Obiezione di coscienza e bioetica. Un documento che fa discutere

| 0 comments

“L’obiezione di coscienza in bioetica è costituzionalmente fondata (con riferimento ai diritti inviolabili dell’uomo) e va esercitata in modo sostenibile; essa costituisce un diritto della persona e un’istituzione democratica necessaria a tenere vivo il senso della problematicità riguardo ai limiti della tutela dei diritti inviolabili”. D’altro canto: “La tutela dell’obiezione di coscienza, per la sua stessa sostenibilità nell’ordinamento giuridico, non deve limitare né rendere più gravoso l’esercizio di diritti riconosciuti per legge né indebolire i vincoli di solidarietà derivanti dalla comune appartenenza al corpo sociale”.

Sono queste le principali conclusioni cui è arrivato, alla quasi unanimità (uno astenuto, il prof. Carlo Flamigni), il Comitato nazionale di bioetica, presieduto dal prof. Francesco Paolo Casavola, con la redazione di un “parere” reso pubblico  il 30 luglio 2012, inteso a chiarire i rapporti tra la bioetica e l’obiezione di coscienza (Obiezione di coscienza e bioetica).

Ne discendono le seguenti raccomandazioni:  1) nel riconoscere la tutela dell’obiezione di coscienza, “la legge deve prevedere misure adeguate a garantire l’erogazione dei servizi, eventualmente individuando un responsabile degli stessi”; 2) l’obiezione di coscienza “deve essere disciplinata in modo tale da non discriminare né gli obiettori né i non obiettori e quindi non far gravare sugli uni o sugli altri, in via esclusiva, servizi particolarmente gravosi o poco qualificanti”; 3) si deve predisporre “un’organizzazione delle mansioni e del reclutamento che può prevedere forme di mobilità del personale e di reclutamento differenziato atti a equilibrare, sulla base dei dati disponibili, il numero degli obiettori e dei non obiettori”.

Nei mesi scorsi, infatti, da più parti, si era messa in evidenza la situazione di disagio che si è andata creando negli anni, per le donne che intendono ricorrere alla interruzione della gravidanza, per via del crescente numero di obiettori tra il personale medico e paramedico negli ospedali italiani. Si veda ad esempio un articolo di Adriano Sofri (Quando tutti i medici sono biettori di coscienza) pubblicato il 25 maggio 2012 nel quale era raccolto lo sfogo di una ginecologa dell’ospedale romano San Camillo, responsabile del Day hospital per la legge 194: su 316 ginecologi nel Lazio 46 non sono obiettori, e in 9 ospedali pubblici non si fanno interuzioni gravidanza.

Ma già in febbraio il sito web del “Quotidiano della salute” aveva dato conto della protesta del gruppo di Sel al Consiglio regionale lombardo: “In molte strutture lombarde interrompere una gravidanza, scelta di per sé già difficile per una donna, è quasi impossibile. Ci sono zone più isolate come Sondrio in cui le difficoltà diventano enormi e abortire è una corsa a ostacoli, visto che nell’azienda ospedaliera della Valtellina i non obiettori sono solo 3 su 19” (Aborto.Boom degli obiettori in Lombardia).

 Alla Camera dei deputati, a fine maggio, erano state messe ai voti sette mozioni sulla tutela del diritto all’obiezione di coscienza per medici e professionisti della sanità e, però, anche sul diritto di ogni individuo di ricevere dallo Stato le cure mediche ed i trattamenti sanitari legali.

Con sottolineature in parte diverse (alcune privilegiavano il diritto all’obiezione di coscienza, altre il diritto di ogni individuo a ricevere le cure previste dalla legge, e, nel caso della legge 194 del 1978, il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza in determinate circostanze), tutte le mozioni cercavano di corrispondere alla Raccomandazione n. 1763 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio del 7 ottobre 2010, intitolata “Diritto di sollevare obiezione di coscienza nell’ambito delle cure mediche legali”, nella quale vengono specificati gli ambiti sanitari ove la pratica dell’obiezione di coscienza deve essere tutelata e regolamentata, e cioè l’interruzione volontaria di gravidanza, le situazioni di fine vita e la procreazione medicalmente assistita, e si invitano gli Stati membri del Consiglio d’Europa ad elaborare normative complete e chiare che regolino l’obiezione di coscienza nell’ambito sanitario in modo da evitare di danneggiare e discriminare la popolazione femminile, in particolare – si legge nel documento europeo – le donne economicamente più fragili o quelle che vivono nelle zone rurali.

 Che la questione dell’obiezione di coscienza, soprattutto per quanto riguardava l’aborto, sia assai delicata per l’alto numero di obiettori veniva rilevato anche dalle le relazioni annuali sull’attuazione della legge n. 194 del 1978 presentate al Parlamento dal ministro della Salute. In quella presentata il 4 agosto 2011 si afferma che nel 2009, a livello nazionale, il 70,7 per cento dei ginecologi è obiettore e che il trend è passato dal 58,7 per cento del 2005 al 69,2 per cento del 2006, al 70,5 per cento del 2007, al 71,5 per cento del 2008. Il dato nazionale degli anestesisti obiettori è anch’esso in costante aumento, passando dal 45,7 per cento del 2005 al 51,7 per cento del 2009. Il dato nazionale del personale non medico obiettore è passato dal 38,6 per cento nel 2005 al 44,4 per cento nel 2009. Al Sud, la quasi totalità dei ginecologi è obiettore (85,2 per cento in Basilicata, 83,9 per cento in Campania, 82,8 per cento in Molise e 81,7 per cento in Sicilia), mentre gli anestesisti si attestano intorno ad una media superiore al 76 per cento (77 per cento in Molise e Campania e 75,6 per cento in Sicilia)”.

 Il prof. Casavola, nella sua introduzione al documento (che consta di circa 40 pagine, metà delle quali contengono le motivazioni del parere contrario del prof. Flamigni alle argomentazioni del testo e la motivazione della sua astensione sulle conclusioni del testo stesso) osserva, tra l’altro, che “l’obiezione di coscienza non solo tutela la libertà di coscienza individuale, ma rappresenta una istituzione democratica, perché impedisce che, riguardo a materie molto controverse e inerenti ai valori fondamentali, una maggioranza ne ‘requisisca’ persino la problematicità rifiutando il dubbio. Tuttavia il riconoscimento dell’obiezione di coscienza non implica una sorta di potere di boicottaggio della legge, la cui vigenza deve essere garantita così come garantito dev’essere l’esercizio dei diritti da essa previsti. È in questa prospettiva che si può configurare un’odc giuridicamente sostenibile per la bioetica” (vedi Introduzione del prof. Casavola).

Il prof. Carlo Flamigni, astenutosi sulle conclusioni del documento, ma contrario al ragionamento di fondo contenuto nel documento così riassume il senso del documento stesso: “Detta in parole più semplici (il linguaggio dei Pareri del Comitato nazionale per la bioetica non è sempre facile da decifrare) l’obiezione di coscienza nei confronti dell’aborto volontario (e in futuro, chissà, quella relativa all’eutanasia) è qualcosa di così nobile e virtuoso che all’obiettore deve essere garantito il diritto di astenersi dallo svolgimento del servizio (pubblico) richiesto dalla legge senza nessun aggravio, ignorando le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini che hanno titolo a ricevere quel servizio. La legge alla quale si chiede di non dover ubbidire, infatti, sarebbe solamente frutto della occasionale formazione di una maggioranza parlamentare (quindi potrebbe essere priva di una apprezzabile valenza etica) mentre il diritto all’obiezione di coscienza a quella stessa legge sarebbe giuridicamente sostenibile perché avrebbe fondamento nei diritti umani (nel caso specifico non rispettati dalla legge) e sarebbe comunque utile per tenere vivo il senso del rispetto dei diritti inviolabili. Ribadito il diritto all’obiezione di coscienza in bioetica, il documento riconosce che i servizi previsti dalle leggi in questa materia debbono essere regolarmente erogati. Questo, in sintesi, il messaggio contenuto nella proposta della maggioranza del Comitato” (tutto il lungo testo della “postilla” del prof. Flamigni è in allegato al “parere” del Comitato, cfr. Obiezione di coscienza e bioetica).

Il quotidiano “Avvenire” del 31 luglio ha pubblicato un editoriale della prof. Agostina Morresi, docente di Chimica fisica all’Università di Perugia e membro del Comitato (“La facoltà di obiettare. Civilissimo diritto”) in cui scrive: “Il parere del Cnb contribuisce a fare chiarezza sulla natura e la fondatezza dell’obiezione di coscienza nel nostro ordinamento giuridico, e può essere un’occasione per spegnere quelle polemiche strumentali con cui, in questi mesi, ignorando la realtà fattuale dei dati e svelando così la natura tutta ideologica della battaglia, è stato aggredito un diritto dei cittadini”. Sulla questione dei dati il documento del Comitato contiene, come seconda “postilla”, un testo della prof. Morrisi in cui si sostiene che “non esistono correlazioni fra numero di obiettori di coscienza e tempi di attesa delle donne che accedono all’ivg, ma che le modalità di accesso all’ivg dipendono dall’organizzazione delle singole regioni” .

 Sull’Avvenire, oltre all’editoriale di Agostina Morresi, è pubblicata anche un’intervista al prof. Andrea Nicolussi, ordinario di all’Università cattolica e coordinatore per la parte giuridica del gruppo di lavoro che ha redatto il parere del Comitato (per la parte etica vi era il prof. Antonio Da Re). Nicolussi cerca di rispondere a un’obiezione che viene mossa dal prof. Flamigni e da altri, osservando che “l’obiezione di coscienza non è uno strumento di sabotaggio di leggi, ma deve essere esercitata in modo sostenibile senza pregiudicare diritti che la legge riconosca”. “Allo stesso tempo – aggiunge – richiede che la legge non boicotti l’obiezione di conscienza discrimnando chi la vuole esercitare” (Voto quasi unanime. Segnale di condivisione).

Il giorno precedente, 30 luglio, il quotidiano “la Repubblica” ha pubblicato un articolo di Maria Novella De Luca nel quale si dà conto del documento del Comitato e si conclude esprimendo il timore che “la pressione sempre più forte dei movimenti per la vita, il boicottaggio nei consultori contro chi chiede i certificati per abortire o la pillola del giorno dopo, l’emarginazione dei pochi medici che ancora resistono nei reparti di Ivg” rischino di “trasformare l’obiezione di coscienza nel pretesto per abolire la legge 194” (“Garantire l’obezione di coscienza”. Il documento che divide la bioetica).

Fin qui una sintesi delle principali posizioni espresse. Appare probabile, però, e comunque auspicabile, che vi sia un approfondimento delle questioni sul tappeto. Ad esempio, come considerare il netto aumento degli obiettori tra i medici e tra il personale paramedico nei confronti dell’interruzione volontaria della gravidanza? Si tratta di una presa di coscienza, frutto dell’esperienza diretta, della non moralità di quell’atto? Se fosse così, questo, certo, potrebbe indurre l’opinione pubblica a un ripensamento, ad un supplemento di riflessione, sulla validità della legge 194 del 1978. O si tratta di una scelta di comodo, di immagine, o puramente ideologica, ma priva di autenticità? Se fosse così, se si fosse in grado di appurare che in non pochi casi si tratta di una scelta inautentica, non sarebbe il caso di valutare l’opportunità di vincolare l’obiezione di coscienza alla disponibilità ad assumere un qualche onere personale, che sia di utilità sociale nell’ambito dell’organizzazione sanitaria, e che offra garanzie di autenticità?

 

 

 

Lascia un commento

Required fields are marked *.