella dominante nella

tradizione comunista e in particolare quella del PCI)

In questa visone è compreso il sindacato, si può dire che sia una visione che riguarda tanto la politica che il sindacato.  Si chiede molto ad entrambi: al sindacato si chiede di avere una  visione politica che va oltre il sindacato, alla politica si chiede qualcosa che è al di fuori della sua storia, quella di considerare la critica della condizione di lavoro come la leva fondamentale per la trasformazione della società.

La sua proposta si presenta dunque come un compito immane e smisurato, improbabile.   In questo Trentin si trova solo: solo tre volte, solo a sostenere l’esigenza di una nuova prospettiva  generale, solo  nella sua proposta specifica in cui nessuno crede,  solo nel sindacato.

Qui sta la sua delusione e il suo dramma.

E’ da sottolineare che  questa iniziativa/elaborazione rappresenta un compito immane e smisurato

 

  • Ferita aperta con tante persone amiche o stimate con cui c’è una frattura non tanto politica, quanto morale
  • Una volta si infondevano valori tra i lavoratori. Questa memoria non esiste più per milioni di lavoratori……Ognuno cerca una soluzione individuale
  • Meschinità di fronte ai problemi che incombono e che dovrebbero essere presenti ad ogni

persona consapevole dei doveri di militante di una solidarietà di classe.

  • I valori di ieri (lotta di classe, conflitto sociale, solidarietà) sono come sepolti, coperti dai nuovi

messaggi dei media

  • La pulsione prevalente è quella della divisione

 

La proposta di Trentin

 

Il fulcro  fondamentale della  critica di Trentin è il fatto che nella tradizione marxista si sia data priorità allo sfruttamento sull’oppressione. Sfruttamento significa formazione del valore e del plusvalore, momento economico, formazione del capitale, e in quanto tale momento interno al capitale.

La battaglia, la lotta diventa così tutta economica.

Ma l’oppressione dell’operaio, la sua riduzione in una condizione di inferiorità e subalternità viene  prima ed è lo strumento che rende possibile lo sfruttamento. Dunque la lotta contro l’oppressione vuol  dire valorizzazione del lavoro, autonomia, libertà (sono evidenti  i riferimenti a Simone Weil).

Tutte le battaglie del movimento operaio sono state o per la conquista del potere, ma poi si è pensato in termini esclusivamente economici (valore), oppure per la conquista del governo, ma sempre rivendicando per i lavoratori benefici economici, più benessere,  benefici che assumono la veste di una  politica risarcitoria rispetto ai diritti e alla libertà, perché l’oppressione viene dimenticata.

Pesa su questo anche una tradizione  tanto gramsciana che leninista che considera la tecnologia come un dato, una realtà immodificabile, per cui non ci sono possibilità di cambiamenti reali in azienda (è la critica dell’accettazione gramsciana e leninista del taylorismo).

Se non si può cambiare la fabbrica, allora ogni possibilità di cambiamento si sposta sul piano politico, che sia la rivoluzione o l’andare al governo. Ma  questo provoca una scissione fondamentale tra l’azione sociale e quella politica; la prima non è più la base reale della trasformazione, diventa una cosa a sé e di secondaria importanza e l’azione politica diventa autonoma.  Al sociale ci si riferisce solo strumentalmente.

  • Analisi sempre limitate alla produzione di valore e concetto ossificato di lavoro produttivo
  • Stato (comunista) autoritario che poi garantisce diritti al possesso invece che diritti di libertà
  • Primato assegnato al problema dello sfruttamento e quindi dello sviluppo, solo temperato dal risarcimento            
  • Riformismo redistributivo oggi di moda del tutto incapace di cogliere nell’organizzazione e nella trasformazione del lavoro il cuore della questione politica
  • Human relations uguali alla meritocrazia socialista. Il lavoro è immodificabile ma lo si compensa umanizzandolo.
  • Il lavoro non può essere solo scambio economico/contrattuale, perché in esso si esprime la soggettività della persona

 

La critica al sindacato

Dalla concezione politica deriva logicamente la critica al sindacato (più a Carniti, che a Marini e D’Antoni), perchè  Carniti  rappresenta,  è una mia opinione, una visione esplicitamente  solo sindacale, cioè slegata da una prospettiva politica generale.

Le critiche sono sostanzialmente due:

  1. L’impossibilità da parte del sindacato di svolgere un’azione dotata di significato senza possedere una prospettiva strategica generale, una visione della società.
  1. L’inevitabile tendenza del sindacato a conformarsi con l’orientamento generale del risarcimento, dei benefici economici, rinunciando alla lotta di trasformazione della condizione di lavoro.

E’ evidente che la concezione di Trentin riguarda tanto la politica quanto il sindacato, l’orientamento dell’uno trascina quello dell’altro.  Questo è un nodo complesso su cui riflettere  perché la  prospettiva  delineata ha un carattere apertamente politico, ma  appare che il compito primo e più importante spetti al sindacato, dato che parte dalla fabbrica.  Da una parte potrebbe costituire  il contributo proprio, specifico del sindacato all’interno della prospettiva politica  delineata (superando una divisione  netta dei ruoli tra sindacato e partito, ma senza tornare naturalmente ai passati rapporti di dipendenza) dall’altra la prospettiva da aprire è molto più  ampia, in quanto prospettiva politica che non riguarda solo i partiti, ma che investe piuttosto l’intera  società civile.

  • No alla contrattazione per la contrattazione
  • La contrattazione non può essere il fine del sindacato, è solo un mezzo
  • No a formule globali, aritmetiche, uniformi come la riduzione dell’orario di lavoro e il reddito minimo garantito

Trentin formula anche alcune proposte di indirizzo.

  • Conflitto insieme al progetto
  • Formulare nuovi diritti positivi, prima di tutto individuali
  • La politica sociale rivolta ad azioni positive con soglie minime
  • Sperimentazione di autogoverno del lavoro creativo, superando il contenuto autoritario dei millenarismi (con delega del potere a pochi) con la partecipazione diretta e responsabile di tutti i protagonisti della proposta utopistica (profeti e attori) superando così definitivamente nell’ideologia della sinistra di derivazione marxista e non solo la separazione tra governanti e governati.

 

Il socialismo

Nei Diari ci sono anche interrogativi più di fondo, che ritornano spesso,  appena accennati: che cosa è il socialismo (termine che Trentin usa molto più abbondantemente che comunismo? C’è una risposta chiara: il socialismo è un processo, non un sistema. Rifiuto quindi di un modello predefinito di società.

Ci sono critiche molto precise al comunismo, per l’economicismo, la presunta scientificità,  il sistema totalizzante.

Anche gli esempi che Trentin riporta in un altro scritto di “elementi di socialismo” sono  del tutto condivisibili senza bisogno di chiamarsi socialisti (mi riferisco al volume “La libertà viene prima” dove si citano come “elementi di socialismo”: le pari opportunità, il welfare di comunità, il controllo sulla organizzazione del lavoro, la diffusione della conoscenza come strumento di libertà ).

Il socialismo diventa una prospettiva ideale, di progresso sociale aperto, dove ciò che conta  è una  realtà del lavoro e della società dove i lavoratori possano essere più liberi, superando la condizione di illibertà dovuta alla dipendenza.

 

  • Assumere la democrazie e i diritti della persona come fine di un movimento socialista o comunista – poco importa – che non accetta né l’immutabilità di questo capitalismo né la predefinizione compiuta di un modello di società superiore
  • Il socialismo come sistema totalizzante e computo, come fine della storia
  • Oggi il socialismo si costituisce a partire dai diritti della persona umana
  • Socialismo come processo attraverso la democrazia. Socialismo come autorealizzazione dell’uomo nel lavoro e nelle molteplici attività da lui scelte. Socialismo come diritto ad un lavoro scelto, socialismo come massima espansione dell’economia , ma anche dei saperi e della conoscenza.
  • Il comunismo di cui nessuno porrà decretare la fine è quello delle idee, delle utopie (Campanella, Fourier, Owen, Marx) dei movimenti reali che mettono al centro dei loro obiettivi la liberazione dell’uomo su questa terra, in questa storia.

 

La transizione

Rimane un ultimo problema su cui Trentin è esitante.  E’  scontata la scelta della democrazia.

Ma essa era posta come una prospettiva di transizione, non un puro mezzo, una scelta strumentale, ma una strada verso il socialismo (democrazia progressiva).

Ma via via l’idea di transizione si è andata perdendo. Come conciliare  democrazia e lotta di classe?  La democrazia può assorbirla e quindi costituire la risposta generale?

Il PCI nella prima fase del dopoguerra aveva un’idea di transizione, ma vista soprattutto come  realizzazione compiuta della democrazia liberale in un’Italia considerata ancora arretrata, ma poi non  ha saputo andare oltre, non è stato in grado di assumere le nuove contraddizioni.

  • Si accetta per ragioni di democrazia il sistema capitalistico, senza vedere la crisi di organizzazione della produzione. Sfuma così man mano anche il fine.
  • Le quattro contraddizioni che il Pci non riuscì a integrare in una nuova strategia:

1.Pace e riconversione

2.Rivolta femminile

3.Contestazione della divisione tecnica del lavoro

4.Rivolta ecologica

–     Come può l’evoluzione democratica assorbire la lotta di classe?

 

Considerazioni

  1. Non si può non concordare con l’affermazione fondamentale della necessità di una nuova prospettiva politica generale che comprenda il lavoro. Se non si parla più di classe operaia i lavoratori sono comunque milioni in Italia e miliardi (circa 4) nel mondo; è impossibile pensare che si possa innovare o trasformare la società senza di loro. E’ urgente ridare a questi lavoratori  una prospettiva per cui lottare. Però, forse, la prospettiva di Trentin non è sufficiente per affrontare tutta la complessità della situazione attuale (globalizzazione, finanza, populismo, nazionalismo, ecc… ).  Questa prospettiva politica generale, collocata in una prospettiva democratica, sembra  richiamare/esigere un’idea diversa e più ampia di democrazia. E’ il tema che una volta era stato definito come “democrazia progressiva” (poi lasciato cadere perché  è calata la guerra fredda e lo scontro ideologico) e che oggi, magari con un altro nome, potrebbe essere ripreso, perché si tratta di realizzare, non a livello rappresentativo, ma nella società civile, forme di democrazia (sociali, economiche, civili, culturali)sempre più ricche e avanzate.

Un esempio. Ci sono 3.000 aziende in Italia che hanno realizzato accordi partecipativi. Forse siamo arrivati poco preparati. Avrebbe potuto essere un’occasione importante per un salto din qualità della democrazia in azienda.

Il discorso potrebbe essere anche più  ampio; è un momento di grande trasformazione produttiva ed economica; i momenti di trasformazione sono quelli che più si prestano a grandi svolte anche sociali, però bisogna essere pronti.

2. Anche assumere la liberazione del lavoro come punto di partenza costituisce un’ affermazione da condividere. Anche qui il discorso merita forse un completamento. E’ utile a riguardo fare ricorso al pensiero di Axel Honneth, secondo cui il socialismo va rivisto in base a tre fattor1.

  • Non esiste più un modello di società futura
  • Gli obiettivi per cui si lotta non sono solo economici, ma anche civili, di identità, ecc… (Honneth sostiene che alle origini il socialismo ha ritenuto che i diritti civili fossero acquisiti per tutti ed era necessario, con la battaglia economica ,mettere gli operai nelle stesse condizioni delle altre classi. Da qui la priorità/esclusività assunta storicamente dalla lotta economica).
  • Il soggetto non è più uno solo, il movimento operaio, ma ci sono più soggetti.

A me sembra che Trentin avesse presenti questi problemi, ma sia per priorità, sia per preparazione personale si sia rivolto sostanzialmente al lavoro.

Queste riflessioni sono importanti perché lo sviluppo democratico, lo sviluppo di quella che Honneth chiama “libertà sociale” non solo è uno sviluppo su più fronti, ma con connessioni  e interdipendenze  rilevanti. In questi anni recenti il progresso civile maggiore è avvenuto grazie al movimento  delle donne, così come in passato  abbiamo ricevuto molto dal movimento degli studenti.

Non si tratta di ragionare in termini di alleanze, ma piuttosto di avere  una visione pluralista, molteplice, di chi porta avanti  delle libertà sociali ed essere in grado  di collegarsi culturalmente e quando opportuno anche apertamente ai movimenti che aprono la strada.

  1. Socialismo, capitalismo, democrazia.

Trentin, a dire di Ariemma, rimane socialista. Per fedeltà alla sua storia, per il senso di dovere di non abbandonare la nave in pericolo, perché la sua scelta comunista era  quella di stare dalla parte dei lavoratori. Possiamo anche dire che sino a quando c’è il capitalismo è giustificato il socialismo.

Però Trentin si pone seriamente il problema della democrazia che non è solo un mezzo, ma anche una prospettiva (un fine) che contiene in sé la possibilità di  trasformare la società, cioè può sostituire la lotta di classe nell’affermare i diritti e la libertà.

In questi appunti il problema è posto in modo interrogativo, nel libro “La libertà viene prima” c’è una più chiara affermazione a favore della democrazia. D’altra parte quando parla di “elementi  di socialismo” si tratta di obiettivi sociali (pari opportunità, welfare di comunità, controllo dell’organizzazione del lavoro, diffusione della conoscenza come strumento di libertà) largamente condivisibili, si chiamino o meno socialisti.

Se per democrazia non intendiamo la democrazia rappresentativa, ma abbiamo in mente una società dove si partecipi sempre più alla pari, dove ci sia una larga possibilità di esprimersi e di realizzarsi, dove ci sia un’ampia “libertà sociale” come la definisce Honneth  (cioè una libertà individuale estesa a tutti, almeno potenzialmente), questa è nello stesso tempo la nostra strada e il nostro ideale.

Il discorso di Trentin risponde  ad una questione fondamentale da cui partiva anche il discorso di Marx: come superare la condizione di dipendenza dei lavoratori, dunque come affrontare il capitalismo. La risposta a questo problema è stato il socialismo sovietico o un socialdemocrazia sempre più sbiadita. Trentin pensa invece  che il punto di partenza per  affrontare il problema sia la lotta in fabbrica per conquistare libertà, possibilità di espressione ai lavoratori (piuttosto che pensare ai cambiamenti di proprietà , che ripropongono inevitabili gerarchie di poteri, governanti e governati).

Da questo cambiamento/evoluzione si dovrebbe determinare una realtà del tutto diversa della società civile, in quanto i lavoratori uscirebbero dalla loro dipendenza.

Anche questa rappresenta un po’ una “condizione” preliminare, però mentre la presa del potere costituiva una “condizione” in presenza di masse non in grado di partecipare, con la conseguente deriva dittatoriale, in questo caso si dovrebbe realizzare una estesa e rilevante partecipazione di masse attive e preparate.

Dunque per Trentin  risolvere il problema della dipendenza dei lavoratori è la condizione per aprire la strada ad una prospettiva democratica  del tutto inedita, la cui forza è la libertà dei lavoratori e dei cittadini, in grado di affrontare il problema della società capitalistica.

 

Sandro Antoniazzi

(ottobre 2017)

 

 

 

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