Senza equità non c’è sviluppo. Serve una iniziativa pubblica

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Per ridurre le diseguaglianze serve prima lo sviluppo? O più equità e la riduzione delle diseguaglianze sono un fattore dello sviluppo? Abbiamo posto la domanda a Nicola Cacace, ingegnere, economista, esperto di previsioni strategiche, già presidente di NOMISMA, oggi editorialista dell’Unità

Le diseguaglianze sociali sono molto presenti in questa campagna elettorale dopo che il Pd ne ha fatto tema centrale del programma. Una misura drammatica del livello italiano di diseguaglianza è data dai dati Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie, metà della ricchezza privata, immobiliare e finanziaria, è nelle mani del 10% delle famiglie, mentre metà della popolazione più povera ne possiede appena il 10%. Sulla base di questi dati equità e sviluppo sono divenuti temi evocati anche dalle forze del centro e della destra,  ma con delle differenze fondamentali. Mentre per la sinistra l’equità resta “componente essenziale e strutturale di un nuovo modello di sviluppo”, per le altre forze in campo l’equità è materia di “un secondo tempo”, come scrive il Sole 24 ore (14/1) in un articolo dal titolo significativo “Sviluppo a sostegno dell’equità” e dalle inequivocabili conclusioni: “priorità assoluta è quella di rilanciare lo sviluppo economico, condizione ineludibile non solo per tenere in ordine i conti ma anche per dare risposta alla domanda di equità”.

Perché non può esserci un nuovo sviluppo senza equità? Per molti motivi. Primo per motivi di domanda interna, la quale concorre all’80% del Pil. Ed è proprio l’impoverimento dei due terzi della popolazione che ne mina le basi. Quando c’è diseguaglianza dei redditi, un terzo della popolazione più ricca si appropria di una quota maggiore dei redditi e, stante la minore elasticità di consumo rispetto al reddito dei ricchi (100 euro di maggior reddito ad un ricco esprimono una minor domanda di consumi che se andassero ad un operaio), a parità di Pil, la diseguaglianza porta ad un calo della domanda. Un secondo fattore di crisi, finanziaria questa, deriva dall’uso che la minoranza di super ricchi fa dei super guadagni: aumentano gli investimenti finanziari più o meno speculativi a danno degli investimenti produttivi, come è successo dagli anni ’80-’90 quando il grande capitale italiano ha preferito investire in finanza ed in attività regolate e sicure come Enel ed Autostrade piuttosto che in attività produttive concorrenziali.

Un terzo motivo per cui una alta diseguaglianza sociale limita lo sviluppo riguarda direttamente le caratteristiche della società della conoscenza e della globalizzazione. Data l’alta mobilità del capitale l’attrattività produttiva di un territorio oggi deriva soprattutto dalla quantità, qualità e costo del fattore lavoro. Sinchè permangono le attuali differenze di costo lavoro con i paesi emergenti, nei paesi industriali, Italia compresa, c’è spazio solo per prodotti ad alto valore aggiunto, in agricoltura, industria e soprattutto nei servizi. Condizione per far lavorare tutti, cioè avere un tasso di occupazione superiore al 60%, è che la preparazione professionale sia mediamente alta e diffusa. È difficile avere una elevata formazione media dei cittadini in presenza di elevata diseguaglianza sociale, come in Italia. E questo, insieme all’invecchiamento della popolazione, spiega il record italiano negativo del tasso di occupazione: 57 cittadini  su100 inetà da lavoro, contro65 inEuropa e 75 nel Nord Europa.

Se non si opera un profondo riequilibrio sociale con le sole politiche possibili, cioè un fisco progressivo ed efficace e dei servizi sociali efficienti, contemporaneamente ad un rilancio economico, è inutile parlare di vera ripresa e vero sviluppo.

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One Comment

  1. Considerazioni ineccepibili, ma che purtropo restano vox clamantis in deserto,
    nel “deserto” del pensiero unico neoliberista che ormai ha indottrinato perfino il ceto medio e i lavoratori dipendenti.

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