Ci lamentiamo spesso della crisi attuale, a livello globale, di senso umano, solidarietà, difesa dei diritti e dell’uguaglianza delle persone umane. E’ indubbio che alcuni allarmi attivati dal conflitto mondiale a metà del secolo scorso si siano progressivamente indeboliti e siano passati in secondo piano. Il trauma bellico aveva ispirato atteggiamenti dei governi, dei popoli e istituzioni internazionali, mirati a restituire al mondo uno stato di maggiore rispetto reciproco e della persona all’interno delle nazioni; per lo più limitati a quello che viene chiamato Occidente, almeno nella percezione culturale più comune. Si erano istituite sedi globali di confronto e scambio come le Nazioni Unite, anche se condizionate da subito nella operatività dal diritto di veto delle superpotenze. La richiesta di pace e di benessere dopo gli orrori bellici era comunque viva, accompagnando anche all’indipendenza tutte le nazioni africane e parte dei domini asiatici occidentali, nonostante periodiche iniziative militari in cui si confrontavano desiderio di dominio globale più o meno celato di Stati Uniti e Russia.
Il quadro geopolitico è notevolmente cambiato in questo ultimo quarto di secolo. Le speranze di rapporti multilaterali pacifici globali, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, inducendo alcuni sprovveduti a parlare della “fine della storia”, si sono successivamente smorzate a seguito sia della crescita rapida e massiccia della potenza cinese che della ripresa di velleità imperiali della Russia di Putin nella quale va sparendo ogni traccia di una parvenza di modernizzazione del sistema paese in senso democratico. In più, e con un influsso anche maggiore, l’apparizione di velleità autocratiche negli Stati Uniti, modello di democrazia occidentale per un secolo, aggiungendosi e sovrapponendosi alla tradizionale missione autoproclamata di difensori dell’ordine mondiale, hanno disorientato tutti noi. Chi oggi ancora vive in una prospettiva di fede, nella nostra società in cui la cristiana è ancora quella più seguita, si pone domande sul significato del proprio credo nel mondo di oggi; un mondo che ha grande sete di speranza e desiderio di senso, che tuttavia vengono indirizzate dalla società “dei consumi” verso desideri e speranze di breve respiro, per lo più attraverso soddisfazioni materiali, ambizioni personali, affetti simulati o legati al possesso, sete di potere, ricchezza e dominio sulle persone.
Mi pare che la proposta cristiana, non tanto come invito ad aderire all’istituzione, ma come prospettiva di valori e di pratica dei rapporti umani e sociali, possa essere oggi valutata come fondamentale per restituire agli individui e ai popoli una speranza ed un significato in una esistenza che per alcuni, a seconda della regione in cui vive e della classe sociale cui appartiene, è travagliata e precaria e per altri ricca di possibilità che si dimostrano alla fine prive di senso. La discriminante ricchi-poveri oggi non è radicalmente diversa da quella descritta nei Vangeli; per questo la conoscenza della Parola e le conseguenze pratiche che ne possono conseguire danno agli uomini e alle donne di oggi una possibilità di libertà e senso senza confronti con le proposte del mondo.
La Chiesa propone questo al mondo, ma la Chiesa stessa vive una crisi profonda nella partecipazione e nell’annuncio che attraverso l’appartenenza ad essa si può ricevere. Sembra quindi necessaria un’azione interna alla Chiesa per rimeditare i capisaldi della Fede e trovare insieme modalità di pratica della Fede stessa che siano annuncio al mondo. Papa Francesco aveva percepito questa necessità indicando nella pratica sinodale permanente un metodo pienamente conforme allo spirito dei Vangeli. Ho espresso alcune considerazioni e suggerimenti nell’intervento “Il futuro della chiesa nei segni dei tempi” e ad essi rimando. Ma devo aggiungere alcune considerazioni per precisare meglio come, secondo me, il cambiamento di prospettiva che si è avuto quasi due secoli fa con la fine del potere temporale della Chiesa ha introdotto o reso potenzialmente centrale un modo diverso per il fedele cristiano di vivere la propria esperienza nella Chiesa. Una Chiesa che ancor oggi viene vista come gerarchica. La gerarchia, sconosciuta nella Chiesa apostolica primitiva, appare come strumento della Chiesa da Clemente I Romano, terzo successore di Pietro già alla fine del primo secolo, e è ribadita da Ignazio di Antiochia e Ireneo di Lione nel corso del secondo secolo. In realtà Clemente Romano, rimproverando la ribellione di alcuni giovani che volevano esautorare i presbiteri a Corinto, raccomanda la concordia e il rispetto, pur ponendosi come successore autorevole degli Apostoli. Tuttavia, la formulazione dogmatica definitiva, che definisce la gerarchia come parte integrante del “diritto divino“, è stata definita molto più tardi, nel Concilio di Trento in risposta alla Riforma protestante e, successivamente, nel Concilio Vaticano I. La forma gerarchica e il potere dei vescovi e quello papale sono stati per secoli ispirati dal potere temporale che in molti casi era loro attribuito, anche se sovente in conflitto con il potere regale, imperiale o di potenti locali. Alessandro Manzoni riporta alcuni episodi di compromesso tra poteri feudali ed ecclesiastici nel XVII secolo nei “Promessi Sposi”. Gli imperatori sassoni e salici sostenevano l’istituzione dei vescovi-conte perché questa precludeva la successione nel feudo e restituiva la proprietà di esso all’impero; ma naturalmente il potere della loro nomina era conteso tra l’autorità spirituale papale e quella terrena imperiale, a testimonianza della nocività dell’applicazione di schemi mondani alla missione di evangelizzazione. La necessità di una gerarchia nella Chiesa, ancorché un diritto divino di cui non si trova traccia nei Vangeli, sembra legata al modello gerarchico delle società dei tempi. Il modello di governo di molte comunità monacali, ad esempio, contraddice e sfugge spesso a questa logica: la rotazione delle cariche, la pari dignità dei membri della comunità, la prospettiva di servizio permanente, la parità di rappresentanza nei capitoli generali, danno un esempio di possibile diversità strutturale di una comunità religiosa anche in secoli di feudalesimo oppressivo in cui i diritti delle persone erano annientati nelle relazioni con i potenti che facevano della propria forza unico fondamento giuridico. E ci conferma che una organizzazione diversa da quella gerarchica è possibile nelle comunità ecclesiali.
Quali indicazioni possiamo trarre oggi per il futuro della Chiesa cattolica universale? Dal Concilio Vaticano II in poi abbiamo già avuto ad opera dei Papi una globalizzazione marcata del governo ecclesiale globale, che, anche se sempre accentrato in Roma, vede ormai i dicasteri affidati a prelati provenienti da ogni parte del mondo. Gli ultimi 4 papi sono tutti non più italiani, ritornando ad un universalismo che si era perso nel 1523 con la morte dell’ultimo papa non italiano, il fiammingo Adriano VI. Il collegio cardinalizio attuale accoglie membri da comunità lontane e anche poco numerose, segno che non solo il numero è determinante nella visione cristiana. Appare anche sempre più chiaro che per la rinascita della comunità locale ecclesiale, anche se piccola, è necessaria non tanto l’organizzazione gerarchica ma una rete di sussidio e solidarietà tra comunità, che possa far rivivere nelle persone il senso di fratellanza; e che questo senso possa comunicarsi ed espandersi dalle famiglie, prima comunità umana, oggi frammentata e misconosciuta nel mondo sviluppato per l’esaltazione dell’individuo singolo, per lo stimolo all’orgoglio e al potere dell’uomo sull’uomo, e nella famiglia tra i coniugi, dove invece un sereno ed equilibrato confronto basato sull”amore come dono reciproco contiene il segreto di una unità coniugale pienamente umana ancor prima che religiosa.
Ripartire, quindi, dalle comunità locali come gruppi interfamiliari, nelle parrocchie o negli altri nuclei di aggregazione, e nei movimenti. L’impegno nei movimenti è un dato fondamentale positivo della Chiesa di oggi; ma in questa non decrescita della realizzazione concreta della fede individuale nelle associazioni va rispettato il senso strumentale delle associazioni stesse. Sono un mezzo di sviluppo e condivisione della Fede e non un fine. “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me” (Matteo 10, 37) vale anche per l’associazione. Soprattutto per quelle di appartenenza, che impongono regole ai propri associati simili (a volte più stringenti) di quelle degli ordini religiosi. La mia esperienza di adesione ad una associazione di riferimento, che sostiene da un punto di vista della Fede gli associati ma lascia loro libertà di scelta nella pratica del mondo, inclusa l’adesione ad altre associazioni, ritengo sia stata fondamentale per la mia vita. L’associazione delle “Equipes Notre Dame”, fondata da alcune coppie cristiane provenienti dal mondo degli scout cattolici francesi con la decisiva guida di padre Henry Caffarel, è fondata sulla crescita nella Fede della coppia cristiana, e consente di porre attenzione ed approfondire il senso della coppia attraverso il confronto con altre coppie; la base quindi è costituita da piccoli gruppi di coniugi che si incontrano una volta al mese per pregare insieme e studiare argomenti inerenti il proprio comportamento e ruolo nella Chiesa e nel mondo. L’approfondire il senso umano della comunione e del dono reciproco nella coppia mi aiuta anche, non vorrei essere presuntuoso, a cogliere in esso almeno come lontano riflesso l’amore e il desiderio di compiere la volontà dell’altro che costituisce il centro motore dell’universo nella Trinità divina. Ma rimanendo nel tema del superamento di una percezione dogmatica della gerarchia nella Chiesa come diritto divino, ove nel Vangelo si trova la missione apostolica unicamente come servizio (Giovanni 13,1-15; Matteo 10,1 ;20,25-28 ; Marco 6,7-13 ; 9,35; 10,42-45; Luca 22,24-27 ) , mi sembra utile descrivere come la gestione decisionale sia praticata nel Movimento delle Equipes Notre Dame diffuso oggi in 93 nazioni. Il nucleo associativo è costituito da 4-6 coppie che si incontrano almeno una volta al mese per una cena condivisa e momenti di preghiera e scambio di esperienza, attraverso un ristretto numero di impegni che la coppia segue ogni mese e di cui è tenuta a discutere all’interno almeno una volta al mese, riportando poi quello che della propria esperienza ritiene condivisibile agli altri. Questo è il nucleo, L’Equipe Notre Dame. Cinque o sei Equipes vengono tenute in contatto con una coppia responsabile di un Collegamento. Tre o quattro collegamenti, con le loro coppie responsabili, costituiscono un settore di 15-25 Equipes, in cui c’è una coppia Responsabile di Settore. In una grande città vi sono tipicamente 3-4 settori. I settori di un territorio in cui le Equipes sono diffuse costituiscono una regione; periodicamente, 3 – 4 volte l’anno la Regione, formata dalle coppie dei settori raggruppati, si riunisce con i Responsabili regionali; e questi si riuniscono nella Super-Regione, ad esempio l’Italia, 3-4 volte l’anno e organizzano la vita del Movimento nazionale, 2 incontri annuali di 3-4 giorni per chi può e desidera partecipare più altri eventi dedicati a particolari servizi. Tutto questo può sembrare macchinoso ma invece non lo è perché ciascuna coppia responsabile ha la piena responsabilità per il proprio livello, in cui opera con una equipe di servizio per il livello stesso; le decisioni pertanto non sono mai individuali ma condivise dall’equipe di servizio, e vengono poi progressivamente condivise, sia dalla base verso il livello nazionale che viceversa. Tutti gli incarichi di responsabilità vengono decisi per cooptazione nella equipe di servizio, e sono gratuiti e volontari, con un tassativo limite temporale che non supera i 6 anni per i responsabili internazionali (5 per i super regionali, 4 per i regionali, 3 per i settori). Gli incontri e le spese di viaggio (l’ospitalità per gli incontri delle equipes di servizio è quasi sempre fatta a livello domestico) vengono finanziati in una cassa comune a livello sia regionale che super-regionale con il versamento annuale di una giornata di reddito da lavoro di ciascuna coppia, pertanto in proporzione alle proprie possibilità.
Certo ci possono essere anche nella associazione piccoli inconvenienti, rinunce, crisi: nulla nella vita umana è al riparo da questo. Tuttavia l’esperienza ormai più che cinquantennale mi fa pensare che anche nella Chiesa cattolica potrebbe svilupparsi, partendo da comunità piccole come quelle primitive, una diversa organizzazione, in cui i ruoli di episcopo e di presbitero, e di diacono, ritornino ad assomigliare a quelli del cristianesimo primitivo e vengano scissi da ogni pregiudizio di potere terreno; divenendo anche accessibili alle donne, i cui diritti paritari, un tempo ancora recente negati o misconosciuti, sono oggi pienamente accettati nelle società progredite, né si vedono motivi di esclusione dal momento che anche nei Vangeli le donne hanno spesso ruoli di primo piano, anche in una società che le vedeva fortemente penalizzate. Anche il ruolo della coppia cristiana dovrebbe essere riconosciuto con caratteristiche anche ministeriali. Ciò appare evidente se si vuole ripartire da piccole comunità intrafamiliari. Una Chiesa più piccola, umile, povera, generosa, capace di indicare al mondo il senso dell’esistenza individuale e il destino comune dell’umanità, Popolo di Dio.
