Occorre un sindacato innovativo e unitario per rilanciare il lavoro

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Il lavoro è solo l’altra faccia dell’economia. Per questo, fare leggi sul lavoro come se il lavoro fosse un problema a sé stante, avulso dall’economia, non ha alcun senso, anzi costituisce un inganno e una perdita di tempo.

In questa categoria metterei i provvedimenti del ministro Fornero di cui è difficile comprendere la logica. Probabilmente l’idea originaria stava in uno scambio: i sindacati avrebbero dovuto accettare un’apertura sull’articolo 18, di contro gli imprenditori avrebbero consentito a limitare le molteplici forme contrattuali precarie.

Questo scambio non è andato in porto e a quel punto gli interventi sono diventati confusi e  inconcludenti. Inoltre, continuare a cambiare le norme senza un chiaro indirizzo non fa che aumentare la fatica  per adeguamenti formali e l’adozione di nuove procedure: cose che andrebbero francamente evitate.

Mi permetto di esprimere qualche perplessità anche su quella che mi sembra costituire l’idea cardine del sindacato in tema di lavoro precario: facciamolo pagare di più del lavoro normale in modo da scoraggiare l’imprenditore. Questa concezione si regge sul presupposto che il lavoro stabile a tempo indeterminato costituisca il modello standard ideale: non solo quello preferibile, ma anche quello a cui tendere costantemente considerando le altre forme contrattuali dei casi meno validi, tanto peggiori tanto più si allontanano da quel modello.

In realtà oggi si dovrebbe prendere atto che in un universo economico globale, dove tutto è flessibile, anche tante forme di lavoro sono flessibili: dunque, invece di  sforzarsi di riportare tutto il lavoro alla fattispecie del lavoro a tempo indeterminato, accanto a questo si dovrebbero individuare forme  adeguate di tutela del lavoro flessibile (naturalmente dove questo evidenzia ragioni oggettive).

 

Per venire al “che fare” in tema di occupazione, gli interventi da mettere in cantiere presentano diversa temporalità e rilievo. Ci sono interventi immediati, che si possono e soprattutto si devono realizzare tempestivamente:

1)      non far pagare tasse e contributi sociali per le nuove assunzioni di giovani per uno o due anni;

2)      sciogliere gli enti locali dai vincoli del patto di stabilità, almeno parzialmente, per rendere possibile il pagamento dei fornitori e l’avvio di nuovi lavori;

3)      ridurre per le aziende i costi energetici e il cuneo fiscale, decisamente sproporzionati rispetto ai concorrenti esteri.

Si tratta di alcuni esempi, fra gli altri, di cose da fare subito, perché concrete e  nello stesso tempo importanti simbolicamente per dare l’idea della possibilità di riprendersi.

Sul medio-lungo periodo i problemi si fanno più complessi, perché inevitabilmente ci si scontra coi temi di fondo della situazione italiana. In proposito le due questioni  più importanti sembrano  essere: un intervento drastico sul debito pubblico e un serio impegno a rendere efficiente l’Amministrazione Pubblica, ancora troppo burocratica, lenta e dispersiva.

A queste aggiungerei un tema essenziale per il lavoro, ma generalmente trascurato, quello della formazione professionale.

Le Regioni che avevano questo compito si sono dedicate ad altro, misconoscendone l’importanza; una formazione professionale degna di questo nome, realizzata a stretto contatto con le aziende, continua nel tempo e costantemente innovatrice, è fattore essenziale per lo sviluppo qualitativo delle nostre imprese.

 

Ma se vogliamo cercare una risposta più sostanziale e di prospettiva alla questione del lavoro e della occupazione, allora occorrono scelte ideali e politiche di ben altra dimensione.

La crisi, se è partita dalla finanza, riguarda l’insieme dell’economia; riguarda cioè quell’idea e quel sistema di sviluppo illimitato trainato da consumi sempre più vistosi, che è impensabile che possa riprendere come prima.

Se si è d’accordo su questa affermazione, allora si tratta di procedere in termini di una progressiva  innovazione del sistema, mirando ad un’economia di rispetto dei beni naturali, di risparmio energetico, di valorizzazione dell’agricoltura, di ripristino e di implementazione di forme mutualistiche e di cooperazione.

Accanto a un settore che opera sul piano internazionale e dove occorre realizzare la massima cooperazione possibile tra imprenditori e lavoratori per poter competere con successo, si devono  valorizzare forme di lavoro molto differenziate, nuove, personali, di gruppo, solidaristiche.

Nel campo agricolo stanno affermandosi tante nuove iniziative: Gas, KmZero, filiera corta, orti urbani, agricoltura periurbana multifunzionale e di prossimità, che al di là del loro peso quantitativo (comunque in crescita) stanno determinando una nuova cultura positiva relativamente al cibo, al territorio, al rapporto città-campagna.

Nel campo dell’energia ormai si diffondono le nuove fonti. Qui il problema sta nel compiere le scelte giuste. E’ bene evitare la realizzazione di grandi centrali solari o impianti eolici che inquinano anche più delle vecchie centrali e puntare su piccoli impianti, sul risparmio dell’energia, sullo stimolo a rendere autonomi energicamente piccole industrie e palazzi (ciò che comporta lavoro e responsabilità personali).

Un grande campo di lavoro è rappresentato sempre più dai servizi. Nel campo sociale, a integrazione del welfare state, vanno introdotte rapidamente forme mutualistiche e solidaristiche: esse sono nel contempo occasioni di lavoro e di socialità.

In sostanza, occorre agire contemporaneamente sui grandi problemi nazionali, come su una varietà di temi locali che mettono in moto l’iniziativa personale e sociale.

 

La grande difficoltà a rendere possibile tutto questo, a promuovere e sostenere un grande processo di cambiamento radicale del nostro sistema economico, è la mancanza di un soggetto collettivo forte, che assuma con convinzione questi obiettivi e si impegni in una battaglia politica e sociale che si presenta lunga e di grande portata.

Un compito fondamentale a riguardo (certamente non esclusivo) spetta al sindacato, un sindacato che prenda atto della fine dello sviluppo illimitato da cui far derivare i benefici per i lavoratori e che diventi un soggetto attivo e protagonista della nuova economia.

(Si pensi solo al fatto che da oltre 30 anni  in Italia, quanto negli USA, in Cina o in India, aumenta la diseguaglianza, giunta ormai ad un livello inaudito non solo di ingiustizia ma di danno allo sviluppo, e il sindacato non è stato in grado di opporvisi significativamente, perché il problema andava affrontato a monte, nel cuore stesso del meccanismo economico).

Parlo naturalmente di un sindacato unitario (fortunatamente qualcosa si è mosso in tempi recenti).

Un sindacato non unitario può esprimere ben poco al di là della propria opinione.

Solo un sindacato unitario può rappresentare l’enorme pluralità attuale dei lavoratori, dando loro forza e prospettiva e quindi rendendoli protagonisti del cambiamento.

Per far questo è necessario che al più presto si attrezzi di una cultura economica e sociale all’altezza dei cambiamenti necessari, per ritornare ad essere soggetto di trasformazione.

 

                                                                                                             Sandro Antoniazzi

 

Maggio 2013

2 Comments

  1. Tutto buono e interessante. Mi sembra perô che stiamo sempre nel solco del sindacato confederale tradizionale. Un colpo d’ala forse è necessario per non sprecare le poche risorse disponibili nel solito modo “a pioggia”. Responsabilità sociale d’impresa, legalità e rendicontazione sociale devono essere il vero discrimine degli incentivi (aziendali, territoriali e di welfare integrativo) alle imprese e ai lavoratori per una nuova economia responsabile e comunitaria.

    • Rispondo a Battista. Sono d’accordo sulle cose che dice. Se però in un breve articolo occorre dire cose essenziali e prioritarie, non cambierei lo scritto. D’altra parte mi era stato chiesto cosa si doveva fare a livello politico nazionale. Se imprese o gruppi vogliono operare, non hanno certo bisogno di insegnarli niente.

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