Investiamo ancora nella rete dei cattolici democratici

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L’assemblea c3dem del 17 marzo 2019 a Milano è stato un momento di ricca riflessione sull’immediato futuro della nostra rete e su tante questioni che abbiamo di fronte.  Provo a enucleare alcuni degli elementi più significativi emersi.

  1. Siamo chiamati ad investire ancora nella nostra rete, a maggior ragione in questo momento che sembra segnare un certo risveglio del cosiddetto “mondo cattolico”, per sostenere il magistero di Papa Francesco, che ha aperto nuove prospettive nel solco del Concilio, e per sviluppare quella cultura democratica e socialmente avanzata che è agli antipodi del populismo, del razzismo, della chiusura, la diffusione dei quali ci preoccupa. Ognuno e ogni associazione deve però continuare a dare attivamente il proprio contributo di idee e di proposte (e di sostegno organizzativo!).
  2. Sul piano dei temi da affrontare, è certamente necessario proseguire la riflessione avviata nel nostro convegno di Modena sulla Laudato Si’ del 1 dicembre, perché anche le recenti manifestazioni e in generale l’esigenza di ripensare i modelli di sviluppo spingono in questa direzione. Ma anche altri temi hanno grande rilevanza: facendo una scelta per ora molto ristretta, citiamo il futuro dell’Europa, i cambiamenti nel lavoro, la condizione dei giovani (con i quali bisogna tessere relazioni più dirette), i diritti dei migranti, i temi della bioetica (in particolare il “fine vita”), le nuove “riforme costituzionali” (istituto del referendum) in discussione…
  3. Abbiamo visto negli ultimi mesi un certo fermento delle grandi associazioni ecclesiali e sociali di area cattolica, con alcuni più propensi a nuove forme partitiche, altri (la maggior parte) rivolti al piano formativo e a iniziative tematiche comuni. La nostra rete vede con maggior favore questa seconda prospettiva, semmai tenendo aperta un’interlocuzione con i partiti collocati nel centrosinistra, a partire dal PD. Andrebbe seguita e se possibile sostenuta la creazione di occasioni di condivisione e approfondimento comune tra varie esperienze di area cattolica, sia a livello nazionale che territoriale. L’idea del “forum” e la proposta di un “sinodo per l’Italia” – iniziative entrambe interessanti – non hanno trovato finora sviluppi. L’attenzione al cosiddetto “mondo cattolico” si deve accompagnare all’ascolto e alla relazione con altre esperienze delle chiese cristiane, di altre religioni o di altre sensibilità culturali.
  4. L’articolazione delle opinioni tra le nostre associazioni e in generale nel cattolicesimo italiano non deve impedire un dialogo franco. Anzi, è proprio la difficoltà ad accettare il confronto che rende più complicato affrontare i nodi e aiutare le persone a maturare un’opinione più consapevole. Sia a livello generale che territoriale e parrocchiale, andrebbe favorito il dialogo sui temi sociopolitici, superando il timore – come ci insegna Papa Francesco – che una discussione aperta possa incrinare la comunione ecclesiale.
  5. Il nostro portale continua ad essere uno strumento utile e valido per “fare cultura”, scambiarsi opinioni, dibattere, approfondire: da più parti abbiamo ricevuto segnali di apprezzamento. Sarebbe però certamente auspicabile poter avviare un suo “aggiornamento”, per renderlo più rispondente alle esigenze di oggi e agli obiettivi che ci poniamo: ma questo dipende in primis dalla possibilità di un maggiore sostegno economico, a partire da chi ne usufruisce. Ci sarà occasione per riparlarne.

Sandro Campanini

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  1. mi pare si ponga una prospettiva molto interessante, nel distinguere il piano dell’elaborazione di idee (la cultura) da quella del confronto e della discussione (la politica) che deve essere assolutamente distinto dal momento dell’esercizio del potere che deriva dalle decisioni della maggioranza (l’attuazione)
    avere da troppo tempo confuso il secondo e il terzo momento ha fatto drammaticamente dimenticare il primo;
    se il piano politico viene alimentato con continuità da una scuola, davvero si (ri)comincia a respirare
    un problema immediato è cominciare a lavorare non solo per tentare di vincere un’elezione, andando oltre il modello (non inutile, ma insufficiente) delle “scuole di politica” attuate come susseguirsi di personaggi sul palco
    non ultima, la questione di far nascere nuove esperienze su una dimensione che superi la sola aggregazione nazionale: siamo europei, allora proviamo a costruire da subito ambiti e relazioni di quella dimensione, sennò prevalgono paure e antipatie e si ricomincia a pensare solo a uscire dall’€
    oppure – come nell’inadeguatezza attuale di Témoignage, Esprit, il Gallo e tanti altri, verso cui ho comunque considerazione, affetto e fiducia nella capacità di elevare il tono – continueremo solo a guardarci l’ombelico
    cordialmente

  2. Il “bene comune”
    Sappiamo che la politica ha come scopo il perseguimento del “bene comune”, categoria che mai deve essere svuotata fino a diventare un puro nominalismo; né deve essere piegata a letture di tipo ideologico. Ciò farebbe venir meno ogni possibilità di visione e quindi di obiettivo. Il bene comune – una volta individuato nei suoi elementi essenziali – deve poi essere tradotto e sviluppato all’interno di ogni aspetto della vita sociale e dell’ordinamento dello Stato, secondo un dinamismo ancorato da una parte ai principi fondamentali del bene stesso, e dall’altra alle peculiarità dei diversi ambiti.
    http://www.fareretebenecomune.it

  3. Elezioni Europee 26 Maggio

    Diritto
    Il voto è un diritto conquistato attraverso molte lotte. Tantissimi italiani si disinteressano della politica per noia, sfiducia e stanchezza. La metà di essi non vota in quanto lo ritiene un esercizio inutile. Se però non si partecipa alla votazione non bisogna lamentarsi; bisogna sempre essere attori principali quando si tratta di migliorare il proprio Paese. La situazione italiana è piuttosto sgangherata e quasi niente funziona decentemente. L’astensione dal voto vuol dire far mancare alla collettività la propria opinione. Chi non combatte ha perso in partenza e non ha alcun diritto di lamentarsi in seguito. Generalmente chi non si interessa della vita del proprio Paese non ha la consapevolezza dei propri diritti. La democrazia si basa sulla partecipazione; se non si va a votare non esiste democrazia. Ogni voto conta; l’insieme dei singoli dà vita ad un progetto più grande.

  4. Questi due interventi, di cui ringrazio, mettono in luce a loro modo due temi: la buona politica ha bisogno di cultura (e sguardi ampi); questa però non può limitarsi a un esercizio intellettuale ma deve misurarsi in modo responsabile con le scelte concrete.

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