Francesco e la guerra giusta

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Abbiamo imparato a conoscere Papa Francesco. In forma colloquiale, con poche e semplici parole che si fanno comprendere da tutti egli riesce a esprimere un punto di vista preciso e argomentato anche su questioni complesse. E’ il caso delle parole pronunciate sui conflitti in corso, nel volo di ritorno dal suo viaggio in Oriente di fronte ai giornalisti accreditati. In sintesi: è legittimo disarmare l’ingiusto aggressore; ci si deve limitare a neutralizzarlo, che è cosa diversa da un’azione indiscriminata quale quella dei bombardamenti; la decisione tuttavia deve essere assunta da una autorità legittima e terza, quale l’ONU; storicamente è provato che spesso si è fatto abuso di un tale principio dandone una indebita interpretazione estensiva da parte delle grandi potenze. Come dicevo, a monte di poche battute a prima vista estemporanee, sta un solido quadro teorico e una matura coscienza storica.

Essi si inscrivono dentro una lunga e raffinata tradizione che va da Agostino e Tommaso a de Vitoria, dalla dottrina della “guerra giusta” (che, a dispetto del nome francamente indigesto alla coscienza cristiana di oggi, fu concepita per limitare e non per favorire le guerre) sino a una rielaborazione/superamento di essa da parte del magistero più recente della Chiesa. Una rielaborazione/superamento riscontrabile nel Concilio e nell’insegnamento dei Papi a seguire, schematicamente riconducibile a due elementi di novità: 1) la fissazione di limiti più stretti alle azioni legittime, a motivo dell’evoluzione delle tecnologie belliche (segnatamente le armi di distruzione di massa, atomiche e chimiche) che in concreto stemperano sino a dissolvere il confine tra guerre di difesa e guerre di aggressione; 2) l’affacciarsi di guerre asimmetriche oltre le guerre convenzionali tra Stati sovrani, la proliferazione di conflitti regionali, dei genocidi e delle violazioni sistematiche dei diritti umani fondamentali e la corrispondente maturazione della consapevolezza circa una responsabilità in capo alla comunità internazionale di farsi carico della cosiddetta ingerenza umanitaria dentro regole e limiti fissati appunto dal diritto internazionale.

Massimo Cacciari ha commentato le parole di Papa Francesco come espressione di una svolta radicale nel magistero della Chiesa in quanto appunto troppo sensibili alle ragioni della storicità e del diritto anzichè all’assolutezza del Vangelo. Mi permetto di dissentire e di marcare semmai più la continuità che non la discontinuità di quel giudizio con la storia lunga di quella elaborazione teologica. Il pensiero della Chiesa si è sempre segnalato per la cura di coniugare le istanze radicali di perdono e di pace proclamate dal Vangelo con le mediazioni proprie del giudizio etico-politico. Di coordinare la giustizia più grande (che attinge alla misura senza misura della carità) con la giustizia possibile. Di proporre una dottrina sulla pace e sulla guerra storicamente situata, cioè relativa non nel senso della relativizzazione dei principi etici ma della loro implementazione dentro la storia concreta degli uomini. E dunque consapevole, per esempio, di due circostanze: che non si può applicare meccanicamente e ingenuamente la morale evangelica della rinuncia a fare valere i propri diritti, sino al sacrificio della vita, ai rapporti tra le comunità politiche e gli Stati; che, nel tempo storico che ci è dato di vivere, il peccato dell’uomo è sempre operante e dunque la storia umana non sarà mai al riparo da conflitti che ci condanneranno talvolta a non potere rinunciare in assoluto al ricorso alla forza (dentro la giustizia e il diritto) appunto per disarmare l’ingiusto aggressore e difendere le vittime innocenti.

Forse – azzardo – una tale, irrisolta e irriducibile tensione si è spinta sino alla contraddizione; diciamo pure un qualche virtuoso scostamento dalla tradizione lo si è avuto semmai nella stagione di Papa Wojtyla, che ebbe parole assai (troppo?) impegnative di condanna assoluta e senza eccezioni per le guerre (si pensi alle due guerre del Golfo, pur così diverse sotto il profilo della legittimità internazionale) ma poi non esitò, giustamente, a invocare l’ingerenza umanitaria nel caso dei genocidi in Bosnia. Una contraddizione che tuttavia – sia chiaro – si spiega almeno sotto due profili, soggettivo e oggettivo: la vena carismatico-profetica di Giovanni Paolo II, cui egli obbediva come d’istinto, e l’evoluzione del quadro internazionale e dei suoi conflitti, dalle già menzionate guerre asimmetriche al corrispondente sviluppo del diritto umanitario internazionale, compresa la cosiddetta “responsabilità di proteggere” in capo alla comunità internazionale. Un istituto nuovo in via di perfezionamento sul piano del diritto positivo.

Dobbiamo abituarci a concepire lo stesso magistero della Chiesa come un insegnamento che brilla sia per la continuità (da apprezzare) dell’impianto teorico sia per la sua attitudine a misurarsi responsabilmente con la mobilità delle situazioni, anche grazie al carisma singolare dei suoi Papi e vescovi. Per chi crede, dotati di una speciale illuminazione da parte dello Spirito che si esprime anche nell’acume e nella versatilità nel giudicare le mutevoli situazioni.

 

Franco Monaco

 

 

One Comment

  1. Ringrazio Franco Monaco per la sua riflessione. Credo che nel Popolo di Dio – e, forse, in ognuno di noi – questa tensione tra “la pace senza armi” e “pace con le armi” (quando necessario e in quanto si ritiene la prima soluzione non praticabile o praticabile solo in alcuni casi ma non sempre) sia spesso lacerante ma anche fruttuosa, perchè costringe gli uni e gli altri a confrontarsi con l’altra posizione e a non perdere, i primi, il senso di ciò che è possibile e, a volte, dolorosamente necessario e, gli altri, a non diventare cinici e incapaci di impegnarsi per immaginare sempre nuove soluzioni che evitino o limitino al massimo l’uso delle armi.
    Sarei spinto a fare molte altre riflessioni (ad esempio: sarebbe davvero bello che l’ONU fosse un “ente terzo” ma sappiamo che non è esattamente così… certo, finchè non si fanno altri passi avanti, non abbiamo di meglio e quindi va sostenuta strenuamente l’ONU!), ma mi soffermo solo un aspetto che può sembrare “tecnico” e che invece ritengo molto importante. Credo gli interventi di “ingerenza umanitaria” avrebbero una nuova e diversa funzione se:
    1) invece di chiedere a prestito soldati dai vari eserciti per formare i”caschi blu” l’ONU avesse un “suo” esercito “pacificatore”, con una specifica gerarchia militare interna, specializzato in queste mansioni, formato e finalizzato a questo tipo di interventi. E’ vero che poi sopra di esso ci sono comunque gli Stati che governano l’ONU ma vi sarebbe, per le leggi che governano qualsiasi organizzazione, un “allentamento di fatto” tra vertici politici dei singoli stati e vertici dell’ “esercito ONU”. In più crescerebbero sia la specializzazione, sia la credibilità di chi interviene. Ovviamente per fare questo dovrebbero essere d’accordo i singoli Stati: ma se la politica e l’opinione pubblica spingessero in questo senso, forse potrebbero aderire. Anche l’Unione Europea dovrebbe andare in questa direzione; su questo non mi soffermo ma ci sarebbe una grossa riflessione da fare;
    2) venissero preparati “corpi di interposizione” civili, non militari, anche su base volontaria, ovviamente adottando sistemi di cautela e di eventuale “vigilianza” militare indiretta. Proprio in Italia vi sono stati alcune esperienze embrionali (es. operazione Colomba), legate ad associazioni pacifiste: sarebbe ora di sviluppare in modo più organizzato e professionale dei corpi civili di pace, almeno dove il conflitto non sia ancora esploso e si possa ancora tentare un’azione preventiva: cosa ben più difficile con i militari, perchè la sola presenza di soldati – al di là delle buone ragioni – può talvolta aumentare le tensioni anzichè diminuirle; inoltre, per la gravità politica della decisione di inviare soldati, quasi mai si riesce a prenderla se il conflitto non è in atto: e siamo daccapo.
    Spero che la riflessione su questi temi, a livello ecclesiale e anche civile, continui.

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