Riflessioni sul populismo

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Ci sarà certo capitato nei giorni scorsi di seguire qualche telegiornale e di leggere commenti, editoriali e articoli di fondo sulla magistratura, sull’università, e, naturalmente sulla classe politica italiana. Non era difficile notare fra le righe  attacchi generalizzati e indiscriminati, senza nessuna difesa delle sacrosante e fondamentali istituzioni che rappresentano. Alcuni  giornali padronali, noti sin dalla loro fondazione per il dente avvelenato contro i giudici, non hanno perso l’occasione per attaccare le preture. Altri invece, specializzati nell’antipolitica e nel qualunquismo, hanno approfittato dei 30 docenti indagati a Firenze per i concorsi truccati, tirando fuori dal sacco dei ricordi sessantottini  la contestazione dei “baroni” universitari, secondo loro notoriamente riuniti in “cerchi magici” e lobby di raccomandati, dimenticando la lezione di Don Milani sui figli di papà. Infine unanimi, approfittando del sindaco arrestato in Lombardia assieme ad altri 27 imputati, per sparare ad alzo zero contro la corruzione della nostra attuale classe politica da cui, sin dalla grande madre Tangentopoli, “…non ci si salva più!”.

 

La libertà dei  media

Ora, deve essere chiaro che il sistema dell’informazione deve fare il suo mestiere. E che la libertà di espressione è un gran bene della democrazia che dobbiamo tenere caro. Anche perché consente all’opinione pubblica di essere messa al corrente di fatti e misfatti. Il limite, dice papa Francesco, è uno solo: quello  …di non offendere mai nessuno”. Ma chi ha avuto la pazienza di seguire il dibattito sugli scandali dei docenti  universitari nel loro “familismo amorale”, sulla magistratura che arresta persone che poi risultano innocenti, e sulla classe politica locale di terza generazione repubblicana compromessa, avrà ulteriormente maturato una pessima opinione su come funzionano alcune istituzioni fondamentali e irrinunciabili della nostra democrazia. E dunque su come è combinato male il nostra Stato. La morale della narrazione, senza scorciatoie e distinzioni è stata: “non se ne esce …è’ tutto da rifare !”. Con i corollari della democrazia in crisi, e dei partiti politici ormai inutili.

 

Le stampelle  del  populismo

Il populismo a questo punto ringrazia. Perché com’è noto queste continue delegittimazioni di importanti istituzioni democratiche, rappresentano il suo cibo preferito. Non si afferma niente di nuovo allora, se si ricorda che, per svilupparsi, il populismo necessita di queste  vitamine indispensabili alla sua crescita, che trovano il loro più facile terreno di coltura nel sistema dei media orientato al sensazionalismo, alle semplificazioni e alle omologazioni in modo di favorire ascolti e vendite. Chiedersi dunque perché faccia presa e cresca il populismo significa forse chiedersi delle possibili concause mediatiche che bloccano gli approcci critici alle notizie.

Da altro punto di vista, bisognerebbe invece interrogarsi sul motivo per cui, a partire dai social forum, e non solo, la categoria della distinzione non è più di moda. Soprattutto in quel giornalismo nostrano interessato e schierato, che ama fare di tutta l’erba un fascio: quando si attacca un magistrato è sotto tiro tutta la magistratura; quando si svergogna un professore si svergogna tutta la scuola; quando si denuncia un politico si denuncia la nostra democrazia politica compreso il Governo in carica. E questo vale anche per gli errori di alcuni medici del nostro Servizio sanitario nazionale, non escludendo qualche prete sconsiderato confuso con la Chiesa e qualche carabiniere confuso con l’Arma.

La domanda terra terra è: possibile che quando sbaglia uno sbagliano tutti? Interrogarsi sulla diffusione del populismo potrebbe dunque significare (anche) interrogarsi sul perché si è portati a semplificare gli avvenimenti e a generalizzare. Sul perché (anche) nei nostri ragionamenti quotidiani siamo sempre alla ricerca di capri espiatori. E sul perché si estendono singoli fatti che vanno invece circoscritti e isolati. Il punto è, dicono i logici, che noi non usiamo più la categoria della distinzione, e più spesso di quanto supponiamo facciamo ricorso per i nostri convincimenti quotidiani alla “logica…illogica” del ragionamento retorico-induttivo. Questa scorciatoia ci conviene perché, aggiungono,  “…non ci fa perdere tempo e non ci fa riflettere” rinchiudendoci nel guscio dei nostri pregiudizi, delle nostre passioni e dei nostri sentimenti. Nei tanti luoghi comuni, direbbe Gustave Flaubert, che non ha mancato di ricordarci, con il suo Dizionario, il populismo dei suoi tempi: l’opinione diffusa nei salotti della buona borghesia francese era quella “…che i deputati non fanno un bel nulla”!    

 

La mancanza di distinzioni  e il populismo

Questa mia riflessione  si giustifica allora meglio, se si parte dal fenomeno emotivo  in forte crescita che oggi, ahimè, fa leva e manipola l’opinione pubblica non solo in Italia: il fenomeno del populismo, compagno di strada delle società occidentali sviluppate, una volta divenute sogno di milioni di immigrati poveri. E foriero di pericoli futuri imprevedibili quando associato ai nazionalismi montanti nelle mani di incolti e nervosi presidenti. Dicono gli studiosi che alla base del razzismo, alla base delle paure sulle contaminazioni, e nelle radici delle dittature e dei totalitarismi, si trova sempre il “mito” del popolo incontaminato e puro. Quel popolo sovrano che  si riconosce direttamente  nel Capo con la sua forza di mobilitazione, e che delega tutto al Capo. Senza aver bisogno di corpi intermedi e di possibili mediazioni. Quel popolo insomma che  non guarda al futuro ma che ha come asse portante le identità storiche e la memoria del passato. Oggi manipolate dai “capi popolo”, e causa dei separatismi neoromantici delle piccole patrie chiuse sulla terra, sul sangue e sulla lingua: comunitarismo stravolto e da barzelletta. E quel populismo nemico del pluralismo, che sottintende nei suoi significati diversi, culturale, sociologico e politico, la sua forte presa emotiva sulla formazione e cattura del consenso democratico, nonché sulla nascita del leader carismatico. I leader populisti sanno bene queste cose perché, nel proporsi diversi e alternativi al potere costituito, ricorrono spesso al principio logico più controverso in quanto amico della retorica e in quanto adoperato male. Che è, come accennavo sopra, il principio di induzione. Se è vero, e lo verifico, che una mela è marcia, allora tutte le mele sono marce. Se un professore universitario trucca i concorsi, allora tutti i professori sono marci e la stessa università è marcia; se un magistrato sbaglia condannando un innocente, allora tutti i magistrati sono marci e la stessa magistratura è marcia; se un uomo politico è corrotto, tutti  i politici lo sono, e se un carabiniere sbaglia e un medico sbaglia, allora ecc. ecc. E oggi, anche, se un immigrato ha rubato e ha violentato, allora tutti gli immigrati sono ladri e violenti.

Sembrano sillogismi banali, Ma, se ci facciamo caso, sono generalizzazioni che ci accompagnano nei nostri pensieri quotidiani e che, bloccando il ragionamento, ci seguono nei nostri mondi della vita quotidiana sin dentro le nostre famiglie. Sino a renderci precipitosi e paurosi su tutto e tutti. E sono anche quelle generalizzazioni che favoriscono i “miti” sovranisti e l’antipolitica dei nostri giorni. Presenti nella cabina elettorale e nei referendum – 2.0 o meno. E che fanno presa su  una opinione pubblica sbandata e negli equivoci antidemocratici di alcune “comiche” militanze partitico-movimentiste: quelle tese a convincere  in favore di una democrazia diretta  2.0  alle vongole, tanto per essere diversi e tenere fede al mito del “popolo nuovo e sovrano dell’uno a uno”. Mi preme dire, a scanso di equivoci e  in conclusione, che il passaggio dall’esperienza personale e dal caso singolo e particolare al caso generale, dall’unità all’insieme, non è sempre un passaggio dannoso. È rischioso ma non dannoso. E tutto dipende dall’uso che ne facciamo e per quale scopo lo adoperiamo. Ma per evitare di fare seri danni, conviene sempre distinguere. Separare. Discernere. Sempre.

Nino Labate

 

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