Letta, buoni propositi e un’ipoteca

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Lo si deve notare a modo di premessa: sull’impresa che si è accollato Enrico Letta, sul plebiscitario consenso interno e sull’esorbitante carico di attese esterne al PD, grava il macigno di un’ipoteca: quella dell’ambiguo unitarismo delle correnti. Egli stesso se ne è  mostrato consapevole da subito, all’atto stesso della sua accettazione. Quando appunto invocò verità e lealtà, non ipocrita unanimismo. Un nodo che sta tutto ancora lì, anche per il modo sbrigativo e per l’appunto unanimistico della sua “incoronazione”.
Troppo grande la sproporzione tra le parole come pietre con le quali Zingaretti ha motivato le sue dimissioni e la soluzione varata in meno di una settimana. Tuttavia, per una volta, facciamo un atto di volonterosa apertura di credito: diciamo che a spiegare un’investitura tanto estemporanea e corale è lo stato d’eccezione del PD e del paese e sospendiamo il giudizio. Pronti a rivederlo. Per intanto, si possono apprezzare le intenzioni. In primo luogo, quella di sfidare e disarticolare le correnti artificiose che, manifestamente, hanno causato l’abbandono di Zingaretti.  A loro volta figlie, le correnti, di un partito afflitto dal governismo. Cioè dalla “condanna” che il PD volentieri si è sempre autoinflitto di stare al potere anche quando non vince le elezioni. Letta lo ha enunciato: non si sta al governo ad ogni costo, né per un malinteso senso di responsabilità. La via maestra è quella di andarci vincendo le elezioni. Se non ho inteso male, tutta la strategia lettiana prende le mosse da qui. Dalla scommessa di vincere. E’ forse questo il significato meno equivoco della tanto evocata vocazione maggioritaria.

Mi spiego: oggi si sostiene con convinzione e lealmente il governo Draghi, inteso come governo di tregua dentro uno stato di necessità. Ma già sin d’ora traguardando al futuro. Imperniato su tre capisaldi: l’identità del PD, il rapporto partito-società, il suo posizionamento nel quadro politico italiano.

Sul primo, decisivo punto, Letta ha scandito tre assunti e due metafore: progressista nei valori, riformista nel metodo, radicale nei comportamenti; anima e cacciavite. Traduco in categorie classiche ma per nulla desuete: un partito moderno, riformista e di governo, ma inequivocabilmente di centrosinistra, che fa una chiara scelta di campo. Il cui asse ideologico e programmatico è quello della sostenibilità sociale ed ambientale. L’annuncio della decisione di riproporre lo ius soli (pur sapendo che esso non rientra nel programma dell’esecutivo Draghi) ha un doppio significato: sia di posizionamento (di sinistra), sia di prospettiva. Come a dire: si sta al governo ma nella consapevolezza che in esso non si dispiegano adeguatamente l’orizzonte ideale e il programma politico del PD.

La forma partito e il rapporto partito-società  sono forse il terreno che prescrive il più totale rovesciamento: partito aperto, di popolo, del territorio, di prossimità, del lavoro e dei giovani. L’esatto contrario del partito dei vecchi, dell’establishment, delle aree ztl, del più consumato professionismo politico.
Qui si situano anche alcuni impegni che, depurati di una scorza populista, tuttavia rispondono a una genuina domanda di trasparenza, sobrietà, partecipazione. Penso al superamento delle liste bloccate, al contrasto al trasformismo parlamentare, alla democrazia digitale e deliberativa (senza indulgere al mito fallace della democrazia diretta).

La missione e il posizionamento? Un PD baricentro e motore di un nuovo centrosinistra, di un campo democratico vasto, plurale e inclusivo di forze politiche e civiche, nitidamente alternativo alle destre. Nel quadro di un ripristinato bipolarismo, cioè nel solco dell’esperienza e dell’ispirazione dell’Ulivo. Dopo il deragliamento del velleitario, forzoso bipartitismo veltroniano, del partito della nazione centrista renziano, del tripolarismo prodotto dall’irruzione del M5S ora decisamente avviato a una chiara opzione di campo.

Vasto e impegnativo programma, si dirà. Perché si possa sperare che esso abbia chance di riuscita, tra le altre, devono prodursi due decisive condizioni. La prima, come non a caso ha notato Prodi – il padre dell’Ulivo tanto evocato da Letta come suo mentore insieme ad Andreatta -, una legge elettorale di ispirazione maggioritaria e comunque non proporzionale, che incentivi le coalizioni (e il bipolarismo) sulle quali Letta ha detto di scommettere. E’ questione cruciale che retroagisce sul profilo identitario del PD. Letta si è dichiarato del medesimo avviso, affezionato al Mattarellum. In realtà, di recente, il PD si era attestato semmai su una legge elettorale di stampo proporzionale. Di nuovo: mosso dalla paura di perdere, anziché dalla fiducia di vincere. Comunque un nodo decisivo da sciogliere.

La seconda condizione, soggettiva, riguarda lui, Letta. Lo abbiamo conosciuto come politico moderato, mediatore, con una vena tecnocratica, interno all’establishment sin dalla tenera età; ma egli ci assicura di essere un po’ cambiato nella parentesi lontana dalla politica attiva, anche perché è cambiata la fase e si è dedicato a formare giovani. Ed effettivamente di un Letta più assertivo, più empatico, più movimentista, più di sinistra (ecco: l’ho detta la parola impronunciabile) ci sarebbe bisogno anche per riconciliarsi con un popolo disperso e smarrito. Dunque, anche un Letta che resista alla tentazione di risolvere la mission e l’identità del PD nel governo Draghi. Una tentazione cui il Letta prima maniera sarebbe stato più incline. Nel suo intervento vi è traccia della consapevolezza dell’esigenza di uno scarto, di sostenere il governo, ma di progettare il dopo e di coltivare ambizioni più alte. Il tempo (non molto, in verità, a sua disposizione) ci dirà se è così.

 

Franco Monaco

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  1. L’ho detto e lo ripeto: ho apprezzato il discorso di Letta all’Assemblea Nazionale del PD che l’ha eletto Segretario e ancor più ho apprezzato le ragioni morali che stanno alla base della sua decisione di lasciare tutto gli incarichi retribuiti per occuparsi solo del PD a costo zero.
    Quel discorso è il suo programma votato quasi all’unanimità (condivido la traduzione che né fa Franco Monaco: “un partito moderno, riformista e di governo, ma inequivocabilmente di centrosinistra”), e queste ragioni sono un’eccezione e un esempio per la politica.
    Per tutto questo Letta merita di essere sostenuto anche da chi è solo elettore del PD, soprattutto ben sapendo che in questo PD l’essere “partito”, cioè “parte” di qualcosa di unitario e più grande, è secondario rispetto al gruppo (corrente) nel quale ti riconosci e che ti sostiene e difende e considera il “partito” utile solo per le finalità del gruppo (corrente) e dei suoi componenti.
    Non dimentico, perché sono ancora presenti nel PD, i “franchi tiratori” che non hanno votato Prodi, così come non mi convince l’unanimità di facciata che ha eletto Letta, pronta a mettere in atto tutti i distinguo e i condizionamenti (ricatti) possibili pur di salvare gli spazi e le prerogative dei singoli e dei gruppi (correnti).
    Chi conosce bene il PD perché ne è stato segretario, Pierluigi Bersani, risponde preventivamente a Letta dicendo che lui non torna in questo PD, ma lo invita a lavorare per costruire una cosa nuova. Credo sia questa una proposta che Letta dovrebbe prendere in considerazione anche perché non mette in discussione nulla delle proposte contenute nel suo discorso all’Assemblea.
    Se questo avvenisse sarebbe un passaggio decisivo per la costruzione di una alleanza di centro sinistra decisamente competitiva e vincente rispetto al centro destra e destinata a durare nel tempo. Intraprendere questo percorso significa anche affrontare il tema della legge elettorale, come dice Prodi, “di ispirazione maggioritaria e comunque non proporzionale, che incentivi le coalizioni (e il bipolarismo)”.

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