La polemica rivelatrice sul Documento economico-finanziario del governo giallo-verde

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La vicenda del Def è istruttiva, sia sui comportamenti dell’attuale governo, sia sul modo di fare opposizione. Da una parte, sembra proprio che l’asse Salvini-Di Maio abbia fatto slittare il pedale nel proprio ormai tipico modo di far politica, tutto basato sull’annuncio e sulla costruzione mediatica di consenso. Mi spiego: non c’era nessuna necessità reale di mettere per iscritto il punto del 2,4% di deficit in un documento come il Def, che doveva solo indicare una stima. Per poi infatti ricorrere a un pietoso tira e molla (il 2,4% per tre anni, anzi no, per un anno e poi vedremo; 10 miliardi per le pensioni, anzi no di meno…). In sostanza, hanno scelto di amplificare l’effetto annuncio per porre una sfida di parole, che incassasse a breve un sostegno del proprio elettorato ansioso, ribollente e preoccupato per i vincoli europei. Occorreva insomma fissare un punto propagandistico, costruire la scena del balcone. Poi, si sarebbe visto…  i fatti sono più complicati da gestire delle parole.

Intanto – forse hanno anche pensato – si poteva verificare la reazione europea e quella dei mercati. E qui è cascato mezzo asino, perché l’Europa è stata prudente e tutto sommato consapevole del contenuto modesto della sfida, senza offrire sponde a un innalzamento del conflitto verbale (qualcuno dice che non sarebbe spiaciuto soprattutto a Salvini inasprire lo scontro). I mercati, molto meno: lo spread salito a 300 significa una perdita secca di svariati miliardi in conto interessi sul debito (le stime variano per il solo 2019 a 4-6 miliardi, se si resta per un anno a questi livelli, cosa non garantita). Il che segna già da ora un autogol clamoroso del governo, quando di trippa per i gatti ancora non si è visto nemmeno il profumo. E poco serve dire che c’è il complotto degli speculatori, perché è ora che ci si accorga anche nel sospettoso popolo grillino che il meccanismo finanziario in cui siamo immersi e condizionati è talmente vasto e capillare, costituito di tanti molecolari interessi, che è assolutamente impossibile condizionarlo ad opera di un numero ristretto di operatori.

Altro si sarebbe potuto fare se la maggioranza fosse più seria e cioè non fautrice di una politica basata sugli annunci, ma capace di immaginare una correzione di rotta graduale e sensata della finanza pubblica. Tutti i governi passati hanno infatti sforato le cifre e cifrette indicate nel Def: ma senza dirlo prima con le grancasse (nel 2017 a cose fatte il deficit è stato del 2,3%). In quel modo un po’ surrettizio, la correzione attuale rispetto alle previsioni sarebbe stata molto più gestibile. Il problema è che questa classe di governo, nel suo palese dilettantismo, non sembra all’altezza della necessaria accorta gestione dei delicati equilibri della finanza pubblica.

Dicevo però che questo episodio rivela anche molto dell’opposizione attuale. E più in generale di come vengono criticate le scelte del nuovo governo da parte di una opinione pubblica mainstream come quella rappresentata da parte della grande stampa. Si è infatti aperto ampiamente da parte politica e mediatica il fronte della polemica sul rigore di bilancio, che ripete cose molto note sul fatto che non si può creare nuovo debito, dato che l’Italia è già al 130% del Pil, e che non si può fare assistenzialismo sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza in deficit. Sì, ma… Il precedente ciclo di governi a trazione Pd non è che sul rientro del debito abbia costruito molto, anzi: la percentuale è sempre la stessa da sei anni. Semplicemente, si sono avvalsi in modo molto opportuno della difesa dell’euro compiuta da Draghi con la creazione enorme di liquidità monetaria, che ha sconfitto la speculazione sul debito pubblico dell’Italia e dei paesi più fragili che si era innescata nel 2011: cioè ha appunto abbattuto lo spread a livelli irrisori, facendo risparmiare al paese una cosa come 65 miliardi di euro in cinque-sei anni in interessi da pagare sullo stock di debito pregresso (lo 0,8 del Pil all’anno, mica noccioline). Al riparo del cospicuo scudo della Bce, tali governi hanno comunque ridotto di pochissimo il deficit, continuando a tagliare su alcuni capitoli come la pubblica amministrazione, riducendo di pochissimo la pressione fiscale e facendo la scommessa su modalità diverse di incentivo economico, rispetto a quelle oggi in discussione: dagli 80 euro erogati ai bassi redditi, fino ai molti miliardi messi nella riduzione contributiva del Jobs act. Con risultati discussi (e discutibili, non apriamo qui il capitolo): comunque non certo eclatanti, ci si concederà, in termini di occupazione e sviluppo. Siamo un paese in cui il Pil è ancora sotto del 5-6% rispetto al 2008.

Quindi, qual è il punto vero, a mio sommesso parere (non è farina del mio sacco, naturalmente, ma si basa su un dibattito non banale che su questi temi è avviato da tempo in Europa)? Il punto non è il mantra liberista del pareggio di bilancio o la discussione sulle percentuali del deficit, con il relativo braccio di ferro con l’Europa per sfangare un decimale in più. Nessuno è immune da critiche su queste dimensioni, e soprattutto non c’è nessun terreno sicuro in proposito. Paradossalmente, nemmeno un governo che avviasse veramente la riduzione della montagna di debito che attualmente abbiamo – cosa possibile solo a costi sociali drammatici, diciamocelo – sarebbe a rigore veramente al riparo dalla speculazione finanziaria: perché mai, infatti, il 110 o il 120% dovrebbe andare bene, invece del 130%? Se per qualche motivo gli investitori avessero sentore di una certa debolezza si appiglierebbero anche al 110 o al 120%. Il rischio speculazione rimarrebbe, soprattutto a causa del mero fatto che lo scudo della Bce si sta riducendo e ogni paese resterà progressivamente più esposto ai marosi.

Cosa significa questo discorso? Ovviamente non che siamo liberi di fare quello che vogliamo. È palese che ci siano compatibilità economiche sostanziali, cui nessuno sfugge a lungo andare. Chi parla di sospendere il pagamento del debito o di uscire dall’euro ciancia di cose insostenibili, o comunque a costi altissimi per la collettività. Ma è anche vero che le coerenze economiche non sono per definizione rigide, né assolute. Possono essere gestite nel tempo in modo diverso, a seconda della capacità strategica e della forza politica che ci sta dietro. La globalizzazione non ha spazzato via il ruolo degli Stati, come a volte si dice: ha però di certo molto ridimensionato il peso degli Stati piccoli e medi. Il punto quindi è che la sovranità vera sulla propria politica economica, oltre alla serietà necessaria su un discorso di strategia e di rapporto mezzi/obiettivi (che non guasta mai), richiede nel mondo attuale una dimensione tale da poter gestire (non del tutto eliminare) la sfida dei “mercati”, cioè dell’ansiosa ricerca di rendite da parte di masse di capitali finanziari enormi e potentissimi. L’Italia, diciamocelo chiaro, questa dimensione non ce l’ha.

Naturalmente oggi sono in pochissimi ad averla: gli Stati Uniti che si permettono di aumentare un debito accolto con indifferenza da tutti i mercati. La Cina, con il proprio sistema che (per ora efficacemente) combina dirigismo e liberismo. Il Giappone, che ha un debito al 250% del Pil e lo gestisce senza affanno alcuno (e non vale obiettare cose peraltro vere, cioè che per un terzo tale debito è in mano alla banca centrale o che molta parte è risparmio interno, perché questi elementi non mutano l’enormità della massa finanziaria coinvolta). L’unica altra alternativa sarebbe l’Europa. Già: qui si rivela il vero punto critico del sovranismo nostrano. Picconare l’Europa è segno di miopia assoluta, perché impedisce di costruire livelli di compartecipazione e corresponsabilità finanziaria che soli potrebbero essere in grado di sfidare gli altri soggetti globali e la forza generalizzata dei mercati. Certo, l’Europa attuale è del tutto inadempiente sul punto, data l’annosa polemica interna sull’austerity e l’interpretazione restrittiva della solidarietà causata dal peso del modello tedesco, che si crogiola nel proprio enorme surplus commerciale (ottenuto in buona parte anche grazie all’esistenza dell’euro) e lo gestisce pigramente senza utilizzarlo in chiave espansiva. Politicamente parlando, però, l’unico futuro immaginabile di una sovranità politica democratica che sfidi i vincoli dell’attuale sistema e allarghi le sue maglie si collocherebbe nella capacità di costruire un consenso in Europa su questo punto. Se c’è una battaglia vera da fare non è ottenere un decimale di deficit in più dai guardiani della commissione, ma cambiare pian piano questa logica perdente. Smuovendo la miope posizione tedesca, compito certo non semplice. Ma prima o poi anche a Berlino ci si renderà conto che da soli non vanno da nessuna parte nemmeno loro e che costruire un’Europa più solida politicamente e finanziariamente serve anche a loro.

Un soggetto europeo che cominci a mettere in comune non solo la moneta, ma anche la politica economica e finanziaria, con l’europeizzazione prudente e responsabile di una parte dei debiti nazionali, è cruciale per potere infatti porsi obiettivi di politica economica veramente incisivi. Solo l’Europa avrebbe infatti la forza di raccogliere risorse tali da avviare un nuovo ciclo di investimenti espansivi orientati dalla mano pubblica, che potrebbe essere all’altezza delle difficoltà attuali, contrastando gli effetti della grande stagnazione e bilanciando i limiti del sistema della globalizzazione. Solo un tipo di svolta epocale come questa sarebbe decisiva per potersi porre obiettivi non risibili e tutti solo apparenti, come quelli che si possono affannosamente gestire nel cortile di casa. Naturalmente poi occorrerebbe discutere della qualità di questa spesa: e potremmo tornare a ragionare se e come il reddito di cittadinanza sia meglio degli sgravi contributivi o di un grande piano di ristrutturazione delle città o delle infrastrutture. Laicamente e senza preconcetti, provando e magari sbagliando.

Non mi pare ci siano attualmente, né nella maggioranza né nell’opposizione (politica e intellettuale) molti ambienti disponibili a prendere sul serio questo ragionamento. E questo è il limite dell’attuale situazione. Se non facciamo fare al dibattito questo salto di qualità, non credo andremo lontano. Dopo i giorni dell’euforia del balcone, seguiranno le mezze promesse e le spese rimandate, i ritorni indietro e i contentini risibili, le riforme dilazionate e gli allarmi per i cattivi speculatori. Il tutto condito con un inarrestabile declino dell’apparato amministrativo e del nerbo pubblico del paese. Un balletto che nessuna società – tantomeno quella italiana così slabbrata e provata – può ancora reggere a lungo.

 

Guido Formigoni

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