Le conseguenze di mr. Trump

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La vittoria di Trump è stata quanto di più sorprendente potesse uscire dalle urne americane dell’8 novembre. E non solo per la débacle dei sondaggi (ormai una ricorrenza talmente diffusa da essere diventata quasi una norma). Piuttosto, perché porta alla Casa Bianca un candidato che, al di là del successo alle primarie, si portava dietro moltissimi elementi che potevano essere ritenuti degli handicap: un partito spaccato e indebolito con una parte rilevante di maggiorenti che l’avevano platealmente sconfessato, una posizione personale tutt’altro che solida data la storia di avventato tycoon e bancarottiere, una propensione estesa alle gaffes e alla dimostrazione di una solidissima incompetenza su moltissime questioni, infine una coalizione contraria di interessi forti che sembrava invincibile.

Il personaggio è stato in grado di reggere le avversità e – secondo un’analisi piuttosto condivisa – a volgerle anzi in altrettanti elementi a proprio favore. Ha potuto godere di una inedita alleanza tra pochi super-ricchi tradizionalmente collegati alla destra repubblicana e un esteso ceto medio e medio-basso bianco indebolito e incattivito, che ha subito gli effetti negativi della globalizzazione e quindi ha maturato un radicale disprezzo per le élites e l’establishment della capitale e delle due coste. Dato per acquisito questo elemento, va pur ricordato che la sua vittoria è stata risicata: meno di centomila voti complessivi nei tre Stati-chiave di Michigan, Pennsylvania e Wisconsin hanno portato i democratici alla sconfitta. Proprio in questi tre stati, però, la Clinton aveva dato per scontato un successo, il che spiega molto delle visioni limitate che si hanno della società contemporanea, dal punto di osservazione dei palazzi del potere. Certo, Trump è stato aiutato dalle debolezze intrinseche della candidatura di Hillary Clinton: superpreparata, competente, sufficientemente abile nella mediazione politica, abbastanza capace di tenere insieme l’eredità di Obama e i buoni rapporti con Wall Street, ma purtroppo assolutamente impopolare, proprio per il suo essere simbolo vivente delle dinastie di potere consolidate nella politica americana.

Naturalmente non si può sottovalutare il fatto che dietro alla vittoria di misura del magnate newyorchese si è espressa un’America profonda dai caratteri preoccupanti e a volte davvero inaccettabili: dal razzismo al machismo, dall’odio per gli immigrati alla propensione disinvolta all’uso privato delle armi, dal totale disprezzo del fisco al tifo smaccato per la pena di morte. Ma esiste pure un’altra America, quella degli studenti piangenti e delle dimostrazioni rabbiose e un po’ ingenue che inalberano i cartelli che rifiutano di riconoscere Trump come proprio presidente. La vera questione è come mai l’America ragionevole e progressista sia così isolata, non sia stata in grado di parlare al paese, si sia chiusa in una sorta di concezione illusoria di superiorità, coltivando a tratti in modo autolesionista alcuni luoghi comuni (la differenza, il “politically correct”, la messa in discussione della tradizione attorno a qualsiasi emergenza soggettivista).

Pur con certe marcate dissimiglianze, la vicenda americana è, così, anche un messaggio forte per la sinistra di oggi in Europa e in Italia. Correre dietro all’individualismo radicale dei diritti, dimenticandosi dei vinti e degli spaventati della globalizzazione, non è un buon affare: occorrerà (al più presto) riprendere in mano il capitolo delle diseguaglianze. E prendere di petto la questione per cui sostenere le opportunità create dalla globalizzazione, se non se ne governano le conseguenze per i soccombenti, rischia di essere un enorme boomerang.

Venendo a quello che ci si può aspettare, occorre distinguere almeno tre tendenze. La prima, piuttosto certa, è che con Trump molto probabilmente il programma della destra radicale d’Oltreoceano andrà avanti: riduzione del Welfare (l’Obamacare sulla sanità è nel mirino), riduzione delle tasse ai ricchi, rafforzamento dell’esercito e della polizia, tolleranza zero sull’illegalità (soprattutto degli immigrati, sugli altri si può discutere).  La compatta e radicalizzata maggioranza repubblicana al Congresso renderà più lineare questa direttiva.

La seconda è più dubbia: il “make America great again” si tradurrà in una nuova ondata di interventi militari all’estero, che smentirebbero la prudenza di Obama? Ci sarà ancora fornita una versione della superpotenza militare disattenta a qualsiasi ordine internazionale ragionevole e soltanto orientata ad affermare con la forza i propri interessi? Certo la polemica del magnate contro ogni multilateralismo e perfino contro gli alleati storici nella Nato (colpevoli di non pagare abbastanza per la difesa) ha fatto scalpore. Ma su questi aspetti va considerato che, nella superpotenza d’Oltreoceano, c’è un establishment della politica estera e della sicurezza che potrebbe in qualche modo indirizzare e orientare il neo presidente inesperto e spaccone. Il paragone con Reagan che qualcuno ha fatto non è del tutto calzante (l’ex attore era già molto più politicamente scafato di Trump  quando fu eletto), ma allude a qualcosa del genere.

La terza questione è quanto sarà sviluppato a fondo il messaggio protezionista e antiglobalizzazione che è stato lanciato in campagna elettorale e che ha portato i voti dei colletti blu e dei giovani precari e sottopagati delle aree deindustrializzate. A questo proposito le cose sembrano ulteriormente più complicate. Trump potrà certo ridimensionare o cancellare alcuni trattati commerciali liberisti. Ma la promessa di riportare in patria i posti di lavoro perduti deve fare i conti con interessi consolidati delle corporations, statunitensi oltre che giapponesi o europee. Mettere dazi ai prodotti cinesi metterebbe in difficoltà la Apple, prima che gli affaristi comunisti di Pechino. Per cui è dubbio che egli sia in grado di mettere in campo misure davvero radicali in proposito. Inoltre, qualsiasi guerra commerciale aumenterebbe i prezzi dei prodotti di consumo di massa, la cui convenienza è uno dei corni essenziali della stabilità del sistema. Per compensare un cambiamento a questo proposito, occorrerebbero davvero iniezioni massicce di redditi per i lavoratori. Ma da dove si possono sperare? Forse solo dal massiccio programma di investimenti statali nelle infrastrutture che Trump ha pre-annunciato: un progetto forse possibile e anche necessario, ma costosissimo e quindi a rischio di mettere in discussione la stabilità del debito pubblico – enormemente aumentato per salvare il sistema negli anni di Obama – e del dollaro stesso. Questioni non facili, quindi.

Al di là, insomma, dei diversi livelli di timore per le conseguenze, indubbiamente c’è da essere preparati a molti rischi e sconvolgimenti. Allacciamo le cinture.

 

Guido Formigoni

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