La “scommessa cattolica” di Giaccardi e Magatti e l’orizzonte della politica

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Libro di grande interesse, questo (Giaccardi-Magatti, La scommessa cattolica, il Mulino 2019). Colto, scritto con brillantezza. Si inserisce in una fase di ricerca della Chiesa cattolica nel suo insieme per riuscire a dire/testimoniare il Vangelo dentro la post-modernità globalizzata. C’è forte l’impulso di papa Francesco. Il libro si pronuncia sulle condizioni in base alle quali, secondo gli autori, la scommessa cattolica assume un senso e può avere esito positivo.

La mia griglia di lettura del testo si è articolata su tre livelli: l’analisi/diagnosi condotta, l’aspetto prognostico evolutivo, le terapie suggerite.   

  1) L’analisi. Vede due protagonisti in campo, strettamente intrecciati: la modernità/post-modernità e la Chiesa cattolica.

Sulla modernità, fino agli esiti più recenti, il giudizio è equilibrato, ma preoccupato. Di questo processo plurisecolare susseguente alla fine del regime medievale di cristianità, due sono gli esiti denunciati: il soggettivismo, con l’affermazione di un Io “obeso”, individualistico, potente e sempre più prepotente, autocentrato, incapace di cogliere il senso dell’intero e dei legami della vita; la spirale tecnocratico-economicistica, che dà fiato a un modello organizzativo-sociale “funzionante”, efficiente, spinto senza tregua verso livelli inarrestabili di crescita quantitativa, che prevede però inevitabili “scarti” (umani).

Per gli autori, la modernità innesca e si alimenta sulla base di una dinamica, con un risvolto anche di natura teoretico-epistemologica, che è l’astrazione: cioè una tendenza a procedere non tanto per distinzione (legittima e necessaria), ma per separazione degli elementi che compongono il reale (ragione/cuore, spirito/corpo, maschile/femminile ecc.). Così si perde di vista il “concreto” vivente e si favoriscono pericolosi “dualismi” sul piano culturale, antropologico, sociale ecc.

Esito della modernità avanzata sarebbe l’inevitabile venatura nichilistica, cioè uno “spaesamento”, con difficoltà a trovare il senso delle cose, della vita, dell’agire, dello stare insieme. Causata in larga misura da perdita grave del senso dell’“oltre” (trascendenza) e della dimensione simbolica.

L’invito degli autori è a procedere non contro, ma oltre la modernità.

La Chiesa cattolica. Oggi, è vista perlopiù come istituzione affaticata dalla sua lunga storia. Rischia di apparire come un mondo a parte. Burocratica, anacronistica, custode gelosa di riti, parole, “verità”, linguaggi incomprensibili all’uomo post-moderno (per esempio, la parola salvezza, fondamentale per il cristianesimo, ai contemporanei non dice nulla). Forse alcuni “gesti” (di singoli o di gruppi cristiani) suscitano almeno curiosità, se non proprio interesse. Ad ogni modo, la Chiesa cattolica continua a dare l’impressione di non farcela a tenere il passo di un confronto convincente sulle questioni chiave del sentire antropologico diffuso: autorealizzazione individuale, libertà, desiderio, autonomia etica. Un gran numero di persone non ha proprio nessuna voglia di spartire qualcosa con questa istituzione. Ha altro a cui pensare.

Dato curioso (e/o preoccupante): all’origine del processo di autonomizzazione del soggetto c’è il cristianesimo, ma poi la Chiesa non è stata capace, nel corso del tempo, di “custodire” e “allevare” adeguatamente tale processo. Sicché l’avanzare della modernità l’ha messa sul tavolo degli imputati: la Chiesa come incarnazione dell’anti-moderno.

2) La prognosi. Quanto al processo di modernizzazione avanzata, nei suoi profili scientifico-tecnici e nel sentire antropologico prevalente è irrealistico pensare che vi possa essere anche solo un arretramento (a meno di implosione del sistema o di… miracoli imprevisti). La macchina è lanciata a velocità sempre più alta e con la globalizzazione ormai sono sempre in numero maggiore le persone attirate nella grande giostra. Naturalmente, la questione degli “scarti” resta più che mai viva.

Quanto alla Chiesa cattolica, la malattia è seria. Non siamo allo stadio terminale, è piuttosto una situazione da codice giallo, tendente al rosso. Allora, o si innescano processi nuovi oppure il destino inevitabile è l’irrilevanza pressoché totale.

Esagerazione? Catastrofismo? Le opinioni possono divergere. Comunque, gli autori mettono in luce giustamente, a più riprese e con efficacia, il disagio della Chiesa cattolica nel mondo post-moderno.

3) Terapie. Dicono gli autori: non si tratta di rincorrere il nuovo, né di coltivare nostalgie restauratrici, ma di compiere passi nuovi. Quali? Ne ho individuati cinque.

I – Riscoprire intanto le proprie origini e il loro fondamento. In poche parole, ritornare al Vangelo.

Resta, naturalmente, da chiarire che significa oggi, sul piano personale e comunitario,  questo ritorno al Vangelo. Vangelo sine glossa? Sì, no, in che senso? Una precisazione: il ritorno al Vangelo non può prescindere dal riconoscimento del primato della Parola. Martini ci ha pure insegnato qualcosa al riguardo.

II – Coltivare il senso dell’“eccedenza” e della paradossalità cristiana. La Chiesa perde la sua ragion d’essere se non insiste su questo punto nodale, dicono gli autori. Molto efficace l’idea della postura antropologica del cristianesimo, che rimanda a uno stile di fondo del credente, più che a una precettistica e a una dogmatica.

Penso anch’io che il richiamo/rinvio all’“eccedenza” e alla paradossalità evangelica (… chi perde la propria vita… la ritrova: cfr. Mt 16, 25-26), se bene interpretato, possa avere in sé, proprio per la sua paradossalità, la capacità almeno d’incuriosire, non so se proprio interpellare, ancora oggi (e verosimilmente domani) l’uomo e la donna pensanti.

III – Riconfigurare l’esperienza credente, a partire dalla fede. Per gli autori, occorre passare da una fede come adesione (a verità, precetti, doveri, pratiche) a una fede come affidamento (detto altrimenti: da una fede per tradizione a una fede per scelta, per convinzione).

D’accordo. Ma siamo di fronte a un’indicazione facile a dirsi, meno a farsi. Rivoluzionare, tanto per incominciare, i modi della pastorale (a partire dall’iniziazione cristiana, francamente deludente)? Sì, ma come?

IV – Rivisitare la “questione antropologica”. Snodo decisivo. Gli autori intravvedono nelle pieghe della modernità avanzata (che, fra l’altro, non riesce a mantenere le “promesse” offerte) qualche spiraglio per incunearsi e suscitare almeno il dubbio sul modello di uomo incapsulato nell’intramondano e in un sistema sociale turbo-tecnocratico-economicistico. Il suggerimento è di lavorare sulle parole chiave identificative del cuore della modernità: libertà, autonomia, desiderio, felicità, autorealizzazione.

Ciò significa un confronto avvertito e serrato con la cultura laica post-moderna. Ma qual è il luogo (o quali sono i luoghi) di esercizio del confronto/dialogo? Non trovo indicazioni precise nel testo. Anzi, mi sembra ci sia un vuoto sul ruolo dell’intelligenza credente per pensare/dire oggi la fede. In senso generale, è il vasto tema della produzione di una cultura cristiana all’altezza. Dentro questo orizzonte, sta il posto specifico del sapere critico intorno alla fede. Penso in particolare al campo delle teologie che con la loro argomentazione simbolica ed ermeneutica possono aprire proficui sentieri dialogici con la razionalità strumentale, prevalentemente pragmatico-tecnica del nostro tempo. Anche su questo versante, l’iniziativa di Martini della Cattedra dei non credenti ha parecchio da insegnarci.

V – Puntare su esperienze testimoniali, generative di vita. “Fatti non parole”, diceva quello. Ovviamente, il futuro del cristianesimo non può prescindere dal puntare su esperienze di vita, personali e comunitarie, in grado di far balenare il senso del Vangelo, tenendo insieme, in aderenza alla realtà concreta dell’uomo e del vivere, quello che la modernità tende a divaricare. Si osserva nel testo che l’uomo contemporaneo è affamato di esperienze capaci di porre domande nuove. Vero. Però, il discorso va approfondito.

Il richiamo al ruolo decisivo per il presente e il futuro del cristianesimo di comunità cristiane (incominciando dalla Chiesa domestica rappresentata dalla famiglia) capaci di proposte generative di vita, quindi di speranza e di futuro, è molto importante. Ma una volta affermato questo, mi sembra che siamo a metà dell’opera. C’è l’intero orizzonte della politicità rispetto al quale le comunità cristiane (in generale la Chiesa) non possono sottrarsi dal dire come la pensano e come intendano rapportarvisi. Detto in altre parole: è il grande tema del rapporto con la pόlis, la città di tutti, plurale, caotica, conflittuale, e la sua edificazione oggi, in tempi di globalizzazione spinta.

Nel testo non mancano cenni, storici e non solo, alla questione del rapporto fra Chiesa e politica, con la messa in risalto dei fondamentali guadagni teorico-metodologici conseguiti (su tutti la distinzione invalicabile fra potere civile e potere religioso), nonché la messa in guardia da “alleanze” spurie, strumentali, dall’una e dall’altra parte. Però la questione avrebbe forse meritato qualche riga di più esplicita tematizzazione. La Chiesa in generale, le comunità cristiane nel loro specifico, non possono pensare di vincere la scommessa con l’afonia o l’elusione dei problemi politici scottanti, che tutti conosciamo.

Ovviamente, le comunità cristiane continueranno ad essere, in larga misura, im-politiche se non si provvede alla formazione di una coscienza politica nei credenti. Per decenni Lazzati ha ripetuto che i cattolici erano (sono) impreparati a “pensare politicamente”. Questione non semplice, ma urgente, che riguarda giovani e adulti. In molte diocesi, in primis quella di Milano, si sono fatti e si continuano a fare tentativi in proposito. Gli esiti non sembrano entusiasmanti. In ogni caso, anche questo specifico punto avrebbe forse meritato qualche riga.

4) Infine, un interrogativo: la post-modernità interpella le nostre associazioni? Certo! Anche Città dell’uomo (associazione cattolica, non ecclesiale in senso tecnico) si sente interpellata. Come tenta di rispondere? Mantenendo fede innanzitutto al suo compito statutario imperniato su quell’imparare a “pensare politicamente”, che il fondatore, Giuseppe Lazzati, ci ha lasciato in eredità. Un compito che da ormai 34 anni cerchiamo di svolgere, avendo l’occhio aperto sul nostro tempo, complesso e sollecitante. Non so se e in che misura ci siamo riusciti e ci riusciamo. Di sicuro ci mettiamo la buona volontà (e un po’ di intelligenza critica). Un libro come La scommessa cattolica ci offre molti spunti sollecitanti.

 

Luciano Caimi

 

4 Comments

  1. Non ho ancora letto il libro in questione, ma lo farò quanto prima, vista l’appetitosa recensione.
    Ma questa è più che una recensione. Il prof. Caimi ha puntigliosamente rivoltato il guanto, e ha indicato agli Autori sostanziosi supplementi di contenuto per una promettente seconda edizione del libro. Hoc est in votis.

  2. ” Infine, un interrogativo: la post-modernità interpella le nostre associazioni? Certo!

    La postmodernità è come minimo agli sgoccioli e forse già finita, per una volta non potremmo saltare direttamente alla fase successiva invece di arenarci?

  3. Grazie caro Luciano per questa utilissima e intelligente griglia di lettura.

  4. GRAZIE PER IL PREZIOSO CONTRIBUTO
    Solo vorrei aggiungere di rileggere l’umile “Appello ai Pastori” che Lazzati fa al termine del suo libro “Per una nuova maturità del laicato”
    Ne vale la pena

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