Ricordare Sartre, a quarant’anni dalla scomparsa

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Il libro che presentiamo (Sartre, collana Grandangolo del “Corriere della sera”, a cura di Gabriella Farina) costituisce un’utile guida divulgativa del pensiero e delle opere di Jean Paul Sartre (1905-1980). Comprende tre capitoli: un panorama generale sul personaggio, la vita e l’ambiente; la focalizzazione di alcuni temi come gli amici e i nemici, la fortuna e gli influssi; infine, qualche approfondimento con relative pagine scelte tratte da “L’esistenzialismo è un umanismo”, “La nausea”, “L’essere e il nulla”, “Critica della ragione dialettica”, “Tintoretto”, “Orfeo negro”.

Il 14 giugno 1940, la grande Parigi, luogo di approdo di tanti intellettuali italiani fuggiti dal fascismo, venne occupata dalle truppe tedesche e fu un dramma, nel clima già drammatico della seconda guerra mondiale. Soltanto dopo quattro anni, il 25 agosto 1940, il generale De Gaulle liberò la capitale francese. Alle prime elezioni democratiche le sinistre ottennero la maggioranza dei consensi (al primo posto i comunisti del Pcf col 26% dei suffragi, seguiti dai socialisti della Sfio col 23%), i centristi cattolici si affermarono al secondo posto col 24% dei consensi, ma nelle successive elezioni diventeranno il primo partito. Come in Italia, anche in Francia, fino al maggio 1947 si formò un governo d’unità nazionale. Tuttavia, l’elaborazione della Carta costituzionale fu più laboriosa e conflittuale. In effetti, il primo progetto venne respinto e fu eletta una seconda Assemblea costituente. Nel dopoguerra Parigi ridiventa il luogo privilegiato delle sperimentazioni artistiche e culturali, nonché dei dibattiti politici. Un contesto nel quale l’ideale comunista attraeva molti intellettuali che avevano vissuto la partecipazione alla Resistenza come possibilità di costruire una nuova società. In quel periodo il Pcf era fortemente legato alla Russia, allora in pieno stalinismo, regime incompatibile con le loro attese libertarie.

Sartre, scrive nella presentazione Armando Torno, era romanziere, critico, drammaturgo, militante politico e  filosofo. Della sua attività di romanziere vorrei ricordare “La nausea” (1938) e “L’età della ragione” (1945); mentre un’opera teatrale davvero singolare riguarda il mistero del Natale. Si tratta di “Bariona o il figlio del tuono”, scritta durante la sua prigionia in compagnia di alcuni detenuti cattolici, considerata da lui stesso come un avvicinamento estetico all’evento originario del cristianesimo.

Un altro testo drammaturgico, fonte di polemiche negli ambienti culturali di sinistra, fu “Le mani sporche”, nel quale Sartre sosteneva che ogni azione etico-politica, per realizzarsi, è costretta a perdere la sua innocenza e a sporcarsi le mani. L’appello della “situazione” non ci dà tregua: propone soluzioni sulle quali spetta a noi decidere e il momento della scelta diventa una questione morale. Sartre viene, però, evocato soprattutto come massimo esponente dell’“esistenzialismo”, ovvero filosofia dell’esistenza.  Nel 1943 pubblicò l’opera filosofica più impegnativa, “L’essere e il nulla”. Un pensiero che diventò, come affermava Mounier, alla moda tra i giovani parigini che si riunivano nelle “brasserie” e nelle “cave” di Saint-Germain des Prés, come “Lipp” o “Les Deux Magots”. Ne “L’esistenzialismo è un umanesimo” Sartre, sviluppando il concetto di Husserl sull’intenzionalità della coscienza verso il mondo e le cose, scrive che l’uomo non è altro che il suo progetto, null’altro che l’insieme dei suoi atti, null’altro che la sua vita. E’ una filosofia della libertà, della scelta e della responsabilità. L’uomo deve inventare la propria vita, deve costruire i propri valori, non c’è un’essenza che prefiguri la sua esistenza. E’ l’angoscia di vivere e la sua crisi esistenziale che provocano l’esigenza della libertà e il conseguente impegno negli eventi della storia. Anche l’operaio condizionato dalla sua condizione sociale di classe, è comunque uomo totale impegnato a scegliere il suo destino, bisogna quindi allargare le sue possibilità di scelta.

Nel 1945 Sartre fondò, insieme a Merleau Ponty e Raymond Aron, la rivista d’impegno socio-politico e culturale “Les Temps modernes”, contemporanea de “Il Politecnico” di Elio Vittorini con il quale stabilì una fruttuosa collaborazione. I promotori delle due riviste avevano la stessa visione del ruolo degli intellettuali e della cultura, che per loro non doveva essere più consolatrice, ma impegnata e attiva. Nel presentare l’esistenzialismo di Sartre la rivista italiana premette che esso non è una novità, perché le formulazioni fondamentali li troviamo già in Jaspers e in Heidegger. La vera innovazione consiste nel proporlo come pensiero alla base dell’azione politica, in una situazione decisamente rivoluzionaria. Grande spazio veniva riservato a Simone De Beauvoir, compagna di vita e di lavoro intellettuale di Sartre, secondo la quale l’uomo è un essere nel mondo, dunque indissolubilmente legato a questo mondo che egli abita, per cui occorre riconciliare morale e politica. Franco Fortini rivolse a Sartre e a Beauvoir domande sull’esperienza religiosa, perché riteneva che il rapporto tra fede religiosa e dottrina filosofica e sociale fosse particolarmente vivo e urgente in Italia. Sartre rispose che il sentimento religioso è una struttura permanente del progetto umano, indipendentemente dalle condizioni sociali. Vi sono tanti rapporti con Dio quanti sono gli uomini: anche l’ateismo è un rapporto con Dio. L’umanesimo ateo è l’attività rivolta ad espellere le influenze della religione da ogni luogo dell’esistenza, per toccare il fondo della solitudine dell’uomo ed attribuirgli così la responsabilità totale di sé. L’assenza di Dio non è una chiusura, è apertura sull’infinito.

L’esistenzialismo rifiutava anche il materialismo e lo scientismo comunista, ma ciò non significava che non si dovesse collaborare con i comunisti nell’azione concreta. Quando nei primi anni cinquanta, partecipò al Consiglio Mondiale per la Pace, d’ispirazione sovietica e aderì al Pcf, provocò l’allontanamento di vecchi amici come Maurice Merleau Ponty, Raymond Aron e Albert Camus. Questi, nel suo libro “L’uomo in rivolta”, aveva già criticato il senso e la legittimità della rivoluzione. Negli eventi dell’epoca, Sartre si schierò contro la guerra in Indocina, contro il colonialismo e per l’indipendenza dell’Algeria, a favore degli insorti di Budapest e contro la repressione sovietica in Ungheria, a sostegno di Fidel Castro e contro gli Stati Uniti. Nel maggio del 1968 scese in piazza accanto agli studenti in lotta, diffuse nelle strade il giornale dell’estrema sinistra maoista “La Cause du Peuple” e alcuni anni dopo fondò il quotidiano “Libération”.

Proprio in quegli anni stupì i suoi ammiratori concludendo una monumentale ricerca su Gustave Flaubert, l’autore di “Madame Bovary”. Coerente con la sua visione della cultura, nel 1964 rifiutò il Premio Nobel per la letteratura. Nella “Critica della ragione dialettica”, egli integra il proprio esistenzialismo nel pensiero di Marx, ben sottolineando la sua distanza dal marxismo ufficiale dei partiti comunisti e dell’Urss. Sartre mantenne buoni rapporti col Pci di Palmiro Togliatti che considerava più aperto del Pcf e alla sua morte, ricorda Luciana Castellina, Sartre scrisse una lunghissima lettera che “l’Unità” pubblica per intero a tutta pagina e “Les Temps Modernes” lo riprende, con il titolo “Il mio amico Togliatti”. Il marxismo per i comunisti italiani era diventato ciò che doveva essere, scrive Sartre, un immenso e paziente sforzo di ricerca, una permanente riflessione su sé stessi che intreccia teoria e pratica. Un intero numero della rivista viene dedicato al Convegno del 1962 dell’Istituto Gramsci sulle tendenze del neocapitalismo. In seguito, Sartre intensifica i rapporti con il gruppo de “Il Manifesto”, in particolare con Rossana Rossanda, con la quale ha un’importante discussione sul rapporto tra spontaneità e coscienza, che sarà registrata e pubblicata.

Poco prima di morire, in un’intervista pubblicata su “Le Nouvel Observateur” – rilasciata al suo segretario Benny Lévi alias Pierre Victor, già maoista, che aveva riscoperto la sua origine ebraica – suscitò aspre polemiche e qualcuno la interpretò come una sorprendente conversione religiosa. Sartre, ancora una volta anticonformista, affermava che il fine ultimo delle sue elaborazioni è l’etica della solidarietà e della fraternità, valori questi alla base di ogni idea di nuova società.

 

Salvatore Vento

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