Chi può far tacere La Sapienza? Il caso Lucano

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«Ma dove sei?» gli chiedo. «A piazzale Aldo Moro! Muoviti!» mi risponde. Sono le 13.30 di lunedì 13 maggio. Arrivo all’entrata della città universitaria e della fiumana di gente non si vede la fine. «Ma quando arriva Lucano?» chiede un signore ad una ragazza con un cartello stretto tra le mani: “La Sapienza è antifascista”. Penso ai racconti degli anni ’70, quando gli studenti si nutrivano delle pagine dei giornali e si vestivano dei colori di partito. Ma questo è un altro tempo e non avevo mai visto una mobilitazione studentesca simile. Chi ci governa oggi ci sorride, dice che a nessuno mai verrà vietato di esprimere la propria opinione, ci assicura che non esistono più la destra e la sinistra, che è stupido parlare ancora di fascismo e antifascismo…

Raggiungo i miei amici e ci guardiamo intorno. Centinaia di modi diversi di pensare la vita, la politica, la società, uno per ogni ombrello che si apre nell’attesa della pioggia. «Io sono qui perché quello che sta succedendo in Italia è assurdo, si sta perdendo la ragione» racconta un ragazzo ai giornalisti. C’è un clima forte di attesa tra i manifestanti: in piazza ci sono docenti, ricercatori, studenti, curiosi, attori, intellettuali, sindacalisti, ex partigiani, cattolici, moderati e attivisti dei collettivi studenteschi. Questa gente è oggi in piazza per dire che la Sapienza è la casa di chi studia, di chi ricerca, di chi sogna, e questa casa è democratica, solidale, libera, interculturale. «Non faranno un passo dentro la Sapienza, neppure uno!» grida all’improvviso la ragazza con il megafono. Quelli che «non devono fare un passo» sarebbero i militanti di Forza Nuova, gruppo politico di estrema destra che nei giorni scorsi aveva dichiarato di voler impedire la lezione di Lucano all’università. Fn aveva sfidato gli studenti e l’opinione pubblica dandosi appuntamento per un comizio proprio alle 14.30 in piazzale Aldo Moro. «Roma e Forza Nuova – continua il comunicato dell’ultradestra – non possono tollerare che questo nemico dell’Italia salga in cattedra». Ma chi può far tacere la Sapienza?

ll 13 maggio il Dipartimento di Storia Antropologia Religioni del primo ateneo romano, nel pomeriggio, ha in programma un seminario di antropologia del ciclo “Convivenze”. Si vocifera che il corteo dei neofascisti stia per raggiungere il piazzale antistante l’ateneo, ma la polizia è in assetto antisommossa già da ore. Decidiamo di raggiungere l’edificio di Lettere, dove fra poco arriveranno i due relatori del convegno scientifico. A parlare agli studenti della più grande università d’Europa su “Il senso dei luoghi e il senso degli altri. Riace da condividere“ saranno oggi Vito Teti, docente di Antropologia culturale all’Università della Calabria, e Mimmo Lucano, sindaco sospeso di Riace.  Mi capita spesso, mentre salgo le scale di marmo della mia facoltà, come adesso, di ripensare a tutti i giovani che, dagli anni ’30, hanno fatto lo stesso. Con più o meno facoltà di libero pensiero. Quanta storia ha calpestato questi gradini, quante cose sono cambiate.

L’aula più grande di Lettere si riempie in pochi minuti, noi troviamo posto in ultima fila. «Oggi quest’aula piena è una grande soddisfazione per la Sapienza e per l’Italia – afferma Eugenio Gaudio, rettore dell’ateneo, introducendo il seminario. E poi continua, visibilmente commosso dalla partecipazione massiccia ed irritato dalle polemiche: «I valori del dialogo, dello scambio di opinione, della libertà, sono i valori della Costituzione italiana che nasce dalle rovine del nazifascismo. Non è possibile tappare la bocca alla più grande comunità scientifica d’Europa». Mentre parla mi tornano al cuore i lunghi discorsi tra vita e letteratura davanti ai finestroni di quell’edificio, la voglia di cambiare le cose rincorsa tra le aule e i corridoi, il tempo passato tra gli scaffali delle biblioteche per imparare a capire l’uomo. Questa è l’università, questa è La Sapienza. Come può l’uomo non difendere l’uomo? «Antifascismo non è roba del passato – mi dice A., cattolico e appassionato di storia -, è dire no a tutto quello che decenni fa ha portato l’Italia a vivere uno dei momenti più bui della sua storia. Oggi era necessario esserci perché siamo noi in prima persona a doverci impegnare adesso, per costruire la società che vogliamo. Voglio ascoltare la storia di Riace!». «Non si poteva non partecipare ad una cosa del genere – mi confida M., laureanda in Filologia moderna -. In quanto studentessa ho sentito la necessità di difendere l’università, luogo di libera espressione e libera cultura. Ma oggi non ci sono solo studenti, ci sono anche adulti, cittadini. Spero che la testimonianza di Mimmo Lucano possa far rifiorire la speranza che nessuna situazione sia irrimediabile».

«Non so come ringraziarvi per l’affetto e la solidarietà», esordisce Lucano sorridendo ai giovani che lo hanno accolto all’ingresso dell’università e lo hanno scortato fino all’ingresso. «Non voglio in nessun modo un culto della mia personalità, io sono uno di voi, uno come voi. Sono stato presente a 70/80 sbarchi. Quelle navi della speranza nel tempo avevano imparato la rotta di Riace. Mai avrei pensato che una terra di emigrazione come la mia potesse diventare una terra di arrivo». Mimmo Lucano è magnetico, la sua voce è calma, impastata di vita vissuta e sogni.  Gaetano Lettieri, docente di Storia del cristianesimo, lo ha presentato come «un uomo controverso, ma di confine», come «l’uomo del porto», ricordando anche la scelta evangelica di eleggere il povero, lo straniero, il perseguitato. Perché, continua, «anche l’università è un  “porto aperto”». «Volevo migliorare Riace per migliorare il mondo», confida Lucano. «Non c’è stata premeditazione nell’accoglienza, non c’erano progetti… c’era spontaneità. Come quando nel ’98 vidi all’orizzonte il veliero che fece conoscere alla nostra terra il popolo curdo». Lucano vuole lasciare delle provocazioni nelle mani dei giovani: «Quale società vogliamo costruire? Una società della violenza o una società della fraternità, dell’uguaglianza, della condivisione? Che colpa può avere una persona per sentirsi chiamare “clandestino”?  Non si può restare indifferenti all’essere umano. Se una persona vicino a te sta soffrendo, e tu resti insensibile, forse non sei degno di essere chiamato essere umano». L’ex sindaco di Riace non tralascia di toccare anche punti controversi, come i capi d’accusa che pendono su di lui ed il processo in atto nei suoi confronti. «Agli altri giovani deve arrivare la vostra voce – dice Vito Teti ai presenti – perché non diventino preda di chi conosce solo odio e violenza».

Dopo lunghi minuti di applausi usciamo dall’aula con il cuore pieno di pensieri. «Prima di ascoltarlo sinceramente avevo un po’ di dubbi su Lucano, per tutte queste accuse che gli facevano –  commenta ancora A., – ma adesso mi sembra davvero una persona umana, di spessore, che lavora per la sua comunità». Forse è questo l’antifascismo da cui ripartire. Il fatto che a tutti sia concessa la facoltà di esprimersi in democrazia, ascoltando le verità di ciascuno, concedendosi anche di poter cambiare idea sulle cose. E il tutto al fine di collaborare per il bene comune, nel rispetto reciproco e nella fraternità, in un clima di aiuto, di dialogo e di uguaglianza. Valori che, molto prima di diventare lumi di partito, sono la Sapienza pensata per l’uomo, sin dalla sua creazione.

 

Agnese Palmucci

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One Comment

  1. condivido in pieno tutto l’artico e i commenti di universitari e altri presenti che sono stati riportati. Condivido l’azione svolta da Lucano. Plaudo all’iniziativa dell’Università. Da ammiratore, sostenitore, e “tifoso” di Papa Francesco e delle caratteristiche del suo pontificato, mi permetto sommessamente di commentare che solo a Papa Benedetto XVI è stato impedito di parlare alla Sapienza: nel suo caso democrazia, dialogo, confronto pacifico di opinioni, rispetto della Costituzione sono state accantonate. Una pagina di storia da correggere per dimostrare ai giovani che non si deve aver paura dei messaggi religiosi, anche in un

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