Il governo d’emergenza e il sommerso della crisi

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L’ampio consenso che sta costruendosi attorno al governo Draghi è senz’altro significativo. Naturalmente non sappiamo ancora come questo si incontrerà con la necessità di completare il profilo programmatico dell’esecutivo e la sua squadra di ministri e ministre.  Ma fin da ora questa situazione permette di fare alcune telegrafiche riflessioni, appositamente mirate a suscitare un dibattito, già avviato sul nostro portale. La mia impressione è che nel coro mediatico si perdano molte cose interessanti relative alla situazione e anche ad alcuni lati oscuri e sommersi, quanto importanti, del problema.

  1. La spregiudicata e personalistica operazione di Renzi, mirata con pervicacia a far cadere il governo “giallo-rosa” – che egli stesso aveva contribuito in modo determinante a far costruire – ha avuto successo. Naturalmente, il prezzo è stata la constatazione dell’impossibilità di realizzare un’altra soluzione politica alla crisi, quale che fosse, e quindi ha portato a questa sorta di sospensione della dialettica politica, con la soluzione di emergenza progettata con responsabilità da Mattarella e per ora incarnata dal presidente incaricato Draghi. Una posizione di rendita minoritaria è stata portata all’incasso in modo tatticamente perfetto: vedremo quali saranno i dividendi politici di questa operazione nel medio periodo per il principale esecutore. Certo per la politica italiana, e in specifico per il centro -sinistra, che a noi sta a più a cuore, non è stata una stagione felice.
  2. Va da sé che hanno contribuito all’esito ulteriori elementi e concause: la fragilità dell’assetto precedente, l’indeterminatezza e le divisioni del movimento 5S (prima forza del parlamento ma in via di continuo sfaldamento e ridimensionamento), il trasformismo abile ma limitato del presidente Conte, il governismo senza grande respiro del Pd (in tutte le sue componenti, da quella postcomunista a quella postdemocristiana). La debolezza della sfida che avrebbe potuto essere giocata sull’ipotesi di elezioni anticipate sta dentro tutta a questa fragilità politica di una maggioranza che pure qualche risultato ha avuto in questi ultimi diciotto mesi. Tra cui quello non banale di riportarci in asse con l’Europa, proprio nel momento di una svolta decisiva nelle politiche e nelle dinamiche dell’Unione. Ma che non è riuscita, non ha avuto tempo, o non è stata in grado, di trasformarsi in qualcosa di più strutturato e strategico di quella improvvisata ipotesi «anti-Salvini» su cui era (per fortuna) nata.
  3. Ha preso piede durante la crisi – rafforzandosi con il suo esito attuale – una critica radicale alla politica e alla sua efficienza, al sistema politico instabile, alla pochezza di una classe dirigente. Una lamentela e una vociferazione talmente compatta ed univoca, che viene quasi la voglia di avvertire che non la si può prendere alla lettera. E il paese dov’era, quando la politica perdeva incisività e vigore? E questa politica non è in parte lo specchio di un paese fermo, di un paese che non fa più figli perché non crede nel futuro, di un paese che accumula un enorme risparmio privato ma non stimola i privati all’investimento (tanto che quando si fermano gli investimenti pubblici, il Pil non riparte)? Di un paese che non sembra fatto per i giovani, le donne e il futuro, che si accontenta del mugugno e dello scaricabarile? Mi piacerebbe esse smentito. Cioè che proprio in questo momento nascesse un soprassalto di volontà e di competenze che si impegnino di nuovo per dare un futuro alla politica, e quindi alla convivenza civile.
  4. Per ora naturalmente l’ipotesi tecnica (o tecnico-politica) affidata all’ultima e alla più solida possibile “riserva della Repubblica”, quel Mario Draghi che ha avuto un ruolo decisivo nell’ultimo decennio alla Bce, è da prendere con sollievo, date le condizioni acquisite. Potrà ad esempio restaurare un po’ di fiducia nella competenza della classe dirigente. Speriamo che riesca a mettere in relazione le necessità intraviste da un’élite responsabile con le preoccupazioni di un paese incerto, diviso e astioso. Non è opera semplice (e non è che tutti i governi tecnici del passato ci siano riusciti, anzi…).
  5. Scontato questo apprezzamento, l’assetto che si sta costituendo è da valutare con precisione e senza enfasi eccessive. Suscita qualche perplessità il plauso diffuso di chi evidentemente coglie in questa soluzione soprattutto il crollo del mal sopportato quadro politico precedente. In questa linea, va ricordato che non è certo immaginabile una sorta di congelamento senza limiti della normale dialettica democratica: non dimentichiamoci che – piaccia o meno – il paese ha espresso nel 2018 un terremoto elettorale, confuso e incerto come che sia. A cui non si può reagire ora a distanza di mezza legislatura per attenuarne gli esiti, quasi fosse possibile commissariare indefinitamente la politica, contando solo sulla volontà degli eletti di non perdere il seggio. La capacità di tenere assieme la necessaria responsabilità verso il paese e il rispetto delle scelte democratiche dell’elettorato è una questione cruciale delle nostre democrazie mature.
  6. Il governo di emergenza – auspicabilmente sostenuto da ampia maggioranza – come ha preconizzato il presidente della Repubblica, non può quindi darsi che il compito circoscritto di affrontare la fase estremamente delicata dell’emergenza sanitaria e di quella connessa economico-sociale, impostando nel modo migliore le scadenze del Recovery Plan europeo. Ma questo obiettivo emergenziale raggiunto, dovrà riconsegnare il paese alla dialettica democratica nell’unico modo possibile, tornando a votare, auspicabilmente di fronte a una situazione organizzativa e sanitaria più tranquilla che sarà da tutti noi vissuta.
  7. In questa direzione, la stella polare europea naturalmente è fondamentale: il fatto che siano tante le forze che danno mostra di aver compiuto un riorientamento in questa direzione, almeno parzialmente (dai 5S, già da tempo, fino alla Lega, con la svolta estemporanea e tattica di questi giorni) dà l’idea di un risultato molto significativo della nostra stagione civile. Una vittoria non trascurabile dell’apparente buonsenso e della ragione, favorito naturalmente dall’allettante montagna di miliardi europei che ci aspetta. Non dimentichiamo però che non basta un generico europeismo: pur usciti dal sovranismo vociante e propagandistico, ci si dovrà confrontare nel prossimo futuro con diversi passaggi in cui sarà in gioco il tipo di orizzonte che in Europa si vorrà costruire. E questo riporterà al centro una dialettica tra destra e sinistra che è del tutto illusorio dar per superata o peggio artificialmente congelata: lavoreremo per l’Europa dell’austerità o dello sviluppo sostenibile? Della mera concorrenza o delle regole fiscali per le multinazionali? Della solidarietà in politica interna ed estera o della chiusura nella competizione continua tra sistemi statali?
  8. E infine, come per la questione delle scelte ineluttabili da compiere sotto l’ombrello europeo, le grandi discriminanti divisive non spariranno sotto l’abile e si spera efficace guida del presidente tecnico d’eccellenza. Al di sotto di questa stagione forzatamente unanimistica o quasi, si riproporrà prima o poi la necessità di chiarire strategicamente un volto, una dirigenza, un disegno, un discorso al paese, per le singole forze politiche (e per quanto ci riguarda, soprattutto per un centro-sinistra che sia finalmente all’altezza delle sfide della storia). Anzi, più prima che poi: proprio nel modo di stare in questa fase e al contempo di guardare al domani si giocherà molto delle dinamiche successive. Sarà la scommessa decisiva da affrontare e vincere.

 

Guido Formigoni

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2 Comments

  1. A parte tutte le altre, pure importanti riflessioni di Guido Formigoni, mi soffermo sulla seguente:
    “Certo per la politica italiana, e in specifico per il centro -sinistra, che a noi sta a più a cuore, non è stata una stagione felice.”

    Anche per me, che cerco di seguire con attenzione ciò che accade nel quadro politico nazionale, la mia attenzione è richiamata dall’area di centro sinistra e di sinistra, perchè credo che quello attuale sia il momento storico per guardare avanti e costruire il futuro valorizzando ciò che unisce e superando ciò che divide.
    Non è da oggi, ma dal dopo elezioni del 2018, che sostengo la necessità che le forze che si richiamano al centro sinistra e alla sinistra facciano ciò che nel 1959 hanno fatto i socialdemocratici tedeschi con il Congresso di Bad Godesberg: si sono messi in profonda discussione e hanno buttato a mare ciò che non serviva più, si sono ripensati e ridefiniti e si sono riconosciuti in un modo di essere e in un programma di governo di lungo periodo che per ben 30 anni, fino al crollo del Muro di Berlino, ha determinato la storia della Germania.

    Bad Godesberg è solo un esempio a cui riferirsi e un metodo utilizzabile dal centro sinistra e dalla sinistra italiana affinchè trovino il percorso e le modalità, un partito, una coalizione, un’alleanza o qualunque altra cosa che abbia l’ambizione di segnare il futuro e la storia di questo nostro Paese.
    Guardando a ciò che sta accadendo nel quadro politico mi domando: non si sta forse aprendo in Italia la fase simile a quella che ha portato al Congresso di Bad Godesberg che avrà sicuramente effetti positivi sull’insieme del quadro politico?

  2. Adesso il Governo Draghi è diventato realtà, ma…. tutti i dubbi sollevati da Guido rimangono attuali e ci spingono a comuni riflessioni.
    Diciamoci, però, che così non si poteva tirare avanti, con un Movimento 5 stelle che solo era diventato un freno, che il PD di Zingaretti, come primo obiettivo, si stava coccolando un Conte sempre più vociferante, con un Renzi troppo scalpitante, anche se intelligente, come è sempre stato nel suo stile egocentrico. Perfino Mattarella , uomo delle istituzioni, ha dovuto dire a quella classe dirigente di farsi da parte …per rilanciare la politica con un…. tecnico politico.
    Spero che quella “nostra” classe dirigente prenda atto del proprio fallimento, che noi tutti prendiamo atto che è necessario una vera rivoluzione culturale per ridisegnare un futuro che non si può più basare su gli schemi del ‘900, sulla nostra atavica cultura.
    Oggi è tramontato il significato del ‘900 in parole come destra e sinistra che vanno ridefinite; è del tutto cambiato il rapporto storico tra classi sociali che non esistono più; vanno affrontate con realistico coraggio le problematiche di un debito enorme, di una crisi demografica, di una impreparazione imperante, della debolezza delle politica, del conservatorismo sindacale, della povertà della cultura imprenditoriale; della debolezza dei nostri giovani; di una Chiesa troppo spesso assente dal territorio.
    Vanno valorizzate parole nuove, ….nuovi messaggi tesi a costruire un nuovo futuro. Una Europa più umana…e laicamente “cristiana” potrebbe essere un faro per tutti noi.
    Per fortuna oggi abbiamo mezzi di comunicazione che ci permetterebbero di fare una rivoluzione culturale, sociale e democratica in modo abbastanza rapido ed incruento.

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