Perché il governo Lega-M5S spaventa non poco

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Lettera aperta a Raniero La Valle e agli amici di sinistra “aperturisti”

 

Quando colui che ritieni sia stato un maestro per la tua formazione culturale e professionale, su una questione importante sostiene idee molto distanti dalle tue, se sei persona un po’ avveduta non può che venirti un dubbio: non starò sbagliando io? E’ quanto mi succede nel leggere (sulla News Letter di Chiesa di tutti-Chiesa dei poveri) il parere, argomentato e denso di citazioni, di Raniero La Valle sulla situazione politica e sull’attuale governo. Non totalmente positivo, è vero, ma fiducioso e con ampie aperture di credito verso la maggioranza giallo-verde.

Scrive, il caro Raniero, nella lettera dell’8 giugno: “Non è facile che si riesca a farcela, perché tutto il sistema è sul piede di guerra (la NATO ha già protestato) e tutto il vecchio che ha perduto il potere vuole distruggere il sogno. Ma anche l’Italia della paura ha paura del sogno; essa, che al di là delle apparenze è contigua e alleata alle minoranze sconfitte, può finire per trovare più rassicurante staccarsi dal sogno e ricadere nelle braccia dei vecchi poteri. Perciò i Cinque Stelle sono in pericolo, forse prossima vittima sacrificale; c’è un’aria di unanimità violenta contro di loro. Mai in vent’anni di vita parlamentare avevo assistito a un dibattito sulla fiducia così scortese e carico di astio e di violenza. Questo mi sembra, nel profondo, il dramma culturale, prima che politico, che stiamo vivendo.”

Eppure no, non sono d’accordo, caro Raniero: in tema di astio e di violenza, i maestri sono proprio quelli che adesso si sentono vittime. La politica del “vaffa”, il parlamento “che va aperto come una scatola di tonno”, i cartelli con le scritte “ladri, siete accerchiati, arrendetevi”, “la presunzione di colpevolezza” anche solo per “indiscrezioni”, sono patrimonio, non esclusivo, ma fondativo, del M5s che ora, Raniero ritiene in pericolo.

Lascio perdere le questioni di stile (ribaltare, però, torti e ragioni, mi sembra troppo) e provo ad attenermi ai contenuti. Questi sì, da incubo e poco, molto poco, da sogno.

 

Il M5S “dice” qualcosa di sinistra?

Se non altro almeno in quel Reddito di cittadinanza che potrebbe essere visto come una misura a tutela dei poveri. Che inganno! Intanto perché è già stata introdotta, con prudenza e misura (ma è un aspetto negativo visti i conti dello Stato?), una misura molto più ragionevole come il Rei (Reddito di inclusione sociale) dai precedenti tanto deprecati e accusati governi Renzi/Gentiloni. E poi davvero una misura così pienamente assistenziale (seppure con aggiustamenti in corso d’opera) come il Reddito di cittadinanza può essere intesa liberatoria dalla povertà e non un modo per adagiare speranze e voglia di riscatto sul materasso, nell’attesa improduttiva del potente di turno (alias Stato)? Si veda in proposito la critica di un esperto in materia come Muhammad Yunus.

Ma a parte questo tratto sedicente di sinistra, sottolineo tre aspetti che molto marcatamente identificano la natura di destra non solo della Lega, ma anche di chi le ha dato manforte per farla diventare forza di governo. Il popolo – sia detto per inciso visto che spesso è citato da Raniero come fonte primaria e assolutamente legittima di volontà politica – non aveva votato a favore di questo accordo, che non esisteva in origine. In campagna elettorale le due forze che ora governano se ne sono dette di tutti i colori e ora, come se nulla fosse successo, hanno trovato modi e temi su cui governare. La strategia e la proposta con le quali ci si presenta alle elezioni è così neutra rispetto alle scelte fatte dopo, in sede parlamentare? Una volta la mediazione politica è accusata di “inciucio”, adesso è il volere del popolo? Ora, quindi, io non separo le sorti degli uni dagli altri. Almeno sulle cose scritte sul Contratto (termine come si sa, non proprio pubblicistico…) firmato. Se poi i fatti saranno diversi, si vedrà e se ne prenderà atto. Ma la vicenda Aquarius, con tutto il suo carico di dolore, è già un pessimo segno.

Sulla politica dei migranti, è il punto numero uno, Raniero pensa che si possa sorvolare? Le prime parole e i primi atti del governo Conte-Salvini già dicono molto: ma davvero la politica del ministro Minniti (con la faticosa e obbligata ricerca di un punto di ricaduta accettabile per la gestione, travagliata e complessa, di un fenomeno epocale) era da contrastare in pieno e questa, in tutta la sua logica di attacchi e di accuse che riprendono sempre e solo la logica dell’invasione che staremmo subendo, sono solo in mera continuità? Non posso pensare che questo ragionamento segua l’accorto esame dei provvedimenti, delle parole e dei risultati, e non sia, piuttosto, suscitato dalla rivalsa, politica s’intende, per chi governava prima.

 

Quell’idea di giustizia nel Contratto di governo

Altri due punti che ritengo basilari: quello della Giustizia, meglio, della pena per “chi sbaglia”, e del concetto di democrazia, diretta a favore di un presunto coinvolgimento del popolo.

Ecco: sulla prima, caro Raniero, io ricordo le battaglie che tanta parte del cattolicesimo sociale ha fatto (e che molte realtà del volontariato nelle carceri continua a fare) per una logica non punitiva sic et simpliciter, o retributiva, ma riabilitativa e riparativa insieme, come impone l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Su questo ti faccio solo il nome di Mario Gozzini, e non sarò io a ricordarti chi è e cosa ha fatto.

E invece nel contratto firmato da Di Maio e Salvini leggiamo: “Per far sì che chi sbaglia torni a pagare è necessario riformare e riordinare il sistema venutosi a creare a seguito dei seguenti provvedimenti: l’abrogazione e la depenalizzazione di reati, trasformati in illeciti amministrativi e civili; la non punibilità per particolare tenuità del fatto; l’estinzione del reato per condotte riparatorie anche in assenza del consenso della vittima; nonché i periodici ‘svuota carceri’”.  Quindi chi ha governato prima qualcosa aveva fatto in quel senso …. Ma è tutto da cancellare! E quindi: costruire nuove carceri, aumentare le pene. Sia chiaro: gli effetti non sono quelli di diminuire i reati e quindi di dare maggior sicurezza, visto che tutti i dati dicono (e non solo in Italia) che la percentuale di recidivi (cioè di chi torna a commettere un reato dopo aver scontato la pena) è molto più alta in coloro che escono dalle porte di un carcere e più bassa in chi sconta (comunque) la sua pena in quelle misure alternative (comunità di recupero, affidamento, lavoro, ecc.) tanto deprecate. Il messaggio è allora solo quello di essere più duri, di fare la faccia feroce. Al pari di quella che annuncia “la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro”; o anche “eliminando inoltre la possibilità di trattamento minorile per il c.d. “giovane adulto” infra-venticinquenne”. Dove sta il “sogno del cambiamento” in questo che è un punto cruciale della vita civile di questo Paese”? Mi sembra il vecchio far west, poco determinante per giudicare una linea politica? Davvero non mi spiego…

 

La democrazia diretta: ma da chi?

Secondo punto: il concetto di democrazia, fondamentale connotato per capire se sono affidabili o no i progetti. Tralascio il modo di gestire il “non-partito”, la democrazia interna, la scelta delle candidature, lo Statuto, le leadership e la gestione delle iscrizioni. Modalità che, per dirla tutta, di fronte alle “risse” attribuite alle vicende interne del Pd appaiono come – per paradossale inversione – la codificata fissazione di un partito assoluto contro la vivace confusione di un movimento nascente. Io, quando seguo sui giornali le vicende interne del M5S, francamente ho paura. Ma sono fatti loro (?).

Voglio invece soffermarmi sulla proposte di adeguamento e integrazione della cosiddetta “democrazia diretta”, attribuita con delega ministeriale al Ministro Fraccaro coniugata a quella con i rapporti con il Parlamento.

“È inoltre fondamentale potenziare un imprescindibile istituto di democrazia diretta già previsto dal nostro ordinamento costituzionale: il referendum abrogativo. Per incentivare forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale occorre cancellare il quorum strutturale – ovvero la necessità della partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto – al fine di rendere efficace e cogente l’istituto referendario.” In sostanza: la democrazia diretta intesa come sostitutiva della rappresentativa. Se un gruppo di persone minoritario riesce a mettersi d’accordo e ad organizzarsi per cancellare una normativa magari faticosamente raggiunta con la mediazione delle forze politiche (e quindi con un più alto grado di consenso e qualità del provvedimento), ecco che il referendum abrogativo, senza quorum di partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto, come previsto dai saggi costituenti, è pronto a eliminarlo. (Anche su materie non consentite come i Trattati internazionali, come vorrebbe il ministro Fraccaro che nella passata legislatura lo ha scritto in un progetto). Quanto rimane, con un rapido SI/NO, della necessaria fatica propria della politica in direzione di una ricerca lenta, ma idonea della migliore risposta possibile alla complessità dei problemi? L’abuso dello strumento referendario (a pioggia), se rimane come logica prevalente condanna qualsiasi tentativo di riabilitazione e rilegittimazione delle istituzioni rappresentative. Ben altra cosa è, invece, ma di questo nel contratto non si parla, la democrazia deliberativa/amministrativa che spinge al confronto sulla base di ricerche, informazioni, studi, luoghi e occasioni per l’espressione di diversità di pareri e soluzioni praticabili.

Apprezzabili, certo, l’introduzione del “referendum propositivo”, che però, detto per inciso, non è proprio, come si legge, “un mezzo volto a trasformare in legge proposte avanzate dai cittadini e votate dagli stessi”. O l’altra proposta di “rendere obbligatoria la pronuncia del Parlamento sui disegni di legge di iniziativa popolare”; con quali criteri e con che tempistica è tutto da vedere, e non è un aspetto secondario, nel rispetto delle “prerogative” (ma ci sono ancora?) del Parlamento e dei parlamentari. Costantemente sotto attacco anche, ed è gravissimo, dall’obiettivo di “introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari”. E’ un disegno coerente di superamento della democrazia rappresentativa che abbiamo conosciuto e sperimentato nel nome di una democrazia diretta. Ma poi da chi?

Sono solo tre spunti che mi spingono a considerare molto pericoloso il combinato (e non si sa disposto da chi e come…) che si annuncia all’orizzonte.

 

Colpa di chi? Ma del PD…

Ma, dicono alcuni: il Pd avrebbe dovuto evitare questo esito, quantomeno andando a scoprire le carte di Di Maio, quando i forni post-elettorali erano ancora due, o, si spingono i più arditi, proprio con un’alleanza di governo che tentasse una sorta di “educazione civile” del M5s, che ne costituzionalizzasse fini, atteggiamenti, parole, strategie e dna politico. No, scusate, io questa cosa proprio non riesco a capirla. Quella, in sintesi, che attribuisce al Pd di Renzi (ma non è stata la Direzione in forma democratica a concordare una linea?) il rifiuto di dialogare con il M5S finendo così per consegnarlo nella braccia della Lega e determinare la nascita di un governo di Destra per molti indigeribile. Che la colpa sia sempre, qualsiasi cosa accada, del Pd ormai è un postulato. Lo ha detto in modo esplicito, ad esempio, la filosofa Roberta De Monticelli, a Repubblica: “la responsabilità di questa situazione è del Pd che li ha sospinti nelle braccia di Salvini”. D’accordo, in politica si dialoga, si cerca di costruire alleanze e relazioni al fine di mettere in piedi programmi plausibili e praticabili. Magari di alto profilo e di grande impatto sulla popolazione. Ma davvero i detrattori dell’aventino del Pd pensano che un partito al 18 per cento (in difficoltà e senza una leadership legittimata) avrebbe potuto condizionare idee, proposte, stile politico, concezione della democrazia e strategie di uno che aveva ricevuto il consenso del 33 per cento degli elettori? Non è solo una questione di aritmetica politica, ma di credibilità, di disegno generale e soprattutto, di comunicazione al proprio elettorato, in gran parte fondato sui cosiddetti (si può dire ancora?) militanti. Non è interesse privato, come dicono altri giudici inesorabili della strategia “oppositiva” del PD. Ma invero dell’interesse pubblico e di rispetto della democrazia. Se il sistema è prevalentemente proporzionale (e, bisogna essere sinceri, fra chi critica il Rosatellum ci sono anche quelli per molto tempo hanno ferocemente criticato il maggioritario esaltando la “correttezza democratica” del proporzionale, il solo in grado a riprodurre fedelmente la volontà popolare), bene se questo è il quadro di partenza, possiamo sì dire che è sbagliato ritenere che l’elettorato abbia dato al Pd il compito dell’opposizione (errore di comunicazione, non l’unico fatto dai dirigenti del PD), ma di certo il compito di chi vince (o almeno ha più consensi) è perlomeno chiaro: provare a governare.

 

E allora: che fare?

“Dunque staremo a vedere, con molta vigilanza, sperando sempre che ciò che nasce cresca, che il nuovo non fallisca, che il meglio accada, perché il ‘tanto peggio tanto meglio’ non è solo un ossimoro, è un delitto.“ (Dice Raniero nella NL del 5 giugno).

No, non è il tanto peggio tanto meglio: ma essere, coerentemente, ancora più intransigenti di prima, non meno. Perché se si arriva al governo sull’onda della necessità di cambiamento, di rivoluzione, “di sogno”, di condanna assoluta con chi ha “precipitato il Paese” nel malaffare e nel caos (?), adesso non si può accettare in maniera indulgente neppure la minima contraddizione nel nome di “lasciateli lavorare devono avere tempo”. I codici basilari per la propria politica si esprimono già alle prime battute. E lasciano, purtroppo, intravedere un disegno preciso.

Ora si tratta di ricostruire un fronte comune: non repubblicano (che non vuol dire molto, a mio avviso) ma progressista (è proprio così deprecabile questa parola?).

I temi della lotta alle disuguaglianze e dello sviluppo del Paese; della coesione sociale Nord-Sud; della difesa della democrazia (rappresentativa e partecipativa insieme); della riforma della Pubblica Amministrazione; della Giustizia; della gestione globale dei conflitti internazionali; del processo costituente (quindi ancora da tenere in piedi) di un’Europa su basi diverse; della gestione condivisa delle città, possono essere piattaforme sulle quali lavorare per il futuro.

Senza però, mi pare condizione necessaria anche se non sufficiente, anatemi reciproci, condanne di apostasia o – al contrario – di servitù incondizionata, o giudizi irrevocabili sul peccato di aver venduto l’anima al padrone di turno.

Vittorio Sammarco

2 Comments

  1. Sono totalmente d’accordo. E credo che il non voler vedere certi dati di fatto da parte di chi – come La Valle – sarebbe perfettamente in grado di farlo è uno degli elementi che rendono pessimisti sull’evoluzione della situazione. La Valle non ha nulla da dire sulle affermazioni di Salvini come “E’ finita la pacchia per i migranti”, “I ROM italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”, “La difesa è sempre legittima”? Quanto all’avversione manifestata contro i 5 Stelle, se La Valle avesse ascoltato qualche volta nella diretta delle sedute del Parlamento gli interventi dei loro parlamentari non potrebbe capovolgere così clamorosamente i dati di fatto.
    Ma evidentemente anche lui, come molti italiani meno attrezzati culturalmente, si è lasciato prendere dall’illusione dell’arrivo dei “salvatori della patria”…

  2. Il punto di vista di Vittorio Sammarco mi sembra pienamente condivisibile

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