Guerra in Ucraina, un contributo per capire

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L’articolo è uscito il 24 giugno sul sito del Meic, Movimento ecclesiale di impegno culturale. L’autore, già ordinario alla Facoltà di ingegneria dell’Università di Padova, è socio del Meic locale, e ha frequentato la Russia e l’Ucraina fin dal 1971, organizzando convegni sul dissenso sovietico e sui pensatori russi e ucraini e promuovendo gemellaggi con comunità ucraine 

 

 

Il protrarsi nel tempo dell’assurda guerra scatenata dall’invasione russa in Ucraina il 24 febbraio scorso sta producendo il lento ma progressivo sfaldamento di posizioni, inizialmente pressoché monolitiche, attestate sulla corale condanna della Russia di Putin e sul sostegno materiale e morale all’Ucraina di Zelensky.

E’ un processo che sta creando delle crepe anche tra il “sentire” dei credenti, e segnatamente dei cattolici, in un momento in cui la compattezza e l’unità sarebbero molto importanti perché le nostre già flebili voci acquistino qualche probabilità di essere ascoltate dai potenti di turno. Inoltre, la contrapposizione di posizioni non può che nuocere a quella meravigliosa ondata di solidarietà verso gli aggrediti che ha finora bilanciato, e bilancia, l’efferatezza della guerra.

La questione, a ben vedere, si è posta con la guerra in Ucraina, in quanto avvertita come “alle porte di casa”, ma ha connotati ben più ampi, applicabili a molte altre situazioni di guerra, più nascoste o ignorate, che affliggono il mondo. Il punto nodale riguarda, infatti, il concetto di “pace” e dei mezzi per raggiungerla. A questo si collega la questione delle armi e la liceità delle stesse, il diritto alla legittima difesa, il collegamento stretto tra pace e giustizia, la corretta informazione sui fatti spesso manipolata dalla propaganda anche in casa nostra. Si tratta di problemi complessi non liquidabili in modo banale con l’asserto, sempre più diffuso, che la pace sia “assenza di guerra e fine delle armi”.

Fissando lo guardo a quanto accaduto in Ucraina, emblematico di altre situazioni colpevolmente oscurate (pensiamo ad esempio alla guerra nello Yemen), riteniamo nostro dovere, quali operatori del mondo della cultura e della scienza, dare il nostro piccolo contributo alla chiarezza, ben consapevoli di correre dei rischi e senza alcuna pretesa di sentirci depositari della verità.

 

Sintesi storica[1]

Molti commentatori della questione ucraina insinuano il dubbio (che asseconda, di fatto, pure le affermazioni di Putin) che l’Ucraina non avrebbe titolo per affermarsi come nazione indipendente essendo da sempre una sorta di appendice della Russia, prima, e dell’Unione Sovietica, poi (e nuovamente quindi della Russia ora).

Si tratta di una tesi assurda, facilmente smontabile con una non partigiana disanima storica. E’ vero piuttosto il contrario, non appena si ricordi che la grande Rus’ è nata nel IX secolo proprio a Kyïv, grazie alla conversione al cristianesimo del principe Volodymyr.

La questione nazionale fu affrontata soprattutto dal XIXmo secolo, grazie alle opere di personaggi come il poeta Taras Ševčenko, di storici come Nikolaj Kostomarov e Mychajlo Hrušes’kyj, che portarono a una prima dichiarazione di indipendenza nel 1917, non accettata però dalla Russia di Lenin. La conformazione geografica dell’Ucraina, dapprima stretta tra l’impero asburgico e quello zarista, e successivamente facile preda dei bolscevichi, ha pesantemente segnato il suo destino fino a divenire la vittima designata di Stalin con l’Holodomor del 1932-33 (la “grande fame” dovuta alla collettivizzazione forzata e alla deportazione e annientamento fisico di oltre 5 milioni di contadini). Operazione di “pulizia etnica” che ben spiega la reazione nazionalista sviluppatasi con l’occupazione nazista e l’adesione a questa ideologia, contrapposta a quella bolscevica, di una parte (comunque minoritaria) della popolazione.   Da qui la vicenda Bandera, l’intervento dell’Armata rossa e il rientro dell’Ucraina nella sfera sovietica.

L’avvento di Gorbačёv offrì all’Ucraina l’opportunità di affermare la propria sovranità nel 1990 e di dichiarare l’indipendenza da Mosca il 24 agosto 1991. Il riconoscimento formale dell’indipendenza avvenne anche da parte della stessa Repubblica russa. Non vi è dunque dubbio alcuno quanto alla legittimità di considerare l’Ucraina uno Stato indipendente e sovrano.

Il periodo successivo è caratterizzato dalla faticosa costruzione di una repubblica democratica. Si tratta di un tempo comprensibilmente tumultuoso in cui s’incrociano istanze fatalmente diverse e non tutte limpide, tra le quali albergano pure l’influenza degli oligarchi, formatisi sull’esempio di quanto accadde in Russia: fenomeni di corruzione; pericolose oscillazioni tra nostalgici dell’Unione sovietica e convinti fautori delle democrazie liberali che guardano ai modelli europei; instabilità istituzionali e dei governi. In questo processo verso la democrazia sono comprensibili alcune “sbandate” ultranazionaliste o all’opposto tendenti a un nuovo vassallaggio verso la Russia. Scelte politiche poco chiare, spesso deludenti, riforme promesse e non attuate, provocarono rapidi mutamenti di scena ai vertici con un susseguirsi di figure anche controverse (Kravčuk, Kučma, Juščenko, Tymošenko, Janukovyč). La Piazza dell’Indipendenza (Majdan Nezaležnosti) divenne il luogo della protesta popolare a fronte d’iniziative governative talvolta irrazionali (come l’obbligo della lingua ucraina in un paese in cui forse il 50 % dei nuclei famigliari sono costituiti da persone sia ucraine sia russe o comunque imparentate con russi). La scomparsa di alcuni giornalisti, la corruzione, la crisi economica furono il combustibile delle manifestazioni che culminarono con la rivoluzione arancione del 2004 che portò al potere la coppia Juščenko – Tymošenko.

Le elezioni del 2010 videro l’uscita di scena di Juščenko, accusato di neofascismo, e la vittoria di Janukovyč (filo russo) su Julija Tymošenko. L’ostilità di Janukovyč verso la richiesta di adesione alla UE (viceversa reclamata a gran voce dal popolo) e la sua propensione a stipulare accordi privilegiati con la Russia di Putin, finì per coagulare il clamoroso dissenso sfociato nella protesta di 400.000 persone denominata Euromajdan, protrattasi anche con accenti violenti e repressioni della polizia, da fine 2013 a febbraio 2014 e conclusasi con la fuga a Mosca di Janukovyč .

Il governo moderato e rivolto all’EU di Jacenjuk non riuscì a rappresentare pienamente le spinte innovatrici e le “epurazioni” chieste dalla protesta dell’Euromaidan. Su di esso si abbattè l’annessione della Crimea alla Russia, nel 2014, a seguito del referendum-farsa indetto da Putin, complice il totale e colpevole disinteresse della comunità internazionale. Sempre nel 2014 iniziarono le proteste delle minoranze filorusse delle regioni orientali di Donec’k e Luhans’k, fomentate e foraggiate da Putin, con il tragico evento del 2 maggio a Odessa, dove perirono nell’incendio doloso alla Casa dei Sindacati 42 persone filorusse. Su questo episodio speculò (e specula) la propaganda del Cremlino, da un lato accusando l’Ucraina di proteggere squadroni neofascisti (il battaglione Azov) e dall’altro infiltrando nelle regioni orientali propri gruppi armati privi di simboli di riconoscimento (a questi si deve, tra l’altro, l’abbattimento di un aereo militare ucraino partito da Luhans’k con la morte di 49 persone. E fu un missile russo ad abbattere l’aereo della Malaysia Airlines in volo da Amsterdam a Kuala Lumpur causando la morte di 283 passeggeri e di 15 membri dell’equipaggio).

Le elezioni del 25 maggio 2014 videro la vittoria dell’imprenditore (oligarca) Porošenko e diedero un marcato impulso nazionalista alla politica, stimolato dalla guerra “a bassa intensità (o guerra ibrida)” di fatto scatenata da Putin nelle regioni orientali. Pur aperto alla cultura e ai rapporti con l’Occidente, il nuovo corso nazionalista si caratterizzò per alcuni eccessi in tema di lingua, simboli, negazione di alcuni fatti storici. Toccò pure il complesso equilibrio tra le quattro principali chiese cristiane di Ucraina che portò all’autocefalia  del patriarcato di Kyïv concessa dal Patriarca di Costantinopoli nel 2019 (con conseguente scissione dalle chiese ucraine della Chiesa Ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca).

In questo contesto, le elezioni del 2019 registrarono il successo di un candidato che aveva come obiettivo quello di scompaginare l’assetto politico ucraino: Volodymyr Zelens’kyi, un comico televisivo di successo che puntava alla lotta alla corruzione e al potere degli oligarchi. Paradossalmente (per quello che avvenne poi) Zelens’kyi si mostrò meno intransigente di Porošenko nell’atteggiamento verso Mosca, pur non rinunciando all’idea di voler riconquistare all’Ucraina tanto Donec’k e Luhans’k, quanto la Crimea.

La pandemia da Covid-19 e l’aggressione armata all’Ucraina da parte di Putin, iniziata con le “manovre militari” già nel 2021, non hanno concesso al nuovo Presidente il tempo necessario per mostrare la credibilità del suo progetto politico; tuttavia, nonostante facili ironie sulla sua formazione di comico, alcuni segnali sono molto positivi, come l’avvio di una lenta crescita dell’economia; la sostituzione del primo ministro e del presidente del Parlamento, accusati di fare gli interessi degli oligarchi come Achmetov e Kolomojs’kyj; l’avvio di un processo di riqualificazione delle vie di comunicazione (da sempre famose per le loro pessime condizioni); la legislazione anti-oligarchi; la condanna delle forze filorusse interne al Paese, che formavano la cassa di risonanza della propaganda di Putin (con l’arresto del famoso avvocato filo-Putin Medvedčuk con l’accusa di alto tradimento).

Può sconcertare questa impressionante successione di eventi nel breve arco di tempo di un ventennio, ma rappresenta un indubbio segnale di vitalità di una giovane nazione che ha ormai imboccato in modo irreversibile la via della democrazia ispirandosi ai modelli liberali dell’Occidente. L’opposto è invece avvenuto nella nazione “sorella”, per lingua e tradizioni: la Russia di Putin. Dopo la breve primavera democratica di Gorbačёv si è assistito a un pesante processo involutivo caratterizzato dall’eliminazione, anche fisica, delle voci di dissenso, dalla revisione del passato con la chiusura di Memorial, da un processo di democratura teso all’affermazione di un solo uomo al comando, dall’avvio di una politica imperiale che punta alla realizzazione del “pensiero unico” sintetizzabile nell’idea nazionalista e sciovinista di Russkij Mir. Un processo che non può tollerare la presenza di un paese, considerato “piccola parte della Russia”, rivolto invece alla democrazia liberale e ai costumi, ritenuti depravati, dell’Occidente, sui quali si è abbattuta la maledizione del Patriarca Kirill e la sua benedizione di una Guerra Santa.

 

La guerra

L’assurdità di quanto è avvenuto a partire dal 24 febbraio 2022 è di immediata evidenza e rende superfluo il fiume di commenti degli analisti militari, politici, mediatici, ecc. Purtroppo il trascorrere del tempo  sembra far dimenticare a molti dei soggetti in gioco quali siano stati i fatti inoppugnabili ai quali occorre sempre ricondursi:

  • Si tratta di una guerra tra nazioni “sorelle” per lingua, cultura, tradizioni, entrambe figlie di un passato ideologico riconducibile alla comune appartenenza all’URSS;
  • La situazione di guerra risale in realtà al 2014 e conta circa 15.000 vittime (oltre ai morti di Odessa), colpevolmente ignorate dall’Occidente. Le democrazie liberali non hanno mosso un dito per proporre allora una soluzione negoziata. La “questione Donbass” si poteva infatti risolvere con la concessione di larghe forme di autonomia alle minoranze, per le quali erano disponibili collaudati strumenti giuridici ed economici (come ad esempio in Alto Adige);
  • La guerra del 2022 è comunque del tutto arbitraria e ingiustificata ed è chiaro chi sia in essa l’aggressore (Putin) e chi sia l’aggredito (il popolo ucraino);
  • Una guerra di cui non c’era alcun bisogno, scatenata anzi in un momento in cui l’Ucraina poteva contare su un’economia in crescita e la Russia su una sostanziale “pacificazione”con l’Occidente che favoriva  buoni rapporti commerciali;
  • Per scatenare un simile inferno, lo stesso aggressore ha dovuto crearsi alcuni alibi definendo l’aggressione come “operazione militare speciale” e attribuendo a essa i connotati dell’aiuto fraterno a un popolo da liberare dai nazifascisti. Inoltre, attuando un’operazione sistematica di disinformazione interna alla Russia e mettendo il bavaglio, o eliminando, le poche fonti di informazione indipendenti;
  • Prevedendo lucidamente la necessità di cruente operazioni di terra, l’aggressore ha pure mobilitato ignobili alleati tagliagole prelevati dalla Cecenia e dalla Siria, non esitando a mandare allo sbaraglio ignari ragazzi di leva prelevati dalle regioni più lontane dell’immenso territorio russo;
  • Gli effetti di tale operazione scellerata erano dunque prevedibili: distruzione di obiettivi civili, uccisioni a sangue freddo, stupri, ruberie di ogni tipo, crimini di guerra, fosse comuni, ammasso di cadaveri quasi fossero immondizia, nessun rispetto per la dignità della persona e della morte, per i bambini, per le donne. Incitamento all’odio con venature razziste intese a mostrare la superiorità del pensiero Russkij mire l’inconsistenza dell’Ucraina quale nazione indipendente. Volontà di ripristinare il rapporto di sudditanza dell’Ucraina alla Russia, come confermano i militanti filo-russi che già parlano di ex-Ucraina.
  • Come poteva, e può, rispondere il popolo ucraino? Invocando il principio della legittima difesa, in armi, perché – piaccia o no – sono queste, almeno in una prima fase a poter dare adeguata risposta a chi parla il solo linguaggio della violenza armata, inaudita e senza regole. Spetta dunque al popolo ucraino il diritto-dovere di stabilire quali siano le misure meglio adeguate per reagire all’aggressore.
  • La risposta dell’Occidente alla chiamata di aiuto dell’Ucraina non è stata esaltante. La paura di innescare la terza guerra mondiale ha prodotto il “no” alla richiesta di “no flight zone” (che forse avrebbe viceversa salvato molte vite umane cadute sotto i bombardamenti) e alla fornitura immediata di alcune arme speciali (in particolare di aerei da combattimento). Deludente pure lo scenario delle sanzioni che ha visto lo sfilarsi di molti stati e interventi di mitigazione degli effetti delle stesse sui proponenti. Si è così sancito il primato egoistico della sindrome “non nel mio giardino” declamando a parole la volontà sanzionatoria verso la Russa ma nel contempo rinunciando a inevitabili sacrifici che l’efficacia sanzionatoria avrebbe richiesto con misure più forti, quali l’immediato e totale blocco dell’importazione del petrolio e del gas dalla Russia: risalita dei prezzi energetici, impoverimento, necessità di modificare gli stili di vita.

 

Siamo interpellati come credenti

  • Come credenti, dovremmo riconoscere il ruolo del magistero petrino che, quanto alla guerra, trova negli appelli di Papa Francesco l’indicazione di una meta e di una via da seguire per raggiungerla. Sono però convinto che, quanto ai mezzi, questi non possano che essere frutto di mediazioni imperfette condizionate dal contesto storico, politico e sociale. In particolare, come afferma anche il card. Parolin citando il Catechismo della Chiesa Cattolica, il ripudio della guerra e il primato dell’azione diplomatica non escludono il diritto alla legittima difesa armata purché “proporzionale” e non animata da spirito di vendetta. Essere contro la guerra ma non indicare i mezzi tattici (e non solo strategici) per giungere a un mondo che sia privo di guerre rischia di renderci correi di formidabili ingiustizie. Si può rispettare e comprendere l’alto valore simbolico delle dimostrazioni non violente e del pacifismo integrale, ma deve essere altrettanto legittimo non considerarli mezzi adeguati alla situazione ucraina (e in altre parti del mondo segnate da pesanti guerre civili o di aggressione).
  • Il procedere degli eventi bellici sembra convincere sempre più persone che per il raggiungimento della pace si debbano mettere sullo stesso piano aggressore e aggredito portandoli a un negoziato alla pari. Ciò equivarrebbe a una resa incondizionata dell’Ucraina, lasciata alla mercè del più forte. Luminoso, al riguardo, il pensiero espresso da Emmanuel Mounier nel 1939, dopo la Conferenza di Monaco, laddove afferma che bisogna battersi per una pace che comprenda la giustizia, altrimenti la pace è solo una resa. Chi, come Putin, ha commesso orrendi crimini contro l’umanità deve pagare la giusta mercede che la giustizia richiede.

In conclusione, a fronte di una posizione “cattolica” che si va sempre più allineando alle tesi utopiche del pacifismo “senza se e senza ma” si ritiene altrettanto “morale” una linea più ispirata dalla realtà dei fatti che potrebbe prevedere:

  • Sì alle armi (proporzionate alle esigenze della difesa), se l’Ucraina le chiede;
  • Sì a ogni forma di dialogo diplomatico, ma a condizione che sia realmente tra pari e non tra un vincitore e un vinto;
  • Sì a tutte le forme di sostegno morale ed economico che l’Ucraina chiede, in particolare programmando già ora un piano rapido di ricostruzione;
  • Sì al mantenimento delle sanzioni alla Russia, ma nella piena consapevolezza che la loro efficacia dipenderà anche dal prezzo che noi siamo disposti a pagare per esse;
  • Sì a esplorare nuove forme di pressione atte a far fermare la guerra (manifestazioni sistematiche e massicce davanti alle ambasciate russe; invasione di messaggi mail e social verso la Russia che contrastino la disinformazione del Cremlino; presenza massiccia di navi da guerra e commerciali alle porte del mar Nero, ecc.).

La Chiesa cattolica, con il suo prestigio e autorevolezza, potrebbe giocare un ruolo molto importante muovendosi sullo scenario mondiale in modo più attivo e mobilitando parrocchie e associazioni.

 

[1] Per una rapida ed equilibrata inquadratura storica si consiglia la lettura del sintetico libro di Simone Attilio Bellezza – Il destino dell’Ucraina – ed. Scholé, 2022.
Se interessa il punto di vista degli “antifascisti” consiglio  il testo di Alberto Fazolo – In Donbass non si passa – ed. REDSTARPRESS, 2022, che porta molta acqua al mulino delle tesi di Putin, volte a giustificare l’invasione camuffando l’aggressione per una lotta di liberazione voluta dal popolo ucraino.
Per un’attenta analisi dei fatti che hanno portato alla guerra si consiglia il libro di M. Bertolini e G. Ghini – Guerra e pace al tempo di Putin – ed. Cantagalli, 2022.

 

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