Governo Renzi. Ora tocca a loro.

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Difficile tacere un certo spiazzamento. Nelle sue comunicazioni al Senato per la fiducia Renzi è stato fedele a se stesso, specie nel modulo comunicativo. Chiaramente egli ha parlato ai cittadini più che ai senatori che gli stavano davanti. Con un discorso a braccio e con una postura irrituale e persino irriverente (la gestualità dei comizi, le mani nelle tasche). Mettendo in fila titoli senza adeguato svolgimento. Assumendo qualche impegno francamente difficile da onorare sotto il profilo delle risorse e delle coperture. Non sciogliendo il nodo politico cruciale della sequenza tra Italicum e riforma del bicameralismo, la più controversa delle questioni dentro la maggioranza e in seno allo stesso PD. Perché senza l’arma di una nuova legge elettorale da varare subito, anche il governo Renzi sarebbe condannato a soggiacere ai quotidiani ricatti di partitini, correnti e singoli parlamentari, preoccupati solo per la sopravvivenza della legislatura. Ma, sul punto, Renzi ha ceduto alle nebbie del politichese.

A ben vedere si conferma un copione che già conoscevamo (parafrasando McLuhan, l’uomo è il messaggio) che tuttavia non ci risparmia il suddetto spiazzamento perché il parlamento non è un luogo qualsiasi, esso risponde a regole, consuetudini e tradizioni antiche, ma non prive di un loro valore. Lì abitualmente il premier propone un intervento organico limato sin nelle virgole e illustra un programma relativamente preciso e dettagliato, non un discorso leggero e accattivante. Dunque, va osservato con franchezza, Renzi ha rivelato i suoi limiti. Le regole e le consuetudini che informano le istituzioni non sono tutte da buttare, non rivestono un mero carattere formalistico e rituale. Mi spiego: il parlamento non è la piazza e neppure un consiglio comunale; le comunicazioni del premier sono mirate a ottenere una fiducia non genericamente dei cittadini ma dei loro rappresentanti nelle Camere; la fiducia non è conferita alla persona del premier ma alla compagine di governo e al programma ad esso intestato; e, a sua volta, il programma è cosa diversa dalla mera enunciazione di (troppo) ambiziosi traguardi, esso si concreta piuttosto in una puntuale fissazione di obiettivi praticabili supportati da mezzi per davvero disponibili. La inclinazione a porsi dalla parte dei cittadini contro il palazzo, pur occupandone una postazione di vertice al fine di colmare una distanza che si è fatta abissale, è impresa ardita, che ha già conosciuto due moduli: quello virtuoso di Pertini, non a caso menzionato da Renzi, e quello truffaldino e corrosivo interpretato da Berlusconi, che non maschera la sua simpatia per il giovane premier.
Ciò detto, non possiamo che aprire un credito verso Renzi e il suo governo. Intanto perché non vi sono alternative, se non un avventuristico ricorso alle elezioni. Di sicuro inutili, con la legge elettorale sortita dalla sentenza della Consulta, che condurrebbe di nuovo all’anomalia (e alla palude) delle larghe intese. In secondo luogo, perché finalmente, dopo decenni, si dà la possibilità di ridisegnare le regole della competizione politica e di adeguare l’assetto istituzionale. Condizione e premessa per restituire al sistema rappresentanza e governabilità. Ancora, perché, piaccia o non piaccia, Renzi gode di un consenso nella pubblica opinione che rappresenta una preziosa risorsa in un tempo segnato da rabbia e frustrazione a loro volta moltiplicate dalla drammatica crisi sociale. Anche chi diffida dell’esasperata personalizzazione della leadership non può non interpretare come una risorsa l’investimento fiduciario verso una personalità politica democratica che, comunque la si giudichi, può contagiare una volontà di rigenerazione e di riscatto collettivi. Infine, la baldanza giovanile. Non ci sfuggono elementi di presunzione e di incoscienza. Ma su di esse (e sulle motivate riserve che esse suscitano in noi adulti) deve fare premio la consapevolezza delle vere e proprie colpe collettive della società adulta – specie di quella che ha rivestito responsabilità politiche di rilievo – verso le giovani generazioni un po’ in tutti i campi. Il debito che abbiamo contratto ci impone di dare credito a chi si fa interprete di una legittima domanda di protagonismo di quella generazione anche sul piano politico. Anche se i modi e le forme non ci convincono a pieno. Perché su un punto dobbiamo essere onesti: per quanto possa suonare sgradevole e urticante il mantra della rottamazione, senza di esso il vecchio ceto politico non avrebbe passato la mano. Ora tocca a loro, hanno il diritto di provarci.
Diamogli dunque fiducia e disponiamoci ad accompagnarne il cammino vincendo i nostri pregiudizi pur senza tacere ciò che non ci convince. Li si aiuta così, lungo la via stretta che corre tra saccente paternalismo e piaggeria verso il nuovo che avanza.

 
Franco Monaco

 

One Comment

  1. La riabilitazione politica di Berlusconi e la “pugnalata al petto” a Letta: questi i due snodi politici tramite i quali è toccato a Renzi.
    Due snodi che presuppongono altrettante domande.
    (1) Riteniamo accettabile ridare la patente di interlocutore politico affidabile all’uomo che nell’ultimo ventennio più di ogni altro ha rappresentato la decadenza del costume sociale e politico del nostro Paese, che lo ha portato alla soglia del default finanziario, che si è asserragliato all’interno di innumerevoli leggi ad personam, che ha ridotto ad abigeato il falso in bilancio?
    (2) Riteniamo accettabile per raggiungere un fine, anche qualora fosse in se stesso buono, giustificare l’utilizzo di qualsiasi mezzo? Può l’obiettivo di avere “rapidamente” una nuova legge elettorale (la modifica dell’assetto istituzionale richiederà comunque anni) giustificare l’accordo con un condannato con sentenza passata in giudicato, equiparandolo di fatto ad un presunto innocente?
    Queste, più che l’opportunità delle mani in tasca, mi sembrerebbero questioni essenziali attorno alle quali valutare il “chi è” di Matteo Renzi.

    Certo oggi il Governo Renzi è insediato e da questo dato di realtà dobbiamo partire.
    Quali auguri fare a Renzi?
    (1) Di fallire? Se fallisse si aprirebbero scenari apocalittici. Per il centrosinistra e il PD in particolare: nella sua forsennata corsa alla Presidenza del Consiglio Renzi ha fatto terra bruciata intorno a se: dopo di lui, nessuno. Per il Paese: un voto con la legge elettorale “sopravvissuta” alla sentenza della Consulta porterebbe in Parlamento un numero grande a piacere di partiti e movimenti, creando i presupposti per un caos primordiale.
    (2) Di riuscire (almeno in parte)? Si dimostrerebbe che un Governo di larghe intese (quale è quello di Renzi) riesce laddove hanno fallito (certo, in diversa misura) Governi di centrosinistra prima e di centrodestra poi. Sarebbe la fine del bipolarismo (if any) e del PD.

    Difficile da accompagnare il cammino di Renzi. Non si vede verso quali traguardi.

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