Abbiamo un grande bisogno di realismo politico

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La mia è sicuramente una riflessione che non soddisferà quanti sovrappongono l’utilissimo tema individuato da C3Dem sulle “prospettive della democrazia”, alle categorie politiche di sinistra, centro e destra tenute ben chiuse in cassaforte. Categorie geometriche storiche, che proprio in quanto storiche oggi sono sotto diversi aspetti inattuali. Se poi siamo tanto affezionati e ci dispiace abbandonarle, bisogna allora avere la pazienza di ridefinirle di volta in volta, tenendo la barra sempre dritta sulla differenza perenne tra eguaglianza e diseguaglianza – come ci ha raccomandato anni fa Norberto Bobbio – tra i primi, oggi primissimi, gli ultimi e gli ultimissimi di cui in Italia ne circolano circa 5 milioni; tra i pochi che salgono sull’ascensore sociale, e i molti che oggi forzatamente salgono sul ‘discensore’, come peraltro aveva previsto nel lontanissimo 1951 il sociologo americano C. W. Mills per la classe media americana con il suo coraggioso saggio sui “colletti bianchi”.

Se queste categorie politiche sono certamente servite a caratterizzare un periodo storico-politico ben preciso e a interpretare una reale struttura produttiva e lavorativa, borghese e proletaria che fosse, ai nostri giorni dimostrano una certa debolezza interpretativa, sfumata e confusa nella contrapposizione tra i c.d. amici e c.d. nemici. Utile solo nelle campagne elettorali a forte contenuto ideologico. Alle radici di queste supposte rivalità, troviamo invece un problema serio che riguarda la perdita delle loro identità, a fronte di nuovi e fino a ieri inimmaginabili problemi emersi. Una perdita che non si risolve solo con un cambio generazionale o con un cambio di nome. Ma con un paziente lavoro di … “prospettiva”, appunto. Se si vuole capire che i problemi di oggi sono problemi di tutti e non di pochi, se si matura l’idea che questi problemi interessano il mondo intero e non una sola parte o un solo partito, allora questa “prospettiva” si sgancia dall’utopia e diventa realistica.

Non forziamo l’intenzione, ma il detto di Bergoglio che siamo tutti “sulla stessa barca” e non su tante isolate barchette diverse e ostili non è una frase solo teologica e non riguarda solo la religione. Sono infatti i partiti a dover fare i conti con i mutamenti. E sono i partiti che devono ragionare sulle loro identità culturali e politiche, rivisitando il loro profilo e la loro missione. Ed è la classe dirigente degli Stati di tutto il mondo a non doversi concentrare solo sul mercato e sui Pil, e a dover pensare che la temperatura della terra sale di anno in anno, che i ghiacciai si stanno sciogliendo di giorno in giorno, e che l’inquinamento da gas serra riguarda tutti

C3dem, proponendo lodevolmente un dibattito aperto sul tema delle prospettive, tocca anche le corde profonde delle trasformazioni epocali in corso d’opera, che poi intersecano e ricadono a pieno titolo sulla democrazia. I destinatari sono le diverse associazioni e i movimenti, che si ispirano al cattolicesimo democratico e popolare italiano, alla Costituzione, al Concilio e all’insegnamento sociale della Chiesa. Ma l’iniziativa va oltre lo specifico culturale e religioso del portale. Ed è meritoria per almeno due ordini di motivi.

Il primo perché si tratta di tirare fuori dai micromondi in cui vivono queste frammentate realtà quasi sempre chiuse nei propri mondi vitali e sui propri micromondi, cercando di farle incontrare e dialogare guardandosi negli occhi dimenticando per un giorno il Web. Nelle intenzioni, una sorta di Sinodo laico, insomma.

Il secondo, perché spinge a ragionare sui cambiamenti storici e su quel futuro già iniziato da tempo e in parte già alle nostre spalle. E mi viene da pensare che sotto questo aspetto arrivi anche in ritardo.

 

Culture politiche da ridefinire

Quando alcuni anni fa D’Alema affermò che la Lega non era nient’altro che una “costola del Movimento operaio”, si è subito scatenata una bagarre giornalistica molto polemica, con la presa di distanza di molti leader del suo stesso partito. Ma a prescindere dalle manie autonomistiche e antieuropee di quel Salvini del mantra “non possiamo accogliere tutti”, di quel Salvini col rosario in mano che ignora i diritti umani più elementari, di quel Salvini col suo personale Vangelo esibito, che gli ‘suggerisce’ di lasciare morire gli immigrati sulle loro barche, dicevo che a parte tutto ciò, D’Alema un po’ di ragione ce l’aveva: il 50% circa degli elettori leghisti è infatti composto da operai e lavoratori autonomi. Così come, d’altro canto, in un sondaggio, Pagnoncelli ci ha informato che il 33% di coloro che dichiarano di andare a messa settimanalmente, vota per la Lega. Questa, a suo tempo paradossale uscita di Dalema, assieme ai dati sul voto dei partecipanti settimanali alle funzioni religiose, devono sollecitare tuttavia qualche riflessione e spingere a qualche convincimento.

La riflessione riguarda proprio il tema sollecitato da C3dem. E cioè le “prospettive della democrazia”. Una democrazia che non potrà prescindere da una ridefinizione dell’identità dei partiti italiani, frutto delle profonde trasformazioni epocali in corso: partiti che da solidi sono diventati liquidi e incerti sia nell’offerta quanto nella domanda, lasciando a casa milioni di elettori che scelgono il non voto.

La convinzione riguarda invece le risposte da dare alla crisi di queste identità. Identità, intendiamoci, che, sebbene non siano delle rocce granitiche buone per tutti i tempi e per tutti gli usi – compresi quelli del rimpianto e della nostalgia del passato – e benché soggette anche loro ai “cambiamenti d’epoca” – come dice papa Francesco -, sono tuttavia necessarie e indispensabili, specie in politica, per dare un senso concreto all’impegno sociale e politico dei cittadini. D’altronde basti ricordare il veloce cambiamento di nome di tutti i partiti italiani negli ultimi 30 anni, e all’attuale e acceso dibattito in corso nel Pd teso ad una sua rifondazione, e forse ad un nuovo nome.

 

Il dibattito su Sinistra, Centro e Destra.

Come è noto, il dibattito su Sinistra, Centro e Destra, compresi i luoghi geometrici intermedi, non è nuovo. Ed è già ricco di una interessante bibliografia. Alla luce dei cambiamenti si rimane però persuasi che è compito dei filosofi della politica, più che degli scienziati politici, discutere e ragionare sui grandi principi fondanti e sui grandi valori della democrazia e del vivere civile che ci attende. Il fatto nuovo è che, di fronte ad una strutturata sfida globale (il clima, il  mercato, i profitti, il digitale, l’automazione con tutti i licenziamenti, la finanza, la crescita a prescindere dalla distribuzione, la Cina, la Russia zarista, le guerre che avevamo dimenticato, ecc.), questi principi e valori devono continuare a mantenere le caratteristiche che si sono affermate da Pericle in poi, ritarate fra Settecento, Ottocento e Novecento quando si sono incontrate con il liberalismo democratico e con la libertà, la fraternità e l’uguaglianza, francesi sì, ma di matrice e timbro cristiano.

Non possono dunque comportare grandi differenze nelle soluzioni che indicano e nella strada da percorrere. Diventa, dunque, necessario concentrare e unificare le risposte ai mutamenti epocali, il più possibilmente univoche e unitarie. Un compito che spetta anche alla Chiesa cattolica che, di fronte ai seminari e alle chiese vuote, ai sempre più rari matrimoni religiosi, alla secolarizzazione crescente, alla Fuci, Acli e Ac in calo di iscritti, si trova divisa tra fondamentalisti modello Teo-con e bergogliani sociali modello Sturzo-La Pira-Dossetti.

 

Ne va del nostro futuro e del futuro dei nostri figli e nipoti.

E ne va del futuro del cattolicesimo. Saranno proprio queste soluzioni che ci permetteranno di prendere le distanze dalle ideologie, dalle scorciatoie, dalle illusioni, e dai populismi. E sarà una iniezione di realismo politico che potrà accorciare le distanze tra i partiti, avvicinando all’interno di una naturale dialettica, i loro obiettivi sociali ed etici, i traguardi da raggiungere in democrazia, attraverso quella dimenticata mediazione e quelle “convergenze parallele” che non indicano mai trasformismo.

 

Leggere con occhiali nuovi le sfide del nostro tempo

Le sfide del futuro sono sotto i nostri occhi da tempo, anche se non ci facciamo molto caso. Ma sono novità assolute nella storia dell’uomo. Proprio per questo basta un po’ di buon senso per capire che le risposte da dare a queste sfide non possono essere a misura di partito, o della destra o sinistra politiche. E le sfide si sommano indicando vere e proprie rivoluzioni cognitive nel nostro modo di leggere il mondo, che poi conducono a vere e proprie rivoluzioni sociali, economiche, culturali e quindi politiche.

L’avvertenza sul lavoro da fare è una sola: che questi urgenti ripensamenti devono far capo alla testa e non alla pancia. Devono superare le ideologie otto e novecentesche, devono il più possibile accorciare le distanze tra le vecchie categorie di Sinistra e Destra, come dicevo. Ma evitando nello stesso tempo di cadere nelle trappole – pericolose – del pensiero unico e del partito unico, dove si livella ogni dibattito, e si fa morire il sacrosanto diritto alla libertà di dissentire e associarsi. È stata la mistica Simone Weil ad avvertirci molti anni fa di questo pericolo quando ha ragionato sulla morte di quel partito politico che evita la dialettica, e che si riduce ad una sola dimensione.

Per questo, pur di fronte a problemi epocali che chiedono risposte coraggiose non dissimili, bisogna continuare ad aver fiducia nel pluralismo. Legittimando soprattutto i corpi intermedi, specie quelli che partono dal basso. Riconfermando senza discussioni il ruolo insostituibile del Parlamento e del confronto pubblico, a prescindere dagli invocati presidenzialismi. Rispettando i municipi con i loro problemi reali locali quando non si trasformano in localismi. Delegando poteri e sovranità a quella Europa unita indicataci dai padri fondatori. Applicando quel benedetto e frainteso principio di sussidiarietà. Ma evitando di evocare fascismi e voglie autoritarie o comunismi proletari, quando nelle emergenze si rendono opportune decisioni centralizzate nelle mani del Governo come nel caso del coronavirus. O quando non si vuole pregiudizialmente giustificare l’esistenza di una destra sociale non rivolta solo ai primi, ai migliori e ai meritevoli per questioni di famiglia, ma anche agli ultimi, e quando si constata che le logiche del libero mercato e della proprietà privata sono ormai nel DNA del socialismo democratico. Dunque, un pluralismo vero. Non quello finto venduto come vero. Un pluralismo di sostanza, insomma, e non quello delle pure apparenze per accontentare i tanti partiti personali oggi a misura di solitari leader. O quello favorito e incentivato dalle leggi proporzionali che frammentano l’elettorato in una miriade di partiti e partitini simili, diversi solo nel leader ma che conducono ad un pluralismo politico formale, che, nella prospettiva dei cambiamenti, spesso si riduce a ripetute fotocopie di partiti, programmi, risposte e soluzioni.

Ma c’è dell’altro. C’è l’importanza di avere uno Stato presente che, pandemia o meno, deve continuare a fare la sua irrinunciabile parte reagendo a quel neoliberismo austriaco modello laissez faire del “meno Stato e più privato”. Reagendo a quegli studiosi ed editorialisti innamorati del libero mercato come unica e sola possibilità di sopravvivenza civile, che hanno sempre snobbato Keynes. Un momento storico, il nostro, che deve essere tolto dalle mani dei tanti che confondono il bene comune col bene particolare, il bene di tutti col bene di una sola parte, il bene nazionale col bene di un partito. E tutto questo mentre l’economia si incammina verso lidi sconosciuti e le società necessitano di urgenti analisi e altrettanto urgenti risposte.

Sotto questo aspetto, ritengo che lo smussamento delle differenze storiche tra sinistra, centro e destra, e che l’avvicinamento delle risposte politiche e partitiche debba essere compito della ragione più che della passione. Più dell’intelligenza dell’uomo che di quella artificiale o dei media, dei social e dei selfie. Un compito nuovo e arduo nello stesso tempo, che ha poco a che fare con la cattura del consenso politico-partitico, e che deve essere capace di misurarsi con un capitalismo che ormai è concentrato nelle mani della sola finanza, lontano dai controlli democratici, e che crea diseguaglianze e povertà di portata mondiale, con un mercato azionario pilotato solo dall’1% di super ricchi che detta le leggi alla democrazia esercitando un potere extrapolitico che i liberisti fanno finta di non vedere.

 

Non concedere nulla ai populisti del “dagli alla casta!”

Ci sono risposte diverse da dare a questi problemi? Una destra sociale, una volta che indirizzi il suo sguardo verso la società anziché verso le sue idee, riesce (e vuole) veramente a essere diversa da una sinistra sociale? Un liberalismo democratico riesce veramente (e vuole) essere diverso da una socialdemocrazia veramente liberale?

Esiste, dunque, qualche possibilità di ridurre le differenze ideologiche orientate al consenso? Oppure, per le sfide che ci attendono, dobbiamo continuare a collocarci a destra, al centro e a sinistra proseguendo allegramente su categorie storiche del passato che non dicono più niente? Siamo o non siamo convinti che occorre ritarare le vecchie distinzioni ragionando su quelle nuove che sono sopraggiunte? E poi: esiste la possibilità di conciliare il sacrosanto diritto costituzionale di concorrere alle elezioni politiche, evitando però la proliferazione inutile dei partiti, quando ormai se ne contano 54 registrati, 18 in Parlamento e 9 fuori dal Parlamento (che arrivano a 26 se si tiene conto dei gruppi parlamentari, delle liste per l’Europa e di quelle nazionali locali)?

So di urtare la suscettibilità di quanti, nel nostro ambiente culturale, vogliono che nel Parlamento trovino posto anche i partiti più piccoli, perché tutti siano rappresentati, ma è evidente che questa mia riflessione porta al bipolarismo se non al bipartitismo, e devo ammettere che ciò non mi scandalizza per niente. Le varie Terze vie sono state fallimentari. Questo mio auspicio, però, non concede nulla ai populismi che sbeffeggiano le c.d. caste e la classe politica, che io ritengo invece indispensabili ieri come oggi. Non concede nulla, cioè, a quelli del “né di destra né di sinistra!”. Perché rimane sul tappeto e in bella evidenza il tema dell’’eguaglianza e della diseguaglianza, tanto caro a Norberto Bobbio, che ci deve fare luce nel percorso delle soluzioni insieme ai diritti dell’uomo e alla giustizia, e possibilmente con l’utopia di Bergoglio sul salario universale.

 

Il centrismo inutile

Quando era già partito un processo spontaneo di ridefinizione, è stato Marco Revelli a interrogarsi, circa 30 anni fa, sull’”identità smarrita” di Sinistra e Destra. Facendo seguire questa sua riflessione da un lavoro provocatorio e ancora più chiaro sin dal suo titolo: “Finale di partito”. In esso – scontando la scomparsa del vecchio partito di massa, trasformato in comitato elettorale nelle mani di un leader in diretto rapporto con gli elettori (e dando così ragione a Bernard Manin e alla sua “Democrazia del pubblico”), e con gli occhi rivolti a quella “Postdemocrazia” denunciata da Colin Crouch e caratterizzata dall’enorme e incontrollabile potere delle lobby economiche e dei mass media – sono proprio le identità di sinistra, destra e centro ad essere messe sotto osservazione.

Sono anche gli anni in cui Pietro Scoppola ragiona su quella Repubblica dei partiti che ha frenato l’avvento di una democrazia compiuta, soffermandosi sulle ragioni storiche del centrismo e lanciando velati avvertimenti sulle lotte intestine fra le élite interne ai partiti: premessa alla loro crisi d’identità, ai giorni nostri venuta a piena maturazione.

Subito dopo arriva il lavoro di Norberto Bobbio su Sinistra e Destra, indicate, come ho detto, come l’alternativa tra i fautori dell’uguaglianza e i sostenitori della diseguaglianza. Una distinzione lungimirante che ha avviato un dibattito ancora in corso, ripreso recentemente anche da La Civiltà Cattolica con un articolo di Francesco Occhetta del maggio 2018 (“Destra, Sinistra e le nuove appartenenze della politica”) il quale si interrogava anche lui su cosa potesse sostituire queste ormai vecchie categorie politiche. Nei riguardi del Centro, la storia politica italiana è stata attraversata dal centrismo storico della vecchia Dc, spesso definito moderato e cattolico. Un centrismo in quegli anni giustificato da una “politica di centro… necessaria per l’Italia post-fascista, portando al superamento dell’antifascismo e alla convinzione che il partito comunista di Togliatti sarebbe, prima o poi, diventato democratico”: così scriveva la filosofa Lorella Cedroni introducendo un bel libriccino di Reset edito nel 1995, “Centrismo vocazione o condanna?”. Quei ceti medi moderati e quella borghesia sono ormai scomparsi dalla scena sociale e culturale, come ci hanno da tempo avvertiti De Rita, Bonomi e Cacciari.

Il centrismo e il centro politico sono tornati oggi d’attualità grazie alla legge proporzionale, perché si pensa, a torto, che essa da sola possa creare una domanda sociale e definire una identità cultural-politica. E si nota qualche fuga in avanti in coloro che considerano il popolo cattolico e moderato come la base sociale di tale centrismo. Giustificato e forse necessario negli anni del secondo dopoguerra, a causa della nota situazione internazionale, e se vogliamo anche quella nazionale della ricostruzione, che ha caratterizzato le identità partitiche di quel tempo storico. Quel centrismo non ha però elaborato una qualche originale filosofia politica se vogliamo escludere quel moderatismo necessario nel secondo dopoguerra, e oggi con i moderati presenti nell’intero arco dei partiti costituzionali, senza nessun significato politico.

E, dunque, se proprio non possiamo fare a meno delle distinzioni geometriche orizzontali, si abbia almeno il coraggio di dire a chiare lettere che sono altre le cose che quelle categorie devono indicare. Tenendo gli occhi sempre bene aperti su quelle minoranze nostalgiche col saluto fascista e col pugno chiuso.

 

Nino Labate

 

Nello scrivere queste annotazioni ho ripreso diversi passaggi e contenuti pubblicati su questo stesso sito il 14 luglio 2020.

One Comment

  1. ottime riflessioni. Non conoscevo la rivista c3dem. Ma non mi sembra che nel PD ci sia un acceso dibattito, almeno io non lo conosco. C’è la solita diaspora ma mancano quelli che tu chiami i filosofi della politica.

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