Giovani e mobilitazioni collettive

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Dal punto di vista sociologico i giovani, come gruppo, non sono un blocco sociale omogeneo, ma ampiamente articolato e dipendente da numerose variabili interne/strutturali (genere, provenienza territoriale, famiglia d’origine, classi di età) ed esterne (contesto storico, eventi particolari). La condizione giovanile rappresenta inoltre una fase di transizione verso il passaggio alla vita adulta.  Il giudizio sui giovani è spesso condizionato da stereotipi e pregiudizi alimentati da fatti di cronaca: pensano solo a divertirsi, vogliono avere soldi per comprarsi la macchina, il motorino, il telefonino, si drogano nelle discoteche, oppure sono dei “bamboccioni”.  A livello più sofisticato si coniugano espressioni quali: generazione dominata dal presente, invisibile, senza un’idea di futuro. Partendo da queste convinzioni ci si sorprende quando si assiste alla nascita di mobilitazioni collettive e di aggregazioni sociali. Il presente intervento cercherà di contestualizzare, in senso storico e culturale, la condizione giovanile, a partire dalle indagini più serie (vedi nel passato i rapporti Iard e oggi quelli dell’Istituto Toniolo) e dall’osservazione partecipante.

Ronald Inglehart – lo studioso americano più attento all’analisi dei mutamenti dei sistemi valoriali e che dirige la World Values Survey –  ha messo in risalto l’esistenza, nelle società avanzate, di un processo evolutivo dai bisogni materiali (carriera, reddito, stabilità economica) tipici degli anni ’50 a quelli post materiali (qualità della vita, natura, libertà personale, partecipazione) che hanno caratterizzato le generazioni dagli anni ’70 in poi. Ma, nei comportamenti collettivi e nei sistemi valoriali, non si tratta, come sostiene Albert Hirschman, di processi lineari e sempre progressivi, bensì di oscillazioni cicliche, una sorta di pendolo dal privato al pubblico, dai valori difensivi a quelli espressivi e viceversa.

Per comodità espositiva e per rendere più facile la lettura, i movimenti giovanili saranno osservati in diverse fasi storiche: il secondo dopoguerra e gli anni ’50, gli anni ‘60/’70, gli anni ‘80/90, i primi vent’anni del 2000.

Se analizziamo l’età dei partigiani caduti nella lotta di Liberazione vediamo come la stragrande maggioranza fossero giovani; per rendersene conto basterebbe osservare, nelle nostre città, le numerose vie e targhe ad essi dedicate: data di nascita (1920/24), data di morte (1944/45). L’adesione alla Resistenza  ha una molteplicità di motivazioni: ribellione ai soprusi del regime fascista e all’occupazione tedesca, bisogno di libertà, scelta politica consapevole (da parte di una minoranza che segue i partiti antifascisti clandestini). Anche le biografie di alcuni dei politici protagonisti dell’Assemblea costituente, sorprendono per la loro giovane età: nel 1945  Aldo Moro ha 29 anni, Giuseppe Dossetti, quando comincia a contestare la politica di De Gasperi, è un giovane adulto di 33 anni. I punti di riferimento, già strutturati, sono costituiti dai partiti (Pci, Dc, Psi), dai sindacati e dalle parrocchie.  Le organizzazioni giovanili dei partiti raggiungono livelli di adesioni mai visti prima (la Fgci diretta da Enrico Berlinguer ha 450mila iscritti), mentre nel 1954 su 2milioni e mezzo di iscritti all’Azione cattolica italiana, 1milione 700mila sono giovani.

Nelle fabbriche i giovani operai guardavano con ammirazione gli anziani attivisti delle Commissioni interne che avevano partecipato alla Resistenza. Ma l’impatto con la disciplina di fabbrica (e con le periferie dove sono costretti ad abitare) comincia a produrre malessere e spaesamento, che poi sfocerà in aperta ribellione. I giovani delle classi medie più agiate, che frequentano le scuole superiori e l’università, sono ancora una minoranza. La distinzione di classe è piuttosto netta e non basta l’omogeneità generazionale a fare gruppo autonomo.  Dagli Stati Uniti arrivano altri segnali, Jack Kerouac nel 1951 pubblica On the road, che diventerà il simbolo della beat generation, anticipando comportamenti giovanili che in Europa si sarebbero affermati dieci anni dopo. Nel 1956 Renato Carosone coglie un aspetto del mito americano e canta “Tu vuò fa l’americano”.

I ventenni nati nel lungo baby boom del dopoguerra, anche se figli di classi sociali popolari, vivono in un contesto di maggiore stabilità e cominciano ad avere più possibilità di costruire il proprio futuro, soprattutto con l’ingresso nelle scuole superiori e all’università. La televisione ampia le conoscenze, la lingua italiana gradualmente sostituisce i dialetti e i giovani di diverse regioni possono conoscersi meglio. A Torino, nel 1960, un evento sorprende partiti e sindacati: la rivolta operaia e giovanile di Piazza Statuto. A Genova (e poi in altre città) manifestano i giovani con le “magliette a strisce” contro il congresso del Msi che voleva riportare nella città medaglia d’oro della Resistenza il capo dei fascisti colpevole della deportazione degli operai delle grandi fabbriche del Ponente nei campi di concentramento; nel capoluogo ligure si stabilisce un rapporto diretto con la generazione della Resistenza (erano trascorsi 15 anni dalla Liberazione e il legame con i partigiani, ora quarantenni, è fisicamente visibile). Non solo proteste, esistono altre realtà giovanili: al Festival di Sanremo del 1964 vince una canzone ancora legata al clima familiare e al pudore degli anni precedenti Non ho l’età di Gigliola Cinquetti, altre canzoni canticchiate l’indomani sono Ogni volta che torno di Paul Anka, Una lacrima sul viso di Bobby Solo, Ieri ho  incontrato mia madre di Gino Paoli.

Un elemento di continuità nella storia dei giovani è lo slancio solidaristico durante eventi e calamità, come quello manifestatosi nei confronti dell’alluvione che colpì Firenze nel 1966, oppure come quello durante l’alluvione genovese quattro anni dopo (ottobre 1970) dove i giovani vennero definiti “angeli del fango”.

In Toscana una piccola esperienza di scuola popolare diretta da un prete scomodo, don Lorenzo Milani, diventerà ben presto un caso nazionale di contestazione ante litteram della “scuola di classe” , denunciata nel libro Lettera a una professoressa. Nei campus universitari degli Stati uniti gli studenti protestano contro la guerra nel Vietnam, protesta che sarà destinata ad estendersi in tutta Europa e costituirà il primo nucleo fondativo di una coscienza politica internazionalista. Nascono movimenti definibili di controcultura che agiscono con propri simboli. Il gruppo “I giganti” canta contro la guerra (Mettete dei fiori nei vostri cannoni, per una ballata di pace), Gianni Morandi fa esplicito riferimento al Vietnam (C’era un ragazzo che come me), esplode il maggio francese e le prime occupazioni delle università. Pervade un’ansia di conoscenza, si acquistano quotidianamente giornali e nuove riviste impegnate che nascono in continuazione. I partiti appaiono impreparati e i giovani più attivi fuggono dalle loro organizzazioni per aderire ai nuovi movimenti, ma poi nelle elezioni cambia poco: i nuovi partiti, che si formano con l’ambizione di rappresentare la protesta giovanile e le lotte operaie, non raggiungeranno mai risultati significativi; a livello elettorale risulta evidente la capacità di assorbimento della protesta da parte dei partiti tradizionali.

Nelle fabbriche la ribellione dei giovani lavoratori trova un canale d’espressione nel superamento delle gloriose Commissioni interne (elette su liste di organizzazione e in numero limitato) e nella conseguente formazione dei delegati di reparto che formeranno i Consigli di fabbrica (rappresentativi di tutte le aree della fabbrica). Nella fase più alta della mobilitazione sindacale, conosciuta come “autunno caldo” del biennio 1969-70, i principali protagonisti nazionali del rinnovamento sono giovani trentenni: Pierre Carniti ha 33 anni, Giorgio Benvenuto 32 e il più anziano Bruno Trentin 43 anni. Sul versante della musica i quattro dei Beatles, nel periodo del loro massimo successo mondiale, tra il 1963 e il ’69, hanno dai venti ai 26 anni. Oggi la categoria giovani, nelle inchieste, comprende quelli fino ai 34 anni! Sui temi dei rapporti fabbrica-territorio, a partire dall’ambiente e dall’organizzazione del lavoro, si stabiliscono relazioni con gli studenti di medicina e di altre facoltà universitarie, l’inchiesta sulla condizione operaia diventa materia di studio e  si tengono seminari d’approfondimento nelle università. La conquista delle “150 ore” di diritto allo studio sancisce e istituzionalizza questo rapporto privilegiato.

La scuola diventa di massa: nel 1951 gli iscritti alle medie superiori rappresentano il 10% della popolazione di 14-18 anni, dieci anni dopo il tasso di scolarizzazione aumenta al 21% e nel 1962 nasce la scuola media unica e l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 14 anni. Nel 1971-72 tale percentuale arriva al 49%. Nell’università a fronte dei 225mila matricole iscritte nel biennio 1962-63, si passa ai 682.000 del biennio successivo. Inoltre la liberalizzazione degli accessi all’università favorisce il passaggio universitario degli studenti degli istituti tecnici. Sono questi gli anni di maggiore mobilità sociale. Le strutture urbanistiche concepite per la partecipazione di una minoranza di studenti sono sottoposte ad un sovraffollamento che porta alle prime forme di protesta, a Roma dai 5000 studenti iniziali ne arrivano 60mila! La rivista milanese “Mondo beat” ben rappresenta questa nuova realtà giovanile urbana; un loro militante capellone viene arrestato e trasferito al carcere di San Vittore perché trovato a dormire alla stazione centrale! I comportamenti irriverenti dei giovani suscitano allarme, come dimostrano gli articoli del “Corriere della sera” che si scaglia contro l’immoralità dei ragazzi. Ma i capelli lunghi, dirà Umberto Eco, sono una questione di costume e non di legalità. Un movimento allo stato nascente deve adottare simboli facilmente riconoscibili che caratterizzano l’appartenenza ad un universo di valori. Questa voglia di contestare il “sistema”, visto come blocco omogeneo di potere, crea il bisogno di accelerare i tempi, di “fare la rivoluzione”, non più come rivolta culturale non violenta, pacifista e di costume, ma come assalto al “palazzo d’inverno”, da attuare con nuove organizzazioni politiche. Qui cominciano le degenerazioni ideologiche e il settarismo.

 

Nel decennio degli anni ’80, le ricerche sottolineano la diffusione delle “passioni tristi”, dell’individualismo cinico e radicale. Come se fosse passata la sbornia e improvvisamente ci si trovasse di fronte ad un’altra realtà. A livello mondiale, gli interpreti politici di questa fase, definita neoliberista, sono simbolicamente rappresentati dalla signora Thatcher e dal presidente Reagan. Lo slogan dominante sembra essere “arricchitevi” ora e subito. Ma nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, sono i giovani dei paesi dell’Europa dell’est a sconvolgere equilibri storici che risalivano al secondo dopoguerra. Ma prima che cadesse fisicamente, sostengono i ricercatori dello Iard, era già caduto nella testa dei giovani intervistati nel 1987.

Nell’indagine Iard del 1993 le nuove generazioni appaiono meno orientate alla strumentalità rispetto al passato e più interessate alla vita di relazione. L’attività di partecipazione politica e sociale viene apprezzata quando consente di mettere in sintonia bisogni individuali ed esigenze collettive, auspicano una società fondata più sul principio di relazione che sul principio di prestazione, amano la interattività e le relazioni interpersonali.

Questo processo di laicizzazione della politica continua con forza, ma sarebbe sbagliato intenderlo come rifugio nel privato e fuga dall’impegno pubblico; alla politica e alle grandi organizzazioni si chiede maggiore concretezza e non una visione ideologica e unificante della vita. L’accusa di inerzia e di apatia non trova conferma, l’impegno cresce in una miriade di associazioni di volontariato. Intanto il sistema televisivo diventa sempre più pervasivo. La critica alla degenerazione partitocratica assume aspetti contraddittori ed emerge con forza l’idea che bisogna affidarsi ad una nuova classe di rappresentanti provenienti dalla “società civile” dove  hanno dimostrato di avere successo. Nella società della comunicazione, nel determinare i comportamenti e le scelte degli individui, prevalgono le apparenze e le finzioni. Umori e sentimenti che vengono sapientemente coltivati da Silvio Berlusconi e dal vertice aziendale di Mediaset, il principale gruppo privato televisivo e mediale. Il nuovo movimento assume il nome di uno slogan calcistico popolare: Forza Italia! A destra, la trasformazione del vecchio Msi in Alleanza nazionale premia, tra i giovani, un partito che dal dopoguerra è stato sempre all’opposizione. Fa presa nella comunicazione berlusconiana il sogno dell’innovazione (impresa, internet, inglese), in grado di abbattere i residui delle ideologie ormai in crisi.

Prosegue, in forme diverse e più radicali, la cultura edonistica degli anni ’80 accentuata ed eretta a modello dai programmi televisivi. Un carattere particolare, che meriterebbe un’approfondita analisi, assumono le giornate mondiali della gioventù (GMG) convocate da Giovanni Paolo II a partire dal 1986 e che negli anni ’90 si svolgono con grande partecipazione in tutte le città del mondo; a Roma nel 2000 arrivano due milioni di giovani, un fatto sociologicamente significativo: il Papa sofferente viene considerato un testimone coerente, un uomo che mette in pratica le sue idee.

 

Nell’indagine Iard del 2002, effettuata nel periodo del governo Berlusconi, viene evidenziato un sistema valoriale definito di “socialità ristretta”. Ai primi posti risultano la famiglia, l’amore, l’amicizia, poi il lavoro e la libertà/democrazia. Il livello di insoddisfazione per il proprio aspetto fisico nelle ragazze tra i 15 e i 17 anni raggiunge il 32%, che scende al 26,7% tra le giovani adulte. La sessualità è sempre più sganciata dal contesto coniugale. Il titolo di studio degli intervistati, la classe sociale e il livello culturale dei genitori, incidono su tale variabile; la percentuale di matrimoni tra coloro che provengono da famiglie con basso livello d’istruzione è quattro volte superiore di quanto è riscontrabile tra i figli di genitori con livelli d’istruzione superiore.  Interessante il dato dei giovani cattolici: il 77% di essi ritiene ammissibile i rapporti sessuali senza essere sposati e il 79% vede bene la convivenza. I giovani mettono sempre al primo posto la famiglia, ma cambia la forma poiché la convivenza comincia a rientrare nella normalità e non è frutto di un conflitto con i genitori (che a loro volta hanno vissuto i cambiamenti libertari degli anni ’70). Nel 2009 i trentenni che abitano con i genitori sono quasi il 40%; negli anni ’80 erano il 16%.  Complessivamente nel 2018 nella classe d’età 18-34 vivono nella famiglia di provenienza oltre il 60% dei giovani (oltre sei milioni e mezzo). Nella classe d’età di giovani adulti (25-34 anni) la percentuale rimane alta (il 49%) a fronte del 17% dei giovani tedeschi,  del 15% degli inglesi  e del 13% dei francesi. Dal 1972 al 2010 si dimezza il numero dei matrimoni: dai 419.000 ai 217.000, mentre aumentano le coppie di fatto o le convivenze (circa 600mila). Nel 1995 i bambini nati fuori del matrimonio erano il 9%, nel 2009 il 24%, nel 2017 sono il 31%. L’età media della nascita del primo figlio per le donne è di 31/32 anni, per gli uomini 35 anni. I matrimoni civili superano ormai quelli religiosi. Le convivenze sono maggiori nelle giovani coppie con genitori che possiedono titoli di studio elevati, godono di un certo benessere e vivono nelle città.

Come si può constatare, si tratta di un cambiamento epocale: una secolarizzazione reale che smentisce le accese dispute ideologiche e le strumentalizzazioni politiche che su questi temi vediamo alla tv. Da Seattle (1999) in poi, in occasione dei vertici internazionali (Wto, G8), nascono movimenti di contestazione definiti impropriamente “no global”, ma che in realtà si schierano contro una globalizzazione dominata dall’alta finanza; lo slogan unificante è quello di “un altro mondo è possibile”. Nel vertice del luglio 2001 a Genova si sviluppano iniziative e dibattiti con grande coinvolgimento giovanile, la Chiesa apre le porte, gli spazi dove riunirsi risultano sempre insufficienti. Ancora una volta i partiti stentano a coglierne le novità e i media si concentrano soltanto sulle azioni di violenza di piccoli gruppi come i black bloc. Pochi si accorgono dei mutamenti in atto. Come se i giovani che parlano di pace, di ambiente e di solidarietà internazionale, fuori dai partiti, non fossero degni d’attenzione. Dalla politica ufficiale i giovani pretendono coerenza tra idee proclamate e pratica, sono alla ricerca di testimoni coerenti. Per esempio, nelle giornate genovesi, agli incontri del missionario Alex Zanotelli i giovani partecipano in massa. Essi dimostrano di volersi impegnare nelle campagne tematiche, vogliono vedere i risultati delle loro azioni, sono per così dire dei veri riformisti, a differenza dei loro coetanei degli anni ’70, imbevuti di ideologie totalizzanti, scelgono l’impegno su temi specifici nei quali possono verificare i risultati. Il ceto politico, chiuso a contemplare la propria autoreferenzialità, non li vede, non accetta la sfida, non costruisce canali di comunicazione.

Se vogliamo accertare meglio gli orientamenti nei confronti della politica il dato elettorale è certamente significativo. Nel 2008, secondo l’inchiesta di Ilvo Diamanti effettuata dopo il voto, il 49% dell’elettorato di 18-29 anni si sposta sul centrodestra di Berlusconi a fronte del  31% del candidato di centro sinistra (Veltroni). Da notare che per la prima volta votano i nati nel 1989. Tre anni dopo, assistiamo ad un altro capovolgimento: alle amministrative del 2011, i giovani tramite la rete web, sostengono i candidati dell’area di centrosinistra. Una mobilitazione (esemplare l’esperienza milanese) che ha visto una forte presenza di ragazze già scese in piazza in difesa della dignità della donna con il movimento Se non ora, quando del 13 febbraio. Le oscillazioni elettorali dei giovani appaiono decisivi nel valutare il clima politico di un’epoca.

Nel primo decennio del duemila rimangono preoccupanti i condizionamenti dovuti alle origini sociali e alla conseguente possibilità di accesso alle risorse (finanziarie, relazionali, cognitive). Le disuguaglianze tendono ad accentuarsi per la mancanza di mobilità sociale, a differenza degli anni ’70 quando essa si era davvero dimostrata straordinaria.  Sui temi del lavoro, come noto, l’emergenza giovani è costituita dagli oltre 2milioni di Neet (Not in education, employment or training) pari al 22% della fascia d’età 15-29 anni, che non studiano né lavorano e sono fortemente demotivati nel cercare un lavoro. Sull’atteggiamento dei giovani nei confronti del lavoro, ricordo, tra le altre, la ricerca promossa nel 2006 dalla Gioc, e condotta col supporto della Fondazione Nord est. I giovani venivano definiti “merito-solidali”. Meritocratici sul lavoro, solidaristi in tema di giustizia sociale.

Il lavoro rimane la prioritaria fonte di identità personale e sociale, assieme alla famiglia, alle amicizie, alle relazioni affettive. La dimensione pragmatica si incrocia con quella espressiva. Ma se la dimensione lavorativa si è fatta così frammentaria, flessibile, incerta e in continua evoluzione, può ancora costituire uno spazio in cui i giovani “fanno società”, si aggregano, creano forme di relazione? A questa domanda posta in un’altra ricerca sugli adulti giovani (25-39 anni) si risponde che il lavoro rimane fonte di identità più a livello individuale che non di costruzione di solide relazioni sociali.

Nel referendum del giugno 2011 (acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento) la maggiore affluenza (pari al 64%) si è riscontrata nella classe d’età più giovane (18-24 anni). Ancora una volta l’area degli opinionisti più alla moda è rimasta sorpresa da questi risultati dimostrando un’incapacità di lettura della realtà vista soltanto dalla rappresentazione televisiva e mediatica che tende a proiettare un’immagine dei giovani fatta da veline e da ragazzi del Grande fratello o dell’Isola dei famosi. Eppure vistosi sintomi dei cambiamenti si erano manifestati nei mesi precedenti (formazione di gruppi per la raccolta delle firme) e nella modalità di vivere il concerto del Primo maggio a Piazza San Giovanni durante il quale i giovani si sono entusiasmati sia al canto dell’Inno nazionale (Fratelli d’Italia) che a  quello resistenziale di Bella ciao.

 

Nell’ultima ondata di mobilitazioni di giovani per il clima è stata significativa la partecipazione di adolescenti e anche delle loro famiglie (la leader Greta ha appena 16 anni). Un dato poco discusso e meditato, anche all’interno delle forze progressiste, sono le note della canzone per il clima (in inglese Sing for the climate/Do it now) che, a partire dal 15 marzo del 2019, hanno animato le manifestazioni in tutto il mondo: sono quelle dell’italiana “Bella ciao”. Certo, molti dicono, è facile parlare genericamente di clima, senza mettere in discussione i rapporti di potere, la miseria e la fame nel mondo, le ingiustizie sociali.

A queste affermazioni risponde, con una maggiore caratterizzazione politica, il nuovo “movimento delle sardine”, iniziato a Piazza Maggiore di Bologna in una piovosa giornata di giovedì 14 novembre e proseguito in molte altre città, sempre con grande successo di partecipazione.  Una protesta che contrasta con i luoghi comuni diffusi anche dai media che presentano i giovani chiusi nei loro mondi digitali e dei social network. I millennial (nati agli inizi del nuovo secolo, il XXI) sono diventati maggiorenni e pochi se ne sono accorti. Le esasperanti conflittualità politiche propinati dai talk show televisivi vengono giustamente respinte dalle giovani sardine. Il movimento nasce con le ormai classiche metodologie giovanili, attraverso la promozione dell’evento via internet. Ma per avere successo è necessario cogliere esigenze reali, bisogni potenziali. Per la prima volta, nella storia delle mobilitazioni collettive, si pone il problema del linguaggio della politica e soprattutto si coglie la caratteristica più importante dei nostri tempi: quella della complessità, che va contro la tendenza dominante alla semplificazione sloganistica e alla ricerca del nemico su ogni tema (i migranti, l’Europa), una complessità che però i politici progressisti non riescono a tradurre in linguaggio accessibile. I sei punti elencati dalle sardine, riunitesi in assemblea dopo la grande manifestazione romana di Piazza San Giovanni, appaiono scontati, ma non lo sono. Il richiamo al buon senso e agli articoli della Costituzione non è mai scontato ed è sempre ricco di implicazioni politiche. Ogni volta che si presenta alla ribalta sociale un movimento civile tutti si affannano a chiedere il programma, invece spetta ai partiti cogliere l’occasione offerta dai movimenti per tradurre queste esigenze in programmi d’azione politica.

 

Salvatore Vento

 L’articolo è uscito su “Via Po”, inserto culturale di “Conquiste del lavoro”, quotidiano della Cisl, lo scorso 18 gennaio

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