Giorgio La Pira, la santità in politica

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Ricordare La Pira – anche per chi  lo ha conosciuto personalmente e gli è stato amico – non significa cullarsi nella nostalgia del passato, ma imparare e riflettere per valutare il presente e costruire il futuro.

Papa Paolo VI, che fu amico di La Pira e lo aveva ospitato a Roma, nella sua casa, quand’era in fuga da Firenze ricercato dalla polizia fascista, sosteneva che ”La politica è la forma più alta della carità”. Aveva davanti personalità di cristiani laici mirabili. Tutti loro (Giorgio La Pira, e poi Giuseppe Dossetti, Igino Giordani, Aldo Moro, Giuseppe Lazzati, Alcide De Gasperi e altri), subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, erano stati membri dell’Assemblea, composta dai delegati dei diversi schieramenti politici, che ha dato vita alla Costituzione Italiana. Un testo altissimo che risente positivamente del profondo dialogo che si aprì, allora, tra persone autorevoli animate da visioni del mondo e pensieri molto diversi.

Oggi, per questi cristiani, è in corso una Causa di Beatificazione, in quanto hanno agito in politica non separando la propria fede dalla vita, ma donando con ogni loro forza il proprio contributo di esperienza e di visione, per il bene comune.

Daremo qui appena qualche cenno per introdurre la figura di La Pira. Una figura umanamente complessa e spiritualmente gigantesca, che con il suo pensiero e la sua azione ha esplorato svariati campi, stabilendo contatti col mondo intero per concrete azioni di pace, anticipando – per certi aspetti – il Concilio Vaticano II in campo ecumenico e interreligioso, sapendo parlare a tutti: ai giovani, ai poveri, ai carcerati, operando in politica portando unità. Una figura osteggiata e amata allo stesso tempo, come sempre accade a chi lascia un segno nella storia.

La Pira è uomo che si fa povero per scelta di vita. Si spoglia dei propri beni materiali, donando tutto quello che possiede: lo stipendio di professore universitario, il compenso di sindaco (che lascerà al Comune per l’assistenza ai bisognosi), perfino il proprio cappotto, che – spesso – offrirà al primo indigente incontrato.

Sulle orme di Francesco d’Assisi e del suo Cantico delle creature, il messaggio che La Pira vuol dare è anche questo: tutti dipendiamo totalmente dall’amore di Dio; siamo poveri perché tutto abbiamo ricevuto e prenderne coscienza spinge alla condivisione dei beni che ci sono stati affidati per le generazioni presenti e per quelle future.

La Pira chiede ai poveri di pregare e di amare in modo reciproco e universale, perché ognuno possiede sempre qualcosa da offrire.

Il Processo per la canonizzazione di La Pira nella sua fase istruttoria durata oltre quarant’anni anni (data la mole di scritti da esaminare e il numero di testimoni di varie pari del mondo) si è conclusa con la formale dichiarazione pubblica voluta dal Santo Padre Francesco: “La Pira ha vissuto una vita evangelicamente mirabile”. Per la Chiesa cattolica è dunque il Venerabile Giorgio La Pira, profeta di Speranza.

 

La Pira nasce in Sicilia nel 1904, nel piccolo paese di Pozzallo (il luogo dell’Italia più vicino all’Africa). La sua è una famiglia di umili condizioni sociali. Adolescente, fa propri gli ideali violenti e sanguinari del Futurismo e del nazionalismo, ma legge molto e aiutato da alcuni suoi docenti farà un percorso culturale e spirituale che lo porterà, a vent’anni, a una vera conversione, che culminerà in una esperienza mistica di incontro con Gesù risorto.

A 22 anni arriva a Firenze per laurearsi in Diritto Romano  alla Facoltà di Giurisprudenza, e subito dopo sarà professore nella stessa facoltà. Non lascerà più la città, ne coglierà l’anima e riuscirà, divenuto sindaco, a renderla nota nel mondo intero come luogo del dialogo e della pace tra i popoli, promuovendo una incessante azione internazionale.

L’arcivescovo di Firenze card. Benelli, si espresse molto chiaramente durante il funerale di La Pira, al quale partecipò una folla smisurata. “Di La Pira tutto diventa chiaro e semplice se lo si pone in un’ottica soprannaturale. Quello che egli ha fatto durante la sua esistenza, come servitore leale del proprio Paese, come animatore instancabile della fratellanza universale, come ispiratore di uomini ansiosi di scoprire le ricchezze del futuro, lo ha fatto perché cristiano”.

Era un generatore di comunità.

Le parole del Vangelo gli furono sempre di orientamento e le visse alla lettera, al modo di Francesco d’Assisi. E il Vangelo, come libro dei Poveri e testo di socialità umana, sarà anche il suo riferimento costante nell’impegno in politica.

Dopo essere stato membro autorevolissimo dell’Assemblea Costituente, fu  Sottosegretario del Ministero del Lavoro (nelle fila della Democrazia cristiana, pur senza tessera di partito).

La scelta di fare il Sindaco segnò per La Pira la sua seconda conversione (1951). Uomo desideroso di studio e di vita ascetica e contemplativa, quando gli fu chiesto di fare il Sindaco, trascorse un’intera notte piena di incertezza, in preghiera; alla fine dirà: “Vogliono così, e noi faremo così!”. Fu sindaco fino al 1965.

La sua politica assunse subito una dimensione planetaria; dal 1951, divenuto sindaco di Firenze, fu elemento di punta della politica estera italiana, promotore instancabile di dialogo e di pace.

Aveva visto la distruzione di Hiroshima (e potenzialmente la distruzione di ogni città) come il culmine di un’epoca, che prelude alla fase finale e nuova della storia, che pone l’umanità sul crinale apocalittico: la  minaccia nucleare  e  la collera dei poveri da un lato, la via della pace dall’altro. (Come non ricordare le Encicliche Pacem in Terris, 1963, e  Populorum Progressio, 1967, che poi verranno?).

Nel Mar Mediterraneo colse l’occasione d’incontro tra i popoli delle sue rive, appartenenti alla stessa famiglia di Abramo (Ebrei, Cristiani e Musulmani), che han dato vita a tre grandi civiltà e operò per favorire un dialogo che aprisse a un percorso storico nuovo.

La Pira, chiamato anche in vita il Sindaco Santo, da alcuni per burla, ma da altri con convinzione, amministrò la città cambiando radicalmente il modo di fare il sindaco. Si occupava delle politiche cittadine, degli sfrattati, dei senza tetto, dei disoccupati promuovendo il lavoro, contribuendo a salvare fabbriche in crisi e, allo stesso tempo, faceva politica estera, perché vedeva tutto interconnesso; promuoveva la pace, stabilendo relazioni internazionali tra Firenze e le città del mondo.

Con la sua capacità di visione, sia su scala spaziale che temporale, cambia la politica estera, proponendo la centralità delle città. “Bisogna unire le città per unire le nazioni, per unire il mondo”.

Le città possono unirsi,  a differenza degli Stati che troppo spesso si combattono e i cui confini cambiano con facilità. Bisogna costruire ponti tra le città; ponti culturali e relazioni economiche, edificando la pace, attraverso una precisa strategia: la strategia del dialogo.

E’ nota la sua riflessione sul valore delle città: “Gli Stati non hanno il diritto di distruggere le città [con la guerra e le con bombe]. Siamo entrati nell’epoca storica delle Città; […] Ogni Città è una luce e una bellezza destinata a illuminare. […] Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima : non sono cumuli occasionali di pietre: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio. […] Queste città della Terra, appartengono alle generazioni future” (Ginevra, 1954).

Sulla scia di queste idee, La Pira inviterà a Firenze, attraverso un’opera di incessante e infaticabile tessitura di relazioni personali, i sindaci delle capitali del mondo, dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud e promuoverà una serie di azioni, incontri e convegni per la pace che incisero fortemente nell’unità tra i popoli. Tutto questo in piena Guerra Fredda.

Arrigo Levi descrive lucidamente La Pira in una intervista apparsa nel 1970 sul quotidiano La Stampa: “La santità non esclude l’arguzia né il realismo e tutte e tre sono qualità di La Pira. Lo vedo […] pervaso da una sorta di letizia interna della quale non si poteva non essere suggestionati. Realismo e fantasia politica si mescolano. Sotto l’immaginazione e il suo idealismo c’è sempre un disegno politico ben preciso […]”.

La Pira sa bene che la realtà è molto lontana dagli ideali di umanità e di civiltà ai quali aspira. Sa denunciare il divario tra paesi economicamente ricchi e paesi impoveriti, tra soggetti benestanti e popolazione in miseria, all’interno delle stesse città del mondo; sa che non si possono esercitare i diritti, se non si ha accesso ai beni comuni.

Durante la crisi di una grossa fabbrica fiorentina (che riuscirà a salvare) parteggia per i 1700 operai a rischio di licenziamento. Fa intervenire lo Stato e si rivolge agli industriali, sottolineando insieme al principio di solidarietà, il principio di fraternità; un tema ripreso da papa Paolo VI nella Octogesima adveniens (n. 46).

La disoccupazione, oltre a rappresentare un grave problema economico-sociale, era, per La Pira, un disordine etico, emergente da una società in cui la fraternità non è resa vitale, né percepita come valore. Scrive in una lettera: “Guardi Signor industriale, lei non ha ancora capito che la sua industria non è astratta dal corpo cittadino, di cui fa parte, ma è elemento organico di esso. Lei deve prima ragionare con la città. Lei si ricordi che fa parte di questa comunità e deve essere solidale con le gioie, le sofferenze, le tradizioni della città. Perché non essere attratti da questa visione fraterna, organica, comunitaria, religiosa che dà senso e gioia all’esistenza?”[1].

La Pira, con la scelta dell’impegno politico voleva intervenire sulla patologia del sistema economico, trovando percorsi e regole nuove che favoriscano la giustizia, insieme alla libertà di ciascun membro del corpo sociale. Con la sua politica opera perché tutti abbiano il lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria, la scuola, un luogo degno per pregare.

La questione sociale, il cui cuore è l’economia, era per La Pira questione planetaria e il lavoro la chiave fondamentale. Per questo, indicò come obiettivo prioritario dell’agire politico la piena occupazione. “Non posso essere indifferente […] che i miei fratelli siano costretti a vivere in un regime economico che contraddice la loro natura di uomini. O se i miei fratelli sono costretti a vivere in un regime giuridico e politico che viola i loro fondamentali diritti umani […]. Posso restare inerte di fronte alle disuguaglianze? […] Se facessi così, non negherei quella paternità divina e quella fraternità umana che confesso con le labbra? […] Devo intervenire perché la fraternità, alla quale lo credo, sia trascritta nelle istituzioni sociali, diventi fraternità di fatto”.

 

Sempre avendo presente la dignità dell’uomo e della donna che lavora, Giorgio La Pira svolse un’intensa attività internazionale volta alla pace, adoperandosi per far uscire la produzione delle armi dalla stessa logica degli investimenti e del mercato. Propose una politica di riconversione delle industrie belliche in fabbriche per uso civile; ciò riprendendo il “sentiero biblico del profeta Isaia” al quale spesso faceva riferimento (Isaia 2,4 : trasformare le spade in falci e le lance in aratri),.

Da vero realista, sapeva che la guerra non ha mai messo fine alle guerre, è sempre inutile strage e sapeva che la violenza non è mai in grado di garantire la pace.

La Pira s’impegnò in politica per amore, perché desiderava che l’Amore vivesse tra tutti. Non c’era discontinuità tra questo impegno e il resto della sua vita. Il suo metodo politico era lo stesso metodo del suo vivere. La promozione costante dell’incontro e del dialogo.

Non si legò mai a nessun potere, nemmeno per raggiungere fini considerati buoni, perché non credeva che il fine giustifichi i mezzi.

Non faceva mai crociate. Il suo cristianesimo era puro e distaccato da ogni nazionalismo e da qualunque egoismo regionalista. La sua politica che muoveva dall’attenzione ai più deboli, tendeva sempre a unire. Per lui soltanto la graduale e autentica apertura dell’universalismo cristiano poteva interpretare e aiutare a superare le crisi planetarie.

Concludo con alcune sue parole sul senso della politica: “[La nuova politica] esige una generale e profonda revisione e trasformazione dei concetti, dei fini e dei metodi della teoria politica e dell’azione politica. Esige in particolare l’abbandono della metodologia teorica e pratica del machiavellismo (ordinato alla divisione e alla guerra) e l’assunzione della sola metodologia teorica e pratica capace di edificare, nella unità e nella pace, una società nuova, proporzionata a questa nostra epoca”.[2]

 

Maurizio Certini

direttore del Centro Internazionale Studenti “Giorgio La Pira”

 

Per approfondimenti sulla figura di Giorgio La Pira e consultazione : www.fondazionelapira.org

[1] La Pira G., Intervento tenuto il 28 febbraio 1956 al Consiglio Nazionale della DC sul programma da realizzare nell’amministrazione locale, in Giovannoni G., De Siervo U. (a cura di), Giorgio La Pira Sindaco, vol. II, Cultura nuova ed., Firenze 1988, p. 146

[2] Testo di La Pira G., in Opera Madonnina del Grappa (a cura di), «Il Focolare», Firenze.

 

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