Landini, coalizione o agitazione sociale ?

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Se per un momento ci liberiamo dalla sovraesposizione e  quotidiana  visibilità mediatica del segretario della FIOM, Maurizio Landini, si può tentare di sviluppare una riflessione  pacata sul fenomeno, entrando un po’ nel merito di ciò che rappresenta.

Trattandosi di un sindacalista sembra opportuno partire dal suo campo proprio che è quello del lavoro. Qui i risultati della politica di Landini lasciano pochi dubbi, in senso decisamente negativo.

La sua più grande battaglia, quella contro la FIAT, iniziata a Pomigliano d’Arco, presenta una profonda sconfitta su tutta la linea: la FIAT marcia a gonfie vele a livello mondiale, assume anche negli stabilimenti italiani, sta lanciando i nuovi modelli dell’Alfa Romeo,  esprime un’iniziativa progettuale di grande rilievo, si dimostra una grande azienda in grado di affrontare la globalizzazione. Da ultimo:  da un’indagine autorevole del Politecnico di Milano risulta che tra i lavoratori FIAT quelli di Pomigliano sono coloro che si dichiarano più soddisfatti del nuovo lavoro, in quanto tecnologicamente più avanzato.

La FIOM continua a non firmare i contratti nazionali e spesso anche accordi aziendali, ma così facendo perde iscritti e rappresentatività. Certamente ai lavoratori fa piacere che esista qualche sindacalista che picchia i pugni, ma prima o poi chiedono anche conto dei risultati.

In un certa misura si può dire che Landini raccolga più consenso nell’area sociale che fra gli stessi lavoratori; quest’area sociale è oggi priva di un riferimento politico (nel senso ampio del termine) e dunque è ben disposta verso figure rappresentative emergenti.

Si può vedere in questo una prima semplice spiegazione della proposta di “coalizione sociale”: il minor rilievo del sindacato e anche la sua maggiore stabilità/rigidità trovano un contrappeso in una forma di alleanza che mette sull’altro piatto delle forze sociali più giovani, più movimentiste, più innovative, più di sinistra.

Se si  allarga un poco l’orizzonte si può considerare la più generale situazione in cui si trova la “sinistra”, priva di un partito di riferimento ideale-ideologico-politico, essendo il PD sempre più lontano dai vecchi partiti di sinistra ed essendo le forze minori (SEL e Rifondazione) troppo irrilevanti per svolgere questo ruolo.  Così tutte le varie componenti vecchie e nuove, le espressioni le più diverse del variegato mondo della sinistra vengono a confluire tutte nella CGIL (meno nella FIOM, trattandosi di una categoria singola, ma appunto Landini compete con la Camusso  per toglierle questo ruolo), che diventa l’ambiente rifugio, la comunità d’accoglienza, l’asilo di passaggio di tutti i dispersi, i delusi e di coloro che sperano  nella rivincita.

In mancanza del partito di “sinistra”,  la CGIL, storicamente il sindacato di sinistra, funge da soggetto raccoglitore provvisorio.  Era già successo con Cofferati, osannato all’esterno del sindacato non per i suoi meriti sindacali ma come possibile guida di un’alternativa di sinistra.

Questa  prospettiva, è bene ribadirlo, è sbagliata e dannosa.

Il sindacato ha sì un ruolo politico, ma questo nasce dalla sua funzione e deve esprimersi in mature elaborazioni  e proposte in campo economico, industriale, tecnologico, ambientale, oltre naturalmente nella primaria politica sociale.  Altra cosa è recepire l’esigenza di forze esterne  in cerca di un riferimento  e piegare il sindacato a questa prospettiva:  più presto ci si libera da questa  illusione meglio è per tutti.

Esiste in Italia un evidente spazio  per la costituzione di una forza significativa di sinistra, ciò che costituirebbe fra l’altro un fattore positivo di equilibrio della situazione politica. L’esempio di Syriza e di Podemos ha suscitato speranze e soprattutto ha favorito l’idea di poter fare qualcosa del genere anche in Italia. C’è pertanto chi vede nella proposta di Landini una non dichiarata intenzione di muoversi  in questa direzione, senza dover decidere oggi cosa fare domani, ma verificando nel tempo i possibili sviluppi dell’iniziativa.

Questa idea presenta due limiti oggettivi:

  • Il primo è che un’intesa-alleanza tra associazioni sociali già esistenti, con propri scopi specifici , e dunque condizionate in partenza, non sembra possano costituire un movimento sociale pronto alla politica (associazioni come Emergency e come Libera avranno i loro problemi interni a giustificare di volta in volta le posizioni che si assumeranno). Syriza e Podemos, al contrario, sono movimenti più direttamente sociali che si fanno soggetto politico.
  • Il secondo motivo, molto più rilevante, è che per fare una forza politica occorre avere una cultura, una strategia, una visione generale che sostenga l’orientamento in modo permanente e indirizzi le decisioni da assumere. Una prospettiva nuova, adeguata ai tempi e ai problemi,  può nascere solo se si prende atto che la storia di duecento anni della sinistra socialista e comunista è finita per sempre  e che bisogna metterci una pietra sopra, per ripartire su una base nuova.

Purtroppo la nostra sinistra, quella esterna e quella interna al PD, non si è ancora staccata da questa cultura e dunque non è in grado di rappresentare alcuna alternativa.

La questione prima e dirimente è sapere se si è legati alla vecchia prospettiva o si cerca di ragionare e operare in una nuova (per essere più espliciti: tra D’Alema, che sarà più di sinistra ma di una cultura superata, e Renzi, che sarà meno di sinistra ma dentro una cultura che guarda decisamente al nuovo, è  di gran lunga preferibile il secondo).

Da tutto questo Landini mi sembra al momento molto lontano e dunque c’è da attendersi  solo più agitazione sociale contro, piuttosto che proposte sociali e politiche pro.

 

Sandro Antoniazzi

 

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