Grazie don Enrico, sei stato un parroco, un uomo, molto in gamba

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E’ morto ieri 15 marzo don Enrico Ghezzi, un sacerdote lombardo (era nato a Cernusco sul Naviglio 83 anni fa), che ha unito passione intellettuale e passione pastorale nella sua vita di parroco, vissuta sempre a Roma, prima al Labaro poi all’Eur. Gianni Di Santo, redattore di “Segno nel mondo”, periodico dell’Azione cattolica, ne ha scritto ieri sull’inserto di Avvenire dedicato alla diocesi di Roma: un articolo pieno di stima (“Don Enrico Ghezzi: una vita da educatore e parroco, al servizio della diocesi”); lo ha potuto fare anche perché lo ha conosciuto fin da ragazzo, a Labaro, quartiere alla periferia nord di Roma in cui abitava. Gianni Di Santo ricorda che a Labaro don Enrico sperimentò una pastorale che teneva insieme attenzione quotidiana alle persone più fragili e impegno a educare all’intelligenza della fede  e alla dimestichezza con la Parola di Dio.

Al Labaro, alla parrocchia di San Melchiade, rimase dal 1976 al 1991, gli anni più vivaci della società italiana e anche della chiesa italiana. Due anni prima di cominciare il servizio pastorale al Labaro, quando era vice parroco a Sant’Eugenio, fu tra i promotori del convegno sui mali di Roma, con don Luigi Di Liegro e Giuseppe De Rita. Al Labaro, dove aveva avviato numerosi adulti ad un’esperienza entusiasmante di catechesi biblica, invitò a confrontarsi con la sua comunità gli esponenti più vitali del cattolicesimo democratico: da Giuseppe Lazzati a Pietro Scoppola, da Vittorio Bachelet a Paolo Giuntella.

Io ho conosciuto don Enrico in anni più recenti, quando era già stato chiamato a fare il parroco all’Eur, alla parrocchia di San Vigilio. Era la fine degli anni novanta, e avevo fatto amicizia con delle persone del Labaro. Mi colpiva vedere quanto attaccamento ci fosse ancora, tra molte persone, nei suoi confronti. Del resto lui tornava spesso a trovare le tante persone del Labaro a cui era legato da profonda amicizia. Una delle prime volte che lo incontrai di persona fu nel teatro parrocchiale della Chiesa di Cristo Re, in Prati, in uno degli incontri di spiritualità e di meditazione biblica che ogni tanto veniva organizzato lì dalle persone che lo stimavano. Era la parrocchia di Paolo Giuntella e di sua moglie Laura Rozza, di cui don Enrico era diventato amico.

Fu così che, quando nacque la rete c3dem, con il suo sito, mi rivolsi a lui per tenere una specie di rubrica su temi religiosi. Eravamo nel 2014. Don Enrico non era del tutto convinto che fosse una buona idea, ma alla fine accettò e tra il 2014 e il 2015 scrisse una ventina di articoli. Benché fosse entusiasta dell’arrivo di papa Francesco, era però consapevole del distacco crescente di tanti, soprattutto giovani, dal discorso di fede, dal confrontarsi con il Vangelo. A una certa stanchezza di molti cattolici – lui pensava – aveva contribuito, oltre alla secolarizzazione, la conduzione della chiesa italiana degli ultimi venticinque anni, meno conciliare e meno missionaria di quella degli settanta e dei primi anni ottanta. Don Enrico , benché avesse un carattere positivo, un po’ era deluso. Nei primi anni duemila aveva affiancato alla guida della parrocchia di San Vigilio uno studio intenso del vangelo di Giovanni, da cui uscì un volume di oltre 1300 pagine (Come abbiamo ascoltato Giovanni. Studio esegetico-pastorale sul quarto Vangelo), pubblicato da un piccolo editore bolognese nel 2006.

Sarebbe stato contento, don Enrico, di vedere la chiesa avere il coraggio di mettersi in un cammino sinodale, come diciamo adesso, cioè di provare davvero a “camminare insieme”, come esortava il titolo della lettera pastorale del 1971 del card. Pellegrino, arcivescovo di Torino. Forse questo avverrà. Ma impegnarsi in questa direzione è compito delle generazioni più giovani. La sua, quella degli anni trenta e quaranta, quella conciliare, ha dato tutto quello che poteva dare. Con generosità e con intelligenza.

Giampiero Forcesi

 

 

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