La vera lezione britannica per la sinistra europea (e mondiale)

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Una vicenda grave (con risvolti tragicomici)

Come spesso succede nei nostri usi mediatici più deteriori, le vicende elettorali inglesi sono state subito piegate a letture mirate sugli orizzonti domestici. In particolare, per quanto riguarda l’area del centro-sinistra, che più ci interessa, si è infiammato il dibattito sul Labour di Corbyn e i suoi errori. Con Renzi subito ad approfittarne: «La sinistra radicale, quella estremista, quella dura e pura ‒ ha scritto su Twitter ‒, è la migliore alleata della destra». Insomma, tenetevi Corbyn e vince Johnson: messaggio chiaro. Per cui invece occorrerebbe, senza mezzi termini, riscoprire Tony Blair.

Niente di più sbagliato. Il punto fondamentale è che le elezioni inglesi sono state solo in minima parte paragonabili ad altre contese elettorali locali in nazioni europee, compresa l’Italia. Per tre non trascurabili motivi: il primo è che sono state combattute attorno al Brexit e al suo tragicomico seguito politico-istituzionale (accordo controverso, voto contrario del parlamento, elezioni senza risultato chiaro, nuovo accordo, nuovo voto contrario, …allora usciamo senza accordo); il secondo è che si tratta di un paese territorialmente sempre più diviso, anche, ma non solo, per conseguenza delle lacerazioni sul Brexit (infatti, va almeno ricordata la forte rinascita dell’indipendentismo scozzese, sconfitto non proprio drasticamente nel referendum del 2014 sulla divisione dal Regno Unito); il terzo motivo è che si vota (come solo negli Usa e in Canada) con il sistema del maggioritario secco «first past the post» (il primo prende tutto in ogni collegio elettorale).

Il combinato disposto di queste caratteristiche e delle recenti vicende politiche ha fissato le premesse del risultato. Lo spregiudicato e comunicativo Boris Johnson è riuscito a concentrare tutto il voto pro-Brexit attorno a sé, facendosi passare come l’unico capace di sciogliere l’aggrovigliato nodo, a tutti i costi. L’unico in grado di riportare ordine nel caos. Non a caso, è riuscito a «cannibalizzare» e a mettere all’angolo il partito del Brexit di Nigel Farage, reduce solo pochi mesi prima alle elezioni europee da un risultato notevole, con 5 milioni di voti (il 30%, pur calcolato su un elettorato ridotto al 37% degli aventi diritto). Dall’altra parte, invece, non solo l’elettorato contrario al Brexit si è trovato disperso e diviso tra partiti indipendentisti pro-europei, liberaldemocratici e laburisti (per altro, divisi all’interno, con Corbyn solo tiepido e incerto sul punto), ma a questa situazione si è anche aggiunta la crescita del voto allo Scottish National Party, che ha sfruttato il proprio tradizionale radicamento socialdemocratico, connettendolo alla chiara posizione europeista, per togliere parecchi seggi al Labour, in una zona in cui storicamente faceva man bassa di collegi. In regime maggioritario, è del tutto evidente che una posizione unita e coesa renda molto meglio di una posizione divisa e incerta.

Si spiega così la valanga di collegi (365 su 650) conquistati da Johnson, con un totale di voti (13.900.000) lievemente superiore a quelli di Teresa May nel 2017, che, fruttando solo 317 collegi, furono considerati quasi una mezza sconfitta. Il che la tenne sulla graticola per due anni. Al contrario, Corbyn, recuperando un linguaggio più deciso e tradizionale, era riuscito a far risorgere il Labour Party dalle condizioni perdenti in cui era finito al termine dell’era Blair e subito dopo (quando prendeva 8 milioni di voti): non ha vinto nuove elezioni fondamentalmente per il quadro sopra descritto, ma ha ricostruito un consenso, base di qualsiasi sviluppo possibile, riportandolo a 12.800.000 voti nel 2017, per perdere queste ultime elezioni pur senza crollare numericamente (10.300.000 voti). Salvando, fra l’altro, la maggioranza del voto giovanile, che rappresenta una risorsa cruciale in prospettiva.

Come si può agevolmente vedere, tutto ciò ha poco a che fare con l’estremismo presunto di Corbyn. Detto questo, non va però sottaciuto che l’austero leader ha fatto i suoi errori. Il principale è stato l’atteggiamento ondivago sul Brexit, proprio quando l’attracco europeista poteva essere un orizzonte in grado di offrire fiato al partito, data la follia autodistruttiva di Cameron, con la convocazione del referendum del 2016, e date poi le potenziali spaccature del fronte antieuropeo sul modo di gestire gli effetti della vittoria del «Leave». L’ha frenato un giudizio critico sulle politiche europee della stagione dell’austerity (comprensibile nella sostanza, ma molto ideologico e schematico nella forma). Poi è stato forse incauto nel modo in cui ha difeso le proprie critiche a Israele, tacciate, per altro e del tutto a torto, di antisemitismo, da parte di agguerriti media anti-laburisti, cui si sono prestati anche alcuni esponenti della comunità ebraica londinese. Infine si è mostrato un po’ troppo rigido e tradizionale nella sua critica al neoliberismo, utilizzando argomenti come le nazionalizzazioni in modo piuttosto schematico e con un gusto di retroguardia (si pensi allo sventolio del libretto rosso…).

 

Che cosa ci insegna

Al netto di tutto ciò, su cui ‒ ovviamente ‒ si può e si deve discutere, giungere a dire, alla luce della  lezione britannica del 2019, che l’unica salvezza della sinistra (inglese ed europea) consiste nel tornare al blairismo ce ne corre! Non si può dimenticare che la stagione di Blair e della «Terza via» è stata la responsabile principale della gestione dimezzata e monca di una fase della globalizzazione, che ha portato il ceto proletario e le periferie emarginate del paese ad allontanarsi dal laburismo, in assenza di qualsiasi messaggio di «protezione sociale». In questa direzione – e qui invece l’esempio inglese è molto coerente con quanto successo anche da noi – bisogna dire che  proprio sul punto delle politiche sociali si sia consumata la dinamica tragica della sconfitta della sinistra, che l’ha confinata a essere partito dell’élite innovatrice, colta e globalizzata, per ciò stesso minoritaria in una società (soggettivamente o anche oggettivamente) impoverita ed emotivamente incattivita. I perdenti della modernizzazione e della globalizzazione si sono così rivolti a imbonitori come Johnson, abilissimi nel far loro trapelare un futuro radioso di sovranismo, contro la «zavorra» europea. Quando, nel prossimo futuro, il Regno Unito si presenterà verosimilmente ridotto a una cosa a metà tra una Singapore allargata (cioè, uno staterello basato sulla finanza e la deregolamentazione) e uno Stato ‒ come si diceva in modo ruvido un tempo ‒  del «Terzo mondo»  (con i servizi sociali ancor più tagliati e compressi), i delusi e arrabbiati che hanno votato Johnson si troveranno a pagare il conto. Ma il futuro non è merce che i politici maneggino con grande cura!

Siccome tra poco sentiremo la stessa manfrina sulle elezioni americane e sulla posizione di Elizabeth Warren (per non dire di Sanders), sarà bene invece mettere tutta l’attenzione su una prospettiva diversa. Che coniughi due profili fondamentali: radicalismo delle prospettive con  ragionevolezza dei metodi e dei linguaggi. Occorre rimettere al centro la questione dell’equità, dell’uguaglianza e della protezione sociale, con messaggi sulle «policy» fondamentali, che siano al passo con i tempi, capaci di reggere il quadro della globalizzazione senza subalternità, evitando i rischi di apparire «laudatores temporis acti». Quindi, nessun sovranismo, nessuna scorciatoia su una politica di rinazionalizzazioni, nessuna illusione di poter tornare semplicemente alla spesa pubblica irresponsabile. Ma progetti europei o internazionali di recupero della tassazione elusa dalle grandi multinazionali, efficienti strutture di limitazione e controllo dei capitali finanziari, investimenti coordinati pubblico-privati sulla green economy, rilancio dello Stato sociale in connessione con le sempre nuove esigenze della società, creazione di lavoro nei settori cruciali della cura, dell’istruzione, della ricerca, della manutenzione dei beni comuni. Con un messaggio esplicito di un ritorno alla centralità del lavoro e alla tutela politica dei molti non privilegiati.

Poi, naturalmente, si porrà il problema di costruire attorno a queste tematiche decisive alleanze vaste e inclusive, non selettive o litigiose, come spesso a sinistra, purtroppo, succede. Di fronte alla sfida dei nazionalismi sciovinisti e ai pericoli per la democrazia, che qualcuno vorrebbe illiberale, non ci si può permettere divisioni e sofismi. Ma ancora una volta le due cose stanno insieme: se l’esigenza di coesione andasse a scapito dei contenuti, avremmo un’immagine troppo debole e modesta, appiattita su un messaggio che apparirebbe semplice difesa di alcuni spezzoni di classe politica. Occorre invece puntare alla convergenza su limpidi progetti che siano così innovativi e aperti al futuro da far «tornare all’ovile» un popolo sfibrato dalla crisi. Non è facile, ma non sono tempi per la moderazione.

 

6 gennaio 2020

«Appunti di cultura e politica» ‒ «Città dell’uomo»

 

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