Il Pd, nelle analisi politiche, come l’armata Brancaleone?

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Il mio personale parere, quando si parla del Pd, è che manchi nel partito un’analisi seria sui problemi che marcano l’attuale congiuntura politica; penso che un’organizzazione di punta, come il partito sopra menzionato, non se lo possa permettere.

Di fatto, ciò lo rende intellettualmente poco vivace, e poco incisivo il suo muoversi nella storia. Per quanto mi riguarda, tenterò di mettere in evidenza alcune criticità, senza pretendere che l’attuale Presidente del Consiglio, campione delle riforme, mi ascolti o faccia delle retromarce. So abbastanza bene come sono fatti i partiti, cosa li ispira, da cosa sono animati, cosa li spinge o li orienta nella società e da quali pulsioni sono attraversati (con Renzi non mi pare che lo spirito appetitivo di ruoli e di potere abbia avuto una qualche frenata: si lotta e si briga, ci si appella per avere man forte dal cerchio magico che lo appoggia, sperando di fare un giro di valzer a tempo debito). Non ho nessuna intenzione di remare contro né a favore: mi chiedo solo se questi impulsi riformatori che con una quantità industriale vengono innestati sulla società italiana daranno qualche frutto o non siano disallineati rispetto ad una società ormai pienamente globalizzata. Cercherò di ragionare partendo dalla fine della Democrazia Cristiana: eluderne l’analisi costituisce un esempio interessante di come vengano oggi accantonati in modo semplicistico temi che potrebbero farci capire meglio che cosa agita questa lunga transizione. Perché è finita la DC? Ne enucleo alcuni motivi con molta umiltà, sapendo che ce ne sono molti altri. Il debito pubblico rilevante ha spinto la DC a dare priorità al Sud rispetto ad altre aree del Paese e questo ha fatto esplodere la protesta della Lega Lombarda. Il crollo del muro di Berlino ha creato le condizioni perché la DC non servisse più come argine al comunismo; il mondo padronale, con i suoi circoli conservatori, ha ritenuto costosa la Democrazia Cristiana con il suo welfare e ha fatto di tutto per cambiare cavallo. Il forte vento della globalizzazione con le sue delocalizzazioni, esternalizzazioni delle attività produttive e relativa deindustrializzazione con rilevanti perdite di posti di lavoro ha destrutturato le politiche industriali e del lavoro della DC. Il mancato ricambio generazionale, importantissima istanza, è stato sottovalutato da molti intellettuali per le ambizioni e lo schiacciamento delle varie classi dirigenti europee sul proprio potere locale. Ricordiamoci: non abbiamo costruito l’Europa politica che tanto ci servirebbe in questo passaggio politico decisivo, e per ostacolare il processo europeo è stato affossato l’Ulivo dalle vecchie e longeve classi dirigenti di sinistra e non solo. Gli scandali di Tangentopoli, lo abbiamo ora capito, in una società post-ideologica e liquida, sono un dato strutturale ovviamente da combattere, ma anche con cui fare i conti. La caduta demografica, infine, comporta pesanti implicazioni economiche e politiche.

Dobbiamo capire che la caduta della DC è stata un tornante decisivo e i problemi che l’hanno segnata sono tuttora aperti e pesano duramente in questa lunga transizione. Forse si doveva capire che andavano costruite istituzioni nuove, più grandi della semplice scala nazionale che dal punto di vista culturale, valoriale e strutturale ci avrebbero permesso di affrontare meglio la stagione della globalizzazione economico-finanziaria (l’Ulivo era pieno di teste pensanti che sposavano e simpatizzavano con questa istanza e che resero la sinistra italiana in quella fase storica la locomotiva intellettuale d’Europa). Dal mio punto di vista, mi chiedo: tutte queste riforme messe in campo dal renzismo senza un’analisi attenta del recente passato influenzeranno i problemi aperti e di lungo periodo sopra elencati o siamo in una deriva delle riforme per le riforme, senza che ci sia quel grande fermento culturale che indica le linee portanti, le grandi direttrici, i forti impulsi che spingono un grande partito ad abitare il futuro che dovrebbe essere la sua priorità? (Einaudi aveva come motto “conoscere per deliberare”). Senza questo sforzo vedo un lento franare e poca presa sulla società, la quale è percorsa da problemi sociali ed economici che aleggiano in modo pesante sull’attualità politica. È vero che i partiti dell’opposizione di orientamento conservatore, sono capeggiati da uomini poco dialoganti, con tendenze culturali reazionarie e incapaci a misurarsi con le sfide che abbiamo davanti (abbiamo a che fare con una destra in combutta con il potere e con le forze conservatrici più retrive). Forse, questo è il mio punto di vista, gli stati piccoli come il nostro, nella globalizzazione, pur con un loro potere di influenza, se non si mobilitano comunemente rischiano di essere solo delle sovrastrutture e quindi il nostro governo rischia di diventare un pusher di riforme, senza che queste incidano sul tessuto sociale (abbiamo bisogno dell’Europa politica; dopo la caduta del muro di Berlino, sono le grandi aggregazioni statali come gli Stati Uniti, la Cina, il Brasile che affrontano meglio la globalizzazione finanziaria). Il problema dell’immigrazione rende tutto molto più difficile.

Oggi si vedono dinamiche che cominciavano ad affiorare con il tramonto della DC: oggi come allora una parte delle masse italiane appoggia il vento di destra, che spira forte, perché ha paura ed è turbata di perdere o di dividere quel poco che le è rimasto del benessere con gli impoveriti della Terra, sapendo benissimo che i ricchi non lo faranno, marcati come sono da forti egoismi appropriativi, l’ideologia oggi imperante. Una sinistra avveduta e lucida affronta in modo serio queste pulsioni populiste, senza farne dei cavalli di battaglia come le destre, senza abbandonare la causa dei lavoratori, ma appoggiando in modo adulto e responsabile le loro istanze. Vorrei ricordare a tutti che in questa congiuntura di crisi economica c’è una parte del mondo imprenditoriale che guadagna molto sulla pelle degli immigrati pagandoli poco e innescando una lotta tra poveri, mentre la politica guarda dall’altra parte. Chi ha un orientamento progressista non può accantonare un tema così pesante e delicato. Si legge che certi lavori gli italiani non sono interessati a farli perché pesanti (vero), ma in Brianza, in alcuni casi, le cose stanno diversamente: per lavori pesanti e poco retribuiti gli imprenditori hanno interesse ad assumere solo stranieri che tacciono perché sono nel bisogno e si lasciano sfruttare. Si alimentano così tensioni sotterranee che domani esploderanno con serie implicazioni politiche. E’ strutturale del capitalismo sfruttare la forza lavoro a poco prezzo. Negli anni settanta abbiamo pagato le forti tensioni sociali con il terrorismo, gli anni di piombo. Quali saranno sul piano nazionale ed internazionale i costi di un capitalismo aggressivo, che continua ad alimentare conflitti tra masse sempre più impoverite e alla mercé di facili affabulatori dallo stesso capitalismo ben forniti di armi? Una scossa culturale seria potrebbe essere una forte spinta per ottenere quel sorpasso deciso nei confronti dei populismi di sinistra, di destra e di un’ala consistente del Pd che tuttora ne frena la sua azione nella società e non lo fa essere in controtendenza rispetto allo scivolamento nel populismo di una larga fetta della società italiana. Non penso di buttare dalla finestra le riforme di Renzi, ma ritengo che sia irresponsabile accettarle acriticamente senza chiedersi quale sarà la loro incisività sui tempi lunghi.

 

Molli Mario Giuseppe

 

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  1. Credo che il principio ispiratore di Renzi sia quello dell’uomo solo al comando. alcuni esempi: l’Italicum, la Riforma del Senato, della Scuola, del Lavoro, l’insofferenza verso le parti sociali. Sono tutti ingredienti di un autoritarismo retrogrado. Un partito non si cambia e non si fa screscere costruendosi un gruppo forte di fedelissimi per dominarlo. Sono le idee miti e lungimiranti che creano l’autorevolezza dei veri statisti: vedi De Gasperi, Moro. E’ la bontà e il dialogo, che producono frutti condivisibili e vitali per una società che ha bisogno di ritrovare identità, fiducia, progresso, serenità. Basta analizzare la sua “discesa” in politica: retorica, affabulazione, spavalderia, leggerezza, sfrenata ambizione giovanile, esaltazione e smodata fiducia nelle proprie capacità, mal si conciliano per chi deve essere attento a raccogliere spunti e istanze positive e arricchenti di un percorso, di un progetto. Basti pensare che manca, come dice Lei, “quel grande fermento culturale che indica le idee portanti” e lo sottolineo. Sono assenti o labili quelle idee che mirano ad una revisione del modello economico imperante, dominato dal consumismo e produttivismo. Un posto preminente spetterebbe alla costruzione di uno sviluppo equilibrato, dove vengano valorizzate e tutelate le risorse vitali del territorio e dell’ambiente naturale, dell’ambiente antropico pazientemente costruito nei secoli, della qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo; mentre si impongono politiche anacronistiche e contrarie agli orientamenti generali degli organismi internazionali, di “sfruttamento” indiscriminato e pericoloso dei combustibili fossili sul nostro territorio. Basti pensare che le decisioni in queste materie sono febbrilmente inderogabili per le sorti del Pianeta, a causa dei cambiamenti climatici, dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica internazionale, ormai riconosciuta, distruttivi e nefasti anche per l’economia. Vedo una rincorsa al potere per il potere. L’Ulivo di cui talvolta Renzi si vanta, per averne fatto parte nei “Comitati per l’Ulivo” del ’95-’96, è lontano anni luce dalla sua azione politica: dietro c’è una mentalità neoliberista e di omologazione al sistema. Sensazionalismo e spettacolarizzazione sono oggi ingredienti indispensabili per il successo. Il cattolicesimo democratico, sulla scia del magistero di papa Francesco, delle encicliche sociali dei pontefici che l’hanno preceduto, può fare argine a questa deriva; deve come lui incarnare uno spirito profetico, non facendo mancare la propria voce in ogni momento e in tutte le vicende politiche, economiche e sociali che riguardano il nostro paese.

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