Sussidiarietà, no alla ‘reformatio’ dall’alto della società

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Sul numero appena uscito di TamTam democratico (la rivista on line del Pd vedi https://www.c3dem.it/?p=650) si può leggere questo interessante articolo di Stefano Ceccanti sulla sussidiarietà

http://www.tamtamdemocratico.it/doc/230422/sussidiarieta-

Enzo Balboni nella sua interessante replica a Giorgio Armillei sullo scorso numero di Tam Tam Democratico per un verso assume positivamente (e contribuisce a precisare) la distinzione tra Repubblica e Stato (valorizzando così la sussidiarietà all’interno di questa visione pluralistica) e per altro verso però pretende di iscrivervi per intero il dossettismo e di espungervi invece le correnti euroamericane di Terza Via che sono quelle che in questi anni si sono collocate più chiaramente su quella direttrice.

Insomma Balboni sostiene una linea in larga parte condivisibile (tranne però un richiamo generico alla bontà dell’interventismo statale in forma essenzialmente diretta che collide con l’idea di un ruolo prevalentemente regolatore dello Stato che è coessenziale all’idea di sussidiarietà), ma poi, paradossalmente, iscrive dentro di essa soggetti che non le sono omogenei ed esclude quelli che la affermano.

Senza voler semplificare troppo, però delle due l’una: o c’è la sussidarietà o c’è un rapporto gerarchico tra Stato e Repubblica (vuoi nella forma statalista per cui lo Stato è sostanzialmente il monopolista del bene comune, vuoi, ma non è il nostro problema in questa sede, nella forma paleo-liberale pre-democratizzazione col suffragio universale per cui lo Stato è residuale e ancillare e il bene comune sta altrove).

La citazione di Pietro Scoppola da parte di Armillei, che pone Dossetti o, più esattamente, almeno il Dossetti della relazione sullo Stato del 1951, tra gli statalisti e non tra i sussidiari, non era invece affatto immotivata ed avulsa dal contesto. Scoppola (insieme ad Elia) scrive un interessante testo, “Dossetti dalla crisi della Democrazia Cristiana alla riforma religiosa” in appendice all’intervista sua e di Elia allo stesso Dossetti pubblicata dal Mulino nel 2003 e realizzata nel 1984. La pagina 131 è dedicata quasi per intero a una critica radicale del testo del 1951, dimostrato come inconciliabile rispetto a una visione liberaldemocratica dello Stato.

Due i passaggi-chiave di Scoppola. Il primo è la matrice di fondo: “Dossetti parte, com’è noto, da una forte polemica contro lo Stato liberale, del quale non vede o sottovaluta l’evoluzione in senso democratico, così da giungere ad auspicare una forte discontinuità.”. Il secondo è la conseguenza: “Discende da questa polemica la risoluta affermazione di una concezione finalistica dello Stato..viene riproposto, cioè, in quella relazione, quel tradizionale concetto di un ‘bene comune in sé definito e non frutto della dialettica delle realtà presenti nella società”.

Per di più anche Elia che, a differenza di Scoppola, nell’intervista si mostra più comprensivo degli intenti politici di Dossetti, nella sua postfazione “Dossetti, Lazzati e il patriottismo costituzionale”, deve comunque ammettere senza reticenze (pag. 142) che “Dossetti manifestava un giudizio fortemente negativo sui ceti medi, sul capitalismo e sulla stessa libertà di iniziativa economica..Dossetti considera superata ‘la cd libertà dell’iniziativa privata nell’economia occidentale’ “.

Nello stesso senso si comprende anche la ferma opposizione di Dossetti alla dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa “Dignitatis Humanae“, al testo obiettivamente più anglosassone e liberale, che avrebbe ignorato, per usare le sue parole le “esigenze oggettive del bene comune in una polis ordinata secondo ragione e secondo una ispirazione solidaristica e comunitaria”, come ben ricostruisce Silvia Scatena nel volume “La fatica della libertà” dedicato a quel documento del Concilio Vaticano II (in particolare p. 440).

Insomma, a me, anche partendo dalla ricostruzione di Balboni sulla sussidiarietà, sembra difficile negare che abbia sostanzialmente ragione, oltre ad Armillei, Luca Diotallevi nel suo recente libro su “L’Ultima chance” (in particolare a pag. 60): o si persegue la sussidiarietà, come Diotallevi propone rimarcando in particolare il contributo del Magistero recente, in particolare dalla “Centesimus Annus” (per altro in continuità con la “Dignitatis Humanae“) e gli autonomi contributi dei cattolici italiani come il recente documento della Settimana sociale, o ci si muove sulla linea della relazione dossettiana del 1951 che, con l’idea di “reformatio del corpo sociale” da parte dello Stato, non appare compatibile con essa.

L’eclettismo tra sussidiarietà e reformatio non sembra funzionare, anche quando è dottamente argomentata, come nel caso di Enzo Balboni che, per inciso, commette però un errore di schematismo politico ed ecclesiale quando per confutare Armillei polemizza con le teorie e le prassi di Cl, quasi che non potesse darsi invece, come per fortuna molecolarmente si dà, un percorso politico di centrosinistra ed ecclesiale per lo più di Azione cattolica che, come nell’impostazione di Pietro Scoppola, è radicalmente irriducibile al dossettismo proprio perché chiaramente cattolico-liberale. Questo è, per inciso, per chi non lo conosce, anche il percorso di Giorgio Armillei, per dare a ciascuno il suo.

Non vorrei peccare di schematismo ma a me sembra che puntualmente in questi anni, ogni qualvolta sono emerse legittime collocazioni diverse tra i cattolici del Pd rispetto a rilevanti opzioni di policy (non parlo di quelle di ‘politcs‘, come gli schieramenti congressuali che seguono logiche parzialmente diverse), dalla politica economica (fino al giudizio sul Governo Monti) a quella estera (l’atteggiamento sulle missioni di pace e sull’uso legittimo della forza) è riemersa quella linea di frattura su cui le premesse sono obiettivamente divaricanti perché attingono a letture diverse anche dello stesso contributo dei cattolici alla Costituente nell’intreccio con le altre culture politiche ed in particolare intorno al giudizio sul liberalismo.

C’è chi descrive questo contributo come essenzialmente dominato dall’incontro tra il dossettismo e il comunismo italiano quasi in contraddizione con le contestuali scelte di Governo (economia di mercato, adesione all’europeismo e al Patto Atlantico) e c’è invece chi ritiene più decisivo e soprattutto fecondo il contributo degasperiano, pienamente coerente con quanto affermato nella Costituzione e quanto realizzato dai Governi di quel periodo e più che significativo l’intreccio col variegato panorama delle culture politiche, comprese quelle socialdemocratiche e liberali, presenti e spesso numericamente determinanti in varie votazioni risicate.

Anche qui è discriminante la ricostruzione di Pietro Scoppola, in ultimo nel suo contributo “De Gasperi fra passato e presente”, la lezione svolta a Borgo Valsugana il 19 agosto 2004, ripubblicata nel 2009 dall’Istituto de Gasperi e dalla Fondazione Sturzo nel volume “Lezioni degasperiane 2004-2009”. Il punto è esattamente quello lì sottolineato da Scoppola: il lavoro della Costituente fu inquadrato ex ante da due scelte anti-giacobine di De Gasperi (la sottrazione all’assemblea della questione costituzionale affidata al referendum e, soprattutto, del potere legislativo ordinario comprese riforma agraria e industriale, facendo eccezione solo per i trattati e le leggi elettorali) in alternativa all’idea che già da essa si dovesse predisporre una ‘reformatio‘ dall’alto del corpo sociale. “De Gasperi – spiega Scoppola – ebbe un ruolo decisivo nel garantire il clima necessario ai lavori della Costituente: neutralizzò nella fase preparatoria spinte giacobine in nome del potere assoluto della sovranità popolare”. E’ il passaggio chiave della lettera di de Gasperi a Sturzo del 3 marzo 1946, dove richiama il doppio successo ottenuto contro “la posizione delle estreme in favore dei poteri assoluti della costituente e non solo in materia costituzionale ma anche in materia legislativa in genere, compresa la formazione del governo”.

Così anche Leopoldo Elia, nella lezione dell’anno successivo, “Alcide De Gasperi e l’Assemblea Costituente” conferma tale giudizio, ricorda anche il senso puntuale dei due interventi in Aula, quello sull’articolo 7 (teso a distinguere il metodo pattizio per vincolare la Chiesa alla democrazia dal concreto testo del Concordato del 1929) e quello sullo Statuto del Trentino Alto-Adige (sull’autonomismo come chance per una gestione migliore rispetto alla burocrazia statale che andava dimostrata nei fatti spendendo meno e meglio, in una visione che chiaramente risente della distinzione tra Stato e nazione maturata nel periodo dell’impero asburgico) e lo motiva ulteriormente rimarcando che anche nella prima legislatura non vi fu affatto una volontà negativa di inadempienza, ma “un criterio di gradualità..di attuazione ‘cum grano salis”, secondo l’espressione dello statista trentino del 1952.

Il terreno della sussidiarietà non sembra pertanto oggi un terreno neutro rispetto a questi diversi cattolicesimi politici e consente un giudizio molto differenziato rispetto alla loro odierna fecondità storica, decisamente a favore del filone degasperiano-liberale.

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