Perché la politica deve decidersi ad affrontare il capitalismo

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Nell’ambito cattolico è in atto un vivace dibattito e sono pure in corso svariate iniziative miranti a dar vita a un progetto politico.

Le considerazioni da cui parte questo diffuso interesse sembrano sostanzialmente due: una profonda insoddisfazione per l’attuale situazione politica e per i partiti che ne fanno parte e il giudizio di “irrilevanza” della partecipazione cattolica.

Queste considerazioni, per quanto possano costituire motivi per una riflessione e una ricerca, non sono di per sé sufficienti a rappresentare una base minimamente adeguata per dar vita a un impegno politico.

Il rischio reale è che si facciano incontri, si realizzino dibattiti, si producano documenti, ma non si vada molto al di là di espressioni di wishfull thinking.

Gli odierni problemi nazionali e internazionali (che sempre di più costituiscono una sola cosa) presentano una complessità e una novità che richiedono ben altro impegno; e ciò per un elementare principio di ragione secondo cui la risposta che si vuole dare a un problema deve essere proporzionale al problema stesso: in altre parole se si parla di globalizzazione occorre mettersi in grado di affrontare la globalizzazione, se si parla di finanza occorre avanzare proposte competenti di merito, e così via.

Nella presente situazione   – accantonando per un momento gli enormi problemi economici  del mondo globalizzato – un dato fondamentale di cui prendere atto è il totale esaurimento dell’equilibrio su cui si era fondato lo sviluppo europeo del dopoguerra.  Questo sviluppo è stato definito  modello socialdemocratico, perché affermatosi più compiutamente nel Nord europeo, ma  è altrettanto riferibile al nostro paese; in pratica si tratta dello sviluppo capitalistico, ma congiunto a uno sviluppo sociale garantito, consentito dal notevole incremento della ricchezza.

I cattolici ed il loro partito, la Democrazia Cristiana, hanno condiviso questa politica sostenendo l’Occidente in opposizione al comunismo; si trattava di una soluzione praticamente senza alternative; però difendendo l’Occidente si è  in pratica difeso anche il capitalismo, lasciando cadere tante critiche del passato  (di cui fra l’altro è piena la dottrina sociale della chiesa).

Ma ora che lo sviluppo economico è ridotto al minimo e non consente più il parallelo e conseguente sviluppo sociale, che cosa si può fare?

Su questo punto sono bloccati i partiti socialisti europei (che infatti continuano a perdere voti e in alcuni casi sono praticamente scomparsi);  qui è ferma tutta la sinistra e sono ferme le forze democratiche, perché non riescono a individuare un nuovo ruolo, una volta esaurito quello passato.

Ora se uno sviluppo economico ridotto non consente lo sviluppo sociale di cui abbiamo bisogno, se questo meccanismo non funziona più, l’unica possibilità che rimane è affrontare il sistema stesso per trovare risposte più eque e individuare nuove soluzioni.

Ieri non era possibile perché per difendersi dal comunismo occorreva difendere l’Occidente, ma oggi questo pericolo non c’è più e occorre muoversi diversamente.  Il problema vero è che ogni paese, trovandosi nella medesima situazione, si sta muovendo per conto proprio: tanto gli USA quanto la Cina, la Russia e la Gran Bretagna,  la Germania e la Francia.

Forse sarà bene che anche l’Italia cominci a fare della “grande politica”, non in opposizione ad altri paesi, ma per portare un proprio contributo alla politica generale da costruire.

Non discutiamo di aria fritta e di piccolezze nazionali; vediamo di affrontare il primo e vero problema che consiste nel come sia possibile cambiare questa società  (capitalistica) lasciando perdere vecchie fantasticherie ideologiche, ma avanzando concrete proposte di trasformazione, strutturali e umane.

Qui sta la radice di una politica nuova e a questo dovrebbero mirare i cattolici democratici che intendono costruire oggi un progetto politico.

 

Sandro Antoniazzi

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