Primarie del Pd: ora non ci si fermi qui

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di Vittorio Sammarco

Ancora una volta, quando gli elettori (popolo?) della sinistra sono chiamati a dire la propria, rispondono “presente!”. E’ nel Dna di chi condivide certi valori, principi, metodi, persino sentimenti verso la democrazia, partecipare e farlo senza clamori ma con voce ferma e decisa. Per questo – sostengo da tempo – le primarie, sì, non andrebbero esaltate come la panacea di tutti i mali, ma neppure – perbacco! – umiliate e derise, come si fa talvolta anche nei nostri ambienti. No: i milioni di cittadini che ieri si sono messi in fila, hanno presentato un documento (dichiarandosi) firmando una scheda di registrazione, pagando persino qualche euro (non pochi hanno lasciato il resto…) e votando, non sono i passanti, il primo venuto “a cui è consentito” di scegliere il segretario del partito “di” diverse migliaia di tesserati. No, il popolo delle primarie è una parte consistente di questa Italia che ancora crede alla politica, alla partecipazione e al confronto democratico. E bisognerebbe esserne fieri!

Ma ora non basta. Proprio perché questo successo risulta clamoroso, date le premesse deprimenti sul presunto stato “comatoso”, o sulle macerie del Partito Democratico (il giorno stesso delle primarie un noto settimanale uscito di domenica così “marchiava” lo stato del Pd…), bisogna prenderne atto e rimboccarsi le maniche.

Lo farà senz’altro il neo segretario, Nicola Zingaretti, al quale va il nostro augurio. Ma anche, ci permettiamo, quattro semplici consigli.

Primo. Non considerarla una comunità già fatta. Nell’euforia della serata ci può stare che la si rievochi a spron battuto. Ma c’è tanto ancora da lavorare per far sì che il PD (iscritti, elettori e simpatizzanti) si consideri davvero come una comunità. Le comunità vere richiedono impegno, proposte, quadri intermedi intelligenti e aperti (e che non scimmiottino il leader); richiedono parole e azioni giuste. Metodi e merito. Luoghi aperti. Tempo, sudore e fatica. Capacità di lettura dei fenomeni e di soluzione pacifica e costruttiva dei conflitti, che in una comunità politica possono pure esserci, ma non devono mai portare a lacerazioni irrimediabili.

Secondo. Dialogo, conversazione e condivisione, fanno un partito che può convincere e vincere: per questo i social network possono aiutare, sì, ma anche ingannare, far pensare che like, retweet e qualche follower in più siano segnali di grande presenza e risveglio.

Terzo, il più facile: non si pensi di poter viaggiare solo sull’onda del successo per la ripresa della credibilità. I numeri sono numeri, per governare bisogna avere una maggioranza, l’alternativa a questo governo, anche a prescindere dai sondaggi, ancora non c’è. Ma non è solo una questione di alleanze. Si pensi, invece, partendo da tutte quelle persone che hanno perso (oso dire) il “gusto” di votare e di scegliere, quelle, in fin dei conti, che considerano la democrazia rappresentativa defunta. Le si può recuperare? Penso di sì, cominciando con l’evitare la infausta contrapposizione (anche solo teorica e retorica) tra voto “di pancia” e voto “di testa”.

Infine le promesse: lei segretario ha più volte ripetuto che il grande errore della Sinistra degli ultimi tempi è stato non occuparsi del disagio e delle ferite delle persone. Disuguaglianze ed emarginazione hanno fatto sentire i loro morsi e si sono ripercosse sulle scelte. Non dimentichi questi propositi, non li aggiusti nel nome di un realismo possibilista. Noi cattolici democratici le consigliamo invece un riformismo alto, di grandi prospettive, coraggioso, che risvegli la coscienza di molti e ridia speranze nonostante il cielo plumbeo che si staglia all’orizzonte. Siamo convinti che la Laudato Si’ di papa Francesco rappresenti una sfida per tutti, credenti e non, ma soprattutto uno sprone per le forze politiche riformiste.  E’ utopia? Retorica? Forse: ma è fatta della stessa pasta di coloro che a Ventotene, nel 1941, in piena guerra, firmarono un noto Manifesto. Scrissero: “Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!”. Ma essere uomini e donne nuovi, oggi, non dipende tanto dalla biografia politica. La novità vera sta in quello che si fa. Ed è per questo che la nuova dirigenza PD dovrà con umiltà e determinazione rimboccarsi le maniche.

Di Vittorio Sammarco

3 Comments

  1. Condivido e sottoscrito le tue considerazioni Vittorio, Non ho votato Zingaretti ma Martina. Ora però, dopo una grande partecipazione alle primarie (di cui sono stato testimone da scrutatore in un gazebo a Roma) e il chiaro voto per Zingaretti, spero e mi auguro che sotto la sua guida e con spirito unitario il PD ricostruisca identità, progetto, legame con i territori e con il disagio sociale, forte presenza politica. Ricosctuiamo il PD.

  2. Vittorio condivido il senso del tuo articolo.
    In particolare quel “… rimboccarsi le maniche” con cui lo chiudi.
    Lo pensa e lo ha affermato anche il nuovo segretario del Pd Zingaretti :
    “…ora si tratta di mettere a posto il partito” !
    Dico cose scontate.
    Ma guardare al partito, alle sue regole alla democrazia interna, al suo radicamento, alle qualità e competenze nonché profilo etico, della futura dirigenza, ascoltare gli iscritti e gli attivisti, assumersi e condividere le responsabilità di selezione della futura classe politica, rilanciare i congressi , le assemblee e le scuole di partito, sono processi che vanno al di là delle primarie e dei suoi buoni risultati d’affluenza. Tra l’altro questi ultimi non ci devono esaltare.
    Sono cose assai diverse – naturalmente . Ma le primarie Usa per Donald Trump – un candidato “senza partito e senza tessera” – eletto solo in virtù di comitati elettorali squagliati il giorno dopo, e che del suo stesso partito politico se poteva ne faceva a meno , hanno visto l’affluenza di decine di milioni di votanti – sempre pochi rispetto alla popolazione – con i risultati sulla personalità e le qualità di Trump che sappiamo e conosciamo.
    Contesti e da non fare paragoni d’accordo.
    Ma c’è una lezioncina (vera) anche per il Pd:
    le primarie da sole non bastano , e possono a volte- specie nel nostro mondo …virtuale – trarre in inganno.
    Ora occorre insomma ” ..rimboccarsi le maniche”.
    Occorre cioè avere un partito possibilmente “solido” alle spalle , con una sua possibilmente solida classe dirigente.
    Tutto questo se crediamo ancora al Partito e non alle sue primarie. E se continuiamo a scommettere sulla sua irrinunciabile funzione nella democrazia, benché oggi in crisi, e benché oggi trasformata in democrazia del candidato , o meglio, in “Democrazia del pubblico” , come ci ricorda Bernard Manin.
    Un cordiale saluto . Buon lavoro.

  3. Forza segretario e Forza popolo della sinistra. Uniti si fa la forza non è solo un semplice slogan ma è un imperativo da non dimenticare nel futuro prossimo.

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