In questo tormentato e disperato novembre 2014

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L’autore, sacerdote trevigiano, ci ha inviato questa lettera (mandata anche al periodico dei dehoniani “Settimana”)

 

In questo tormentato e disperato novembre 2014, la cronaca italiana ci racconta di strade  e di case spazzate via da fiumi in piena, d’incantevoli colline inzuppate dalla pioggia che scivolano rovinosamente travolgendo con il fango poveri scantinati di artigiani o di famiglie delle periferie di grandi e piccoli centri urbani. Un clima particolarmente impazzito sta sottoponendo il nostro sventurato Paese ad una serie di scossoni idrogeologici che sembrano travolgere tutto e tutti con la furia di eventi climatici impensabili fino a qualche tempo fa. Forse stiamo amaramente pagando il conto salatissimo di un’Italia ingorda e famelica che, dopo aver impunemente manomesso l’ambiente a scopo di lucro, ora si trova colpevolmente coinvolta e sepolta da questo collasso.

Si aggiunga poi la crisi diffusa di un numero crescente di fabbriche costrette a chiudere, di masse esasperate di operai, di giovani senza lavoro, disperati o rassegnati o in fuga verso paesi stranieri in cerca di speranza. In questo contesto sociale di grande precarietà e di gravi tensioni, a Roma poi si sprigiona la rivolta di alcuni quartieri popolari di periferia contro i centri di accoglienza per gli immigrati nell’Urbe. La criminalità organizzata e le frange di un sottobosco fascista da sempre presenti nella capitale soffiano sul fuoco di queste gravi emergenze, aumentando il livello dello scontro tra istituzioni pubbliche e cittadini, tra quartieri ricchi e quartieri poveri, soprattutto dei grossi centri urbani, arrivando a forme di ribellione di massa, finora fortunatamente arginata dalle forze dell’ordine. A Roma, infatti, uomini a volto coperto e armati di spranghe guidavano l’assalto razzista. Dopo giorni e notti di scontri e paura, lo scenario di alcuni quartieri romani appariva desolante. Lanci di sassi, cassonetti bruciati e masse esaltate di uomini e donne (certe donne, tra l’altro, erano estremamente scatenate!) che lanciavano insulti ai rifugiati stranieri urlando: “Ve ne dovete andare, negri di merda!”. Dopo notti di scontri e di paura queste masse esasperate si radunavano sotto le finestre dei centri di accoglienza lanciando ogni genere di oggetti e d’insulti. Tra l’altro, si è notato in strada anche un prete, un certo don Marco Ridolfo, parroco della chiesa di San Cirillo Alessandrino in viale Morandi. Questo prete, mettendosi incautamente in mezzo alla folla urlante, sembrava dare legittimazione al malcontento di massa con le seguenti parole rilasciate ai giornalisti: “Questo quartiere soffre di degrado e l’assenza di sicurezza  e non riguarda solo gli immigrati ma riguarda la prostituzione, lo spaccio della droga, la scarsa illuminazione, ecc…”. E intanto, la Comunità di S. Egidio e la Caritas di Roma ad esempio, senza urlare facili slogans tra la folla facinorosa, lanciavano un appello: contrastare in tutte le maniere la cultura della violenza  con l’invito a salvaguardare il bene di tutte le parti in contrasto e il carattere aperto della città di Roma. Di fronte ad uno scenario nazionale, che sembra una polveriera in grado di travolgere tutto non solo sul piano paesaggistico ma anche su quello etico-civile, i problemi non appaiono facilmente risolvibili.

E la politica nazionale cosa intende fare? Il movimento  della sinistra, ad esempio (il PD in particolare!), che da sempre rivendicava nei suoi antichi statuti di partito la difesa dei deboli e l’impegno prioritario contro le disuguaglianze sociali, ora invece, con la guida del giovane neo segretario Renzi che vola in alto sull’onda dei sondaggi a lui favorevoli, sembra stia cambiando il DNA genetico del partito. Un partito che ieri solidarizzava con la povera gente e che oggi, ad esempio, solidarizza con alti esponenti della finanza e dell’industria. Esponenti che, magari arrivando in Porsche o in enormi Suv o in Mercedes, fanno la ressa per partecipare ad una cena sborsando 1.000 Euro a persona pur di sedersi al tavolo conviviale del leader democratico in lussuosi Hotel a 5 stelle. E intanto, il divario tra il Palazzo che “banchetta” o discute legittimamente sulle riforme istituzionali e la Piazza che, con i suoi poveri cristi o poveri diavoli, protesta anche violentemente, si fa sempre più marcato. E all’interno di questi gravi scontri tra gli ultimi della società, entrano a gamba tesa alti papaveri della Lega, quali Borghesio e Salvini ad esempio. A questi personaggi, maestri del “tanto peggio tanto meglio”, non sembra vero di trovarsi in tali situazioni alimentando lo scontro sociale, magari sbandierando in maniera cialtrona una certa simbologia cattolica da difendere, sulla quale purtroppo nel passato non c’è stato, da parte della CEI, una decisa  e ferma presa di posizione.

E in questo ambito così tormentato e disperato, il mondo cattolico italiano sconta oggi un immenso e difficilmente sanabile deficit culturale-etico non avendo espresso nei decenni scorsi una linea chiara, sul piano della pedagogia di base e dell’evangelizzazione nelle comunità parrocchiali. Franco Monaco, docente all’Università Sacro Cuore di Milano e prestigioso esponente  dell’AC ambrosiana, in un articolo di qualche anno fa, all’interno di un’acuta analisi sul cattolicesimo italiano, così scriveva: “L’Italia è messa peggio di altri paesi, altro che “differenza positiva” di un paese nel quale resisterebbe una solida radice cattolica; non solo la scristianizzazione ma, di più, il degrado morale e civile si sono semmai spinti oltre ogni limite immaginabile; il vettore di tale devastante mutazione antropologica è riconducibile non già alle leggi, alle culture e alle forze politiche di stampo laicistico-libertario ma ad una pervasiva e corrosiva subcultura della mercificazione di persone e cose veicolata dai media e sedimentata negli anni; la politica, per definizione, da sola non basta a contrastare tali fenomeni degenerativi, ma certo essa semmai coopera ad acuirne la portata se affidata al padrone di una formidabile macchina del consenso che tanto ha contribuito a quella deriva etico-antropologica, incarnandola, rivendicandola ed esaltandola con i suoi comportamenti; il brusco risveglio che segue alla lunga parentesi di un’illusione ci suggerisce una domanda conclusiva: non era forse più saggia e lungimirante la via imboccata dalla Chiesa italiana nel dopo Concilio e messa in mora a metà anni ottanta? Una linea ispirata a due idee-forza: quella di una Chiesa che davvero tenga fede al primato dell’evangelizzazione e della formazione cristiana delle coscienze in un paese scristianizzato non meno di altri; e la scommessa fiduciaria su una politica affidata a laici cattolici “adulti” (sì, proprio loro!) pur diversamente dislocati e non a un patto siglato al vertice con uomini e forze compiacenti ma manifestamente agli antipodi di una visione cristiana della vita. Uno scambio che, con il tempo, si è rivelato un pessimo affare”.

Quindi, stando così le cose, sembra proprio che la società italiana abbia davanti a sé fosche prospettive. Per troppi anni è mancata, anche a livello di clero e di comunità parrocchiali nel loro complesso, la consapevolezza di un “cristianesimo evangelico” che si andava lentamente sfarinando e di un “cattolicesimo pagano” invece che andava compattandosi prendendo sempre più forma nel cuore e nella testa degli italiani, veicolato strumentalmente anche da esponenti politici, non solo della Lega.  La società italiana, quindi, sta diventando ormai tribale e aggressiva? Forse le cose non stanno propriamente così. Papa Francesco, infatti, con la sua imprevista e straordinaria visita a Lampedusa sembra aver finalmente invertito la rotta della Chiesa. Da questo punto di vista, come il nuovo papa ci sta lentamente abituando, le comunità ecclesiali italiane hanno una nuova chance e un motivo in più per chiedere scusa del passato. Con una ragione ideale ulteriore per dissodare nuovi sentieri.

don Giorgio Morlin

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