Dopo la tragedia di Cutro, le non risposte

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di Alberto Guariso

Autore di numerosi articoli in materia di diritto del lavoro, diritto antidiscriminatorio e diritto degli stranieri, Alberto Guariso è impegnato da anni nell’Associazione per gli studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).

C’è un punto che – nel profluvio di parole e di sofferenze seguito alla tragedia di Cutro –  è parzialmente  sfuggito alla polemica giornalistica e politica: riunitosi a pochi chilometri di distanza dal luogo ove i i familiari delle vittime erano ancora abbracciati alle bare, il Consiglio dei Ministri, proprio lì, ha varato una norma rivolta a impedire che nel decidere chi può restare o meno sul nostro territorio si tenga conto dei legami familiari: uno schiaffo –   ben più forte del famoso karaoke – alla sofferenza, alla famiglia, al senso di umanità, ma prima ancora alla razionalità.

La norma in questione è quella che assesta un primo colpo di mannaia al permesso per protezione speciale cioè il permesso rilasciato a coloro che, pur non potendo godere della protezione internazionale, tuttavia non possono essere espulsi. Dopo la riforma del 2020 contenuta nel cd “decreto Lamorgese”,  la norma vietava l’espulsione qualora questa potesse comportare “una violazione del diritto al rispetto della vita privata e  familiare del migrante” e imponeva di valutare il  rischio di tale violazione tenendo conto “della  natura e della effettivita’ dei vincoli familiari dell’interessato, del  suo effettivo  inserimento  sociale  in  Italia….”.

In pratica la norma ha consentito la regolarizzazione (oltre 10.000 persone nel 2022) di persone presenti da anni sul territorio, ampiamente inserite nel contesto sociale e lavorativo e ormai prive di qualsiasi legame con il paese di origine: in buona parte si tratta di richiedenti la protezione internazionale che nel corso della lunga attesa del responso della Commissione o del giudice (in molti Tribunali si stanno esaminando ora domande presentate nel 2019 !) si sono legittimamente ricostruite  una vita familiare e lavorativa del tutto “regolare” (godevano infatti del permesso per richiesta asilo). Esattamente dunque quelle persone che “sono qui per lavorare e integrarsi” ai quali il Governo dichiara di voler aprire le porte.

Nella pretesa di cancellare queste previsioni colpiscono tre  cose.

In primo luogo la collocazione della norma in un decreto urgente che reca nel titolo la “prevenzione e il contrasto all’immigrazione irregolare”; come se togliere  un titolo di soggiorno ignorando il legame familiare nel frattempo costituito e  gettando la persona nell’irregolarità, avesse qualcosa di assolutamente urgente e avesse a che vedere con il contrasto all’immigrazione irregolare.

La seconda è la colossale bugia con la quale si vorrebbe giustificare l’operazione invocando un inesistente “divieto europeo”, ma sottacendo che analoga previsione esiste in 20 paesi europei e che, ad es., la Spagna, sulla base di analoghi meccanismi,  inserisce in uno stabile percorso di regolarità almeno 30.000 persone “irregolari” l’anno.

La terza è che la modifica legislativa pretende addirittura di cancellare il richiamo alla tutela della vita familiare contenuto nella  Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo: una cancellazione ovviamente impossibile (i giudici non potranno certo sottrarsi all’applicazione della CEDU) che  moltiplicherà inutilmente il contenzioso giudiziario, creando l’ennesima inefficienza nel sistema di governo dell’immigrazione  e che – soprattutto – segnala una inaccettabile insofferenza per regole internazionali che costituiscono invece le travi portanti della convivenza globale.

Un’operazione dunque talmente irrazionale e sciocca che indurrebbe a concludere con il classico “una risata vi seppellirà”. Se non ci fossero i morti di Cutro a ricordarci che di tragedia si tratta e non di farsa.

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