I cattolici e la politica oltre gli steccati

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La riflessione proposta da Nino Labate nel suo articolo sulle culture politiche da ridefinire (Facciamo politica rinunciando alle categorie “destra”, “sinistra” e “centro” – C3dem, 14 luglio 2020), tocca una questione che per molti è ancora un tabù: ci si può impegnare senza rimanere per forza dentro la propria trincea? Personalmente credo che servirebbe un nuovo paradigma anche per la politica, superando vecchi schematismi. Questo sarebbe il tempo di governi di “salute pubblica”, frutto di alleanze che superino temporaneamente le divisioni ideologiche (posto che esistano ancora delle ideologie). Ma non vedo sufficiente consapevolezza del momento drammatico che abbiamo davanti e si continua a ballare sul Titanic che affonda.

Da molto tempo i cattolici hanno dimenticato che tra i loro doveri c’è la partecipazione alla costruzione del bene comune attraverso l’impegno politico. Oggi questo impegno passa attraverso un altro: la salvaguardia dell’unità. Nazionale, sociale, civica, popolare…

Tutti i monitoraggi, dal rapporto Istat a quello Ocse, ci dicono che l’Italia è il Paese della decrescita: si nasce sempre meno e si parte sempre più. I giovani – categoria dimenticata – vanno a cercare fortuna all’estero; le coppie – in assenza di politiche per la famiglia – si affidano al giorno per giorno dei lavori precari e non hanno la possibilità di programmare un futuro stabile; le aziende, a cominciare da quelle più piccole, sono penalizzate da una burocrazia soffocante, che si fa un baffo degli annunci vacui sulla tanto attesa “semplificazione”; gli anziani, categoria ormai ampiamente maggioritaria, se da una parte godono di una previdenza che i loro figli e nipoti non conosceranno mai, dall’altra pagano il pegno della solitudine e dell’emarginazione, a causa di un sistema che costringe a correre (tanto) e produrre (poco e male), scartando chi non fa più parte della catena di montaggio.

Ecco perché, di fronte a questi molteplici elementi divisori, è necessario mettere in primo piano il valore dell’unità. Lo so, superare le diffidenze non è facile e c’è sempre il rischio di creare ammucchiate politiche. Ma ci sono dei momenti in cui stare insieme è più che necessario: è doveroso. In tempi di coronavirus credo che questo sia ben evidente ed è quasi una banalità affermarlo. Ottant’anni fa, di fronte alla minaccia nazista, si creò una grande alleanza che mise insieme nazioni a sistema capitalista e marxista. Fu un’ammucchiata? Gli americani liberarono le nostre città dagli oppressori, i soldati sovietici entrarono ad Auschwitz e misero fine all’orrore dell’Olocausto. Con le dovute proporzioni, anche l’Italia di oggi andrebbe liberata dalle macerie della sfiducia e dell’abbandono, premessa necessaria per immaginare una ricostruzione del tessuto socioeconomico. Pur essendo ontologicamente ottimista per fede cristiana, vedo una comunità sull’orlo del precipizio, sempre più sfaldata e depressa, che rischia di rispondere alle difficoltà che ha davanti con la fuga oppure con il malaffare e la prepotenza. Bisognerebbe offrire una terza via a chi non vuol essere né emigrante né corrotto.

In questo senso i partiti politici hanno una grande responsabilità. C’è chi li ritiene ormai inutili, ma andrebbe inventata allora un’altra forma partecipativa, che tenga in piedi il sistema democratico-parlamentare. Fin quando non ci saranno alternative, pur fra tante contraddizioni, la struttura partitica rimane l’unica cornice proponibile. I partiti, va però sottolineato, sono strumenti di partecipazione e di servizio, non fortini per difendere interessi individuali o di gruppo. Ci sono motivazioni ideologiche, di opportunità, e ci sono ambizioni personali che stridono con l’esigenza di uno sforzo collettivo per invertire la rotta e garantire un futuro dignitoso alla propria comunità.

È necessario, invece, riappropriarsi della politica intesa nella sua accezione più alta, di servizio alla res publica prima che di luogo dove si esercita il potere. Il tempo che rimane per muoversi su questa strada è davvero poco, poi dovremo forse fare i conti con forme inquietanti di neo-autoritarismi. Gli effetti di una globalizzazione non governata si assommano alle conseguenze delle crisi nazionale e internazionale. La pandemia sta facendo il resto.

Per superare lo scollamento tra cittadinanza e rappresentatività istituzionale riscopriamo il senso delle cose. Anche riandando alla radice delle parole. A cominciare da quelle riferite alle rappresentanze locali. Comune, ad esempio, rimanda allo stare insieme e il Municipio (da munia, doveri, oneri e capĕre, prendere, assumere) è il luogo dove la comunità è amministrata. La stessa funzione del Sindaco (da syn, con, insieme, e díkē, giustizia) è orientata all’onesta e sana convivenza civile.

Ecco perché bisognerebbe avere il coraggio di uscire dalla propria trincea per posizionarsi in uno spazio comune. Non è l’ora dei personalismi: l’io deve cedere il passo al noi.

 

Enzo Romeo

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