Quando l’essere cattolici smette di essere recinto

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di Savino Pezzotta

Nell’attuale dibattito politico emerge di tanto in tanto senza che mai si assopisca il tema della
presenza dei cattolici in politica. Sentiamo discutere di forme di presenza: nuovi partiti e
aggregazioni o correnti di ispirazione cristiana, avendo anch’io sperimento questa propensione mi
sono poi reso conto, e non senza sofferenza interiore, che era una fatica inutile e che sotto sotto, nel
nostro inconscio covava una sorta di nostalgia. Sono oggi convinto che bisogna andare oltre a
questi pur generosi tentativi, per assumere come punto di riferimento e di discernimento la
costituzione repubblicana e la partecipazione alla politica come dovere di ogni cittadino. Ovvero
essere radicalmente costituzionali.
C’è però un punto, nel cattolicesimo democratico, che non possiamo più eludere: la comunità
cristiana non può continuare a vivere come se bastasse ripetere le proprie forme per restare viva.
Processioni, sinodi, richiami identitari: tutto utile, tutto legittimo, ma sempre più spesso tutto
insufficiente. Perché il mondo non ci chiede di esibire la nostra forma: ci chiede di mostrare che la
comunità, se vuole essere reale, non è un muro che protegge. È un luogo di esposizione. Non un
grembo caldo, ma un campo di contatto. Non un “noi” compatto, ma una pluralità che accetta di
stare insieme senza fondersi, senza annullare le differenze, senza cercare un’identità che metta tutti
d’accordo. La comunità cristiana non è un rifugio: è un rischio condiviso.
E il corpo — quel corpo che per secoli abbiamo trasformato in dottrina, simbolo, allegoria — torna a
bussare alla porta della fede con la sua urgenza politica. La carne non è un concetto: è vulnerabilità,
apertura, esposizione. È il punto in cui il cristianesimo può ancora bruciare, perché è lì che l’umano
si mostra senza protezioni, senza retorica, senza nostalgia. È lì che la fede smette di essere un’idea e
torna a essere un gesto.
Il cattolicesimo democratico, se vuole respirare, deve passare da qui: dalla carne, non dalla cornice;
dall’apertura, non dalla difesa; dalla ferita, non dalla forma. Non per distruggere la tradizione, ma
per liberarla dalla tentazione di diventare un museo. Non per negare la comunità, ma per restituirle
la sua forza originaria: essere un luogo dove ci si espone, non dove ci si nasconde.
La sfida è tutta qui: accettare che la fede non è identità, ma relazione; non è appartenenza, ma
contatto; non è protezione, ma responsabilità. Non ci serve un recinto più alto. Ci serve il coraggio
di stare nel mondo così com’è: complesso, frammentato, conflittuale. E di starci con la carne
scoperta, non con l’armatura.
Il detonatore è già stato innescato. Il resto dipende da quanto siamo disposti a lasciarci
trasformare.

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