Il Salvini mariano: la comunità cristiana prenda sul serio il problema

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Salvini usa i simboli religiosi con grande disinvoltura e crescente impegno. Aveva cominciato con il crocifisso e il vangelo su cui aveva giurato nella campagna elettorale del 2018, ma allora sembrava ancora un elemento marginale. Ora ha scelto – non so se sia un caso – una maggiore accentuazione mariana. Ha preso il primo posto il rosario, alludendo a una cosa sofisticata come la consacrazione dell’Italia e dell’Europa al cuore immacolato di Maria: una devozione parallela ma meno nota rispetto alla consacrazione al Sacro Cuore di Gesù, tema largamente diffuso nell’intransigentismo cattolico otto-novecentesco. La Lega esce dall’immaginario “padano” e “pagano” neoceltico e barbaro, per assumere gli stili e i linguaggi di un cattolicesimo destrorso e nazionalista. Prima di chiederci quanto questa novità degli ultimi anni contribuisca a spiegare il successo elettorale del capo leghista, mi interrogo su cosa significhi questa svolta per noi.

La Chiesa cattolica nella sua gerarchia o comunque nel suo volto pubblico mi pare abbia reagito finora in modo piuttosto imbarazzato a questo imprevisto ritorno della religione nello spazio pubblico. Certo, abbiamo sentito parecchie voci critiche, anche alte. Che hanno insistito però su una panoplia di obiezioni non sempre del tutto coerenti e lineari, anzi apparentemente piuttosto sfrangiate e differenziate: nei comizi si parli di politica (mons. Delpini); non si creda di poter dividere i cattolici dal papa (card. Bassetti); Dio e i simboli cristiani non possono essere usati come elementi di parte perché uniscono e non dividono (card. Parolin, card. Bagnasco); la strumentalità dell’operazione è inaccettabile (Civiltà cattolica; mons. Semeraro); fino a sottolineare la contraddizione tra l’uso di quei simboli e i contenuti di una politica discutibilmente collegabile al Vangelo (mons. Mogavero). Un discorso sintetico e complessivo mi pare non sia apparso. Per istruirlo, mi limiterei a indicare almeno quattro problemi e le conseguenti esigenze di fondo.

C’è una questione generale che è quella del possibile “ritorno delle religioni” come elemento di identità dopo anni di teorizzazione di un’assenza necessaria, di una laicizzazione quasi ineluttabile, intesa in senso di neutralizzazione dello spazio pubblico. Il liberalismo (soprattutto nella forma globalizzata recentissima) ha espunto ogni riferimento ideologico forte dalla scena, tentando come è noto addirittura una marginalizzazione della politica rispetto al flusso presunto neutrale della società e dell’economia. Ma questi riferimenti tendono a tornare. Tornando la politica con la crisi della globalizzazione, tornano ideologie che provano a collegare le persone, che siano capaci di dare identità. La religione (etimologicamente) collega: è quindi comprensibile che qualche imprenditore politico si rivolga all’immaginario religioso per rafforzare la propria proposta di legami immaginari ma simbolicamente pregnanti tra le persone. In fondo è cosa che la parabola del radicalismo islamico ci ha già spiegato abbondantemente. Qui il problema è quindi la qualità del discorso sull’identità: la questione non va rimossa, ma maneggiata con grande cautela. A me pare che si possa dire in sintesi che una qualche identità come discorso pubblico di convergenza tra le persone sia necessaria. Non si vive assieme in una democrazia senza un senso del “noi”. Ma è proprio assolutamente ineluttabile che le identità che si ricostituiscono e si esibiscono lo facciano in termini di scontro reciproco e di contrapposizione? Credo di no: si può e si deve immaginare un ritorno delle identità, conciliabile con il dialogo e l’intesa sui valori umani della convivenza tra diversi. Ma è percorso impegnativo su cui anche le comunità religiose devono investire energie culturali, mentre occorre poi immaginare una imprenditoria politica alternativa. Non è semplicemente un pio desiderio, che si realizza invocandolo.

C’è un altro elemento connesso a questo ragionamento, ancora più specifico della situazione del cattolicesimo italiano. Sembra quasi che qualche cattolico (l’ha scritto esplicitamente “Tempi”) tutto sommato non si rammarichi più di tanto per le uscite salviniane. Si tratta comunque di un ritorno del cattolicesimo sulla scena, di una uscita dall’irrilevanza. Pesa ancora l’horror vacui succeduto alla fine della Dc. Qui la questione mi sembra si possa impostare così: dopo la riflessione del Vaticano II si è spiazzata l’idea di usare direttamente la fede e la cultura religiosa come strumento di identità politica: anche lo scudo crociato della vecchia Dc oggi apparirebbe piuttosto desueto. Molte encicliche papali hanno canonizzato il tema della mediazione necessaria della fede e quindi anche della possibilità del pluralismo tra credenti. È quindi molto discutibile questo rimpianto del passato. Ma la conseguenza di questo discorso va governata: per qualche anno ci si è illusi che si poteva sostituire il passato con l’elencazione di una serie di “valori non negoziabili”, come forma di visibilità alternativa. Ma di fatto questo elenco risultava vago ed esprimeva piuttosto la banale illusione della gerarchia ecclesiastica di riaffermare un potere di indicare la mediazione (ritenuta) giusta tra fede e storia e di controllare le scelte dei fedeli. La questione vera è che la visibilità della comunità cristiana dovrebbe risiedere nella propria capacità complessiva di fare i conti con la vita. Di stimolare tutti a prendere sul serio la domanda su come si vive l’assoluto evangelico nelle sfide della storia, traducendolo magari anche in modo comprensibile per chi non crede. Insomma, il primato dell’evangelizzazione dovrebbe riportare al centro della Chiesa e della comunità dei credenti la ricerca continua sulle esigenze impegnative del Vangelo rispetto alla vita. Che solo nella loro autenticità produrranno poi esperienze coerenti, in grado di cambiare la realtà.

Un terzo elemento forte è che questa operazione salviniana fa riferimento esplicito ad uno scontro interno al cattolicesimo. Il pluralismo culturale (e politico) del cattolicesimo è sempre esistito, anche se è stato spesso esorcizzato dalla gerarchia, nella mitologia dell’unità assoluta della Chiesa. Ha agito in modo sotterraneo nel corso dei secoli e peraltro si è radicalizzato in tempi recenti. Il pontificato di Francesco sembra avere fatto nuovamente uscire alla ribalta un cattolicesimo neo-intransigente, teologicamente retrivo nel senso di critico del Vaticano II, abbarbicato a una concezione dottrinale della verità cristiana e politicamente destrorso. Questi ambienti hanno solidi agganci ai vertici della Chiesa (vedi l’attivismo dei vari cardinali Müller, Burke ecc.) e cospicue strutture di finanziamenti internazionali. Hanno individuato non da oggi la linea del pontificato come un nemico da combattere. I consiglieri di Salvini gli hanno evidentemente suggerito di allearsi con questo mondo, individuando nel cattolicesimo conciliare e bergogliano un nemico politico da sconfiggere. Più ancora di quanto sia visibile, si ritiene in quegli ambienti che potrebbe essere il coagulo di una opposizione seria. C’è modo per questa componente – che noi chiamiamo cattolicesimo democratico – di essere ancora realmente feconda rispetto a questi dibattiti? E più in generale, si può finalmente riportare questo dibattito a una legittimazione nella comunità, senza condannarci al silenzio per non dividerci su argomenti scottanti?

Infine, a me pare dubbia la possibile presa di questi argomenti o immagini sulla base dei praticanti: per dirla meglio, so benissimo che c’è simpatia verso il discorso leghista in una parte del mondo cattolico, ma non credo che si generi a causa del crocifisso e del rosario esibiti. Piuttosto, si tratta del fatto che nella comunità cristiana si riproduce uno spaccato del paese, senza grandi criteri originali e specifici di giudizio (e quindi una percentuale non banale di simpatie anche di destra). La domanda vera che dovrebbe farsi la comunità nel suo insieme (pastori e fedeli) – provocando quello che definirei un vero esame di coscienza di massa – è se ci siano gli anticorpi giusti e se sia possibile condividere un criterio di discernimento in queste situazioni. Se cioè la base cattolica sia in grado di cogliere la differenza tra una predica e un comizio, ed abbia gli strumenti di cultura religiosa prima ancora che di alfabetizzazione politica per capire in modo appropriato questi fenomeni e per porre le domande corrette e adulte sul rapporto tra queste rivendicazioni e la fede. Alla fine, addirittura, per chiedersi ogni giorno su dove cercare il punto di riferimento solido per giudicare le pretese più o meno avventate di un politicante di parlare secondo un linguaggio religioso: l’autorità del papa? L’opinione del parroco?  Una qualche dottrina sociale? Oppure la Parola di Dio?

 

Guido Formigoni

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2 Comments

  1. Il Sig. Salvini strumentalizza ad arte i riferimenti e gli oggetti religiosi.
    In realtà non è né cristiano ne cattolico mentalmente e nel cuore e neanche presumo praticante.
    Non ha una cultura socialmente utile se non quella del proprio tornaconto.
    Si presenta vincente ma chi lo vota da un sondaggio è gente ignorante o che nn va in la del diploma della primaria di secondo grado o fa leva sugli anziani di vecchio stampo….
    Chi crede che sia un “Salvatore democratico” si sbaglia di grosso…

  2. Come cattolico che non fa politica attiva ma segue con attenzione l’evolversi della rappresentanza politica nel nostro Paese, mi interrogano i dati presentati da Pagnoncelli sul voto dei cattolici alle recenti elezioni europee, e altrettanto mi interroga l’esibizione dei simboli religiosi da parte di Salvini senza che da parte della Gerarchia vi sia stata una presa di posizione chiara, lineare, unitaria e ufficiale.
    Mi auguro che anche la Gerarchia e il Clero si lascino interrogare per rispondere a questa domanda: cosa c’è che non funziona nel rapporto tra il Messaggio della Chiesa e i comportamenti dei cattolici, il messaggio o i canali che lo veicolano?
    Nel caso specifico delle elezioni, essendo il Messaggio quello della Dottrina Sociale della Chiesa, riassunta nel Compendio e integrata dal pensiero di Benedetto XVI e di Papa Francesco, più che mai attuale dopo la fine delle grandi narrazioni ideologiche del secolo XX, si deve dedurre che ciò che non funziona sono i canali che veicolano questo Messaggio e che hanno il loro terminale nelle Parrocchie.
    Non vorrei che questi dati abbiano a confermare il detto “Ogni sagrestia ha la sua liturgia”, oppure l’affermazione “non mi interesso dei fatti della politica e di Dottrina Sociale della Chiesa perché devo fare bene il prete”, perché se così fosse grande e gravissimo è il problema della Chiesa.

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