Pierre Carniti, il suo Kairòs, un’eredità da non disperdere.

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Due anni fa, il 5 giugno 2018 ci lasciava Pierre Carniti, indimenticato segretario generale della Cisl. A Carniti dobbiamo guardare non nell’ottica tradizionale di un tempo cronologico, per quanto esteso, ma di un kairòs, un “tempo opportuno”.
Paolo Giuntella nel suo libro “Il fiore rosso” ricordava che nel Libro della giungla di Kipling il cucciolo d’uomo Mowgli riesce a vincere l’arrogante tigre Shere Khan con il fiore rosso, il fuoco, un tizzone ardente. Il fuoco non brucia Shere Khan, lo allontana per sempre. Prendendo lo spunto da questo episodio e, soprattutto da questa simbologia, Giuntella ci mostra il passaggio, di generazione in generazione, del tizzone ardente, del fuoco della fede, del fuoco interiore, fino a oggi e all’infinito.
Così, ripercorrere la biografia vivente di Pierre Carniti ci permette di raccogliere e stringere le sue “mani aperte” e intrecciare al meglio la sua passione per il sindacato e per i lavoratori e le lavoratrici, per il “fare giustizia insieme”.
Dobbiamo rileggere e ritornare a Carniti, oggi, a due anni da quando il soffio della sua fragilità ci ha terrenamente lasciato, discutendolo e non trasformandolo in una comoda icona (il che equivarrebbe a fargli un torto).
Un importante strumento è il portale online www.pierrecarniti.it della neonata Associazione Pierre Carniti, in cui sono contenute, tra i vari contributi, importanti testimonianze e documenti relativi ad una figura importantissima non solo per la Cisl o per il sindacato.
Nel suo libro autobiografico, uscito per gli ottanta anni, Carniti stesso ci aveva ammonito affermando che il fare sindacato è «cosa impossibile da dire» e che avrebbe provato a trasmettere alcuni ricordi e riflessioni senza rinunciare alla sua «vista da presbite sul mondo di domani» e intrecciando senza forzature passato, presente e futuro.
Pierre Carniti, il suo Kairòs, sono anche un’eredità da non disperdere.
Approfondendo la figura del segretario generale della Cisl ho imparato ad apprezzarne due grandi doti, solo apparentemente divergenti: la fragilità e la tenacia.
Mi spiego meglio: di Carniti sono molto interessanti anche le sconfitte. Lo ricordava lui stesso nell’autobiografia quando raccontava della prima “conta” al consiglio generale della Cisl, in cui, credo sul tema dell’incompatibilità, insieme a quella di Pierre Carniti si alzarono solo quattro mani, a fronte di un consesso di oltre cento persone.
A livello personale, Carniti mi ha ricordato più volte questo e simili episodi che fanno comprendere il valore rivoluzionario della tenacia e della pazienza, del saper far fare passi avanti, rompendo quando necessario, ma avendo cura, sempre, non dell’immediato, della coerenza di una strategia.
Di fronte ad una società che si concentra sempre di più solo sui “vincenti” (salvo poi fomentare la rabbia, a volte rancorosa, degli “altri”), quel suo sapere stare “quasi ai margini”, quel suo saper tornare, non da solo peraltro, in periferia, sempre tra i lavoratori e tra gli ultimi, ci consegnano un messaggio potentissimo: non temere, non fuggire la fragilità, la sconfitta, la testimonianza. Non per compiacersi di esse,  ma per trovare la forza di un balzo più lungo, più vero, più condiviso.
Solo così, ricordando anche la sua lezione di sobrietà, la nostra “fedeltà” a Pierre sarà vera ribellione all’oblio, nella tenerezza.
Solo così «la morte non avrà l’ultima parola» e – mi concedo una citazione antica – da calabroni potremo ancora «paradossalmente volare».

Grazie Pierre.

 

Francesco Lauria

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