Non ha perso “la” politica ma una politica mai così screditata

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Nei giorni scorsi, per l’elezione del Presidente, abbiamo nuovamente intravisto l’anima feroce della politica, la sua spregiudicatezza, il particolarismo del piccolo cabotaggio, l’adulazione delle cerchie affollate attorno ai leader, lo spirito di potenza, la faziosità, l’animosità… Ora abbiamo tutti il difficile compito di riconciliare il Paese con le sue istituzioni e con la buona politica

 

 

“Sergio Mattarella è stato rieletto alla Presidenza della Repubblica. Ha vinto il Paese e ha perso la politica”. Così il titolo delle prime pagine dei giornali a reti unificate. Ma è proprio così?  Quale Paese e quale politica? Forse bisognerebbe approfondire, evitando le semplificazioni.

Se per Paese si intende un umore popolare, che sostiene e alimenta la fiducia nell’asse Quirinale-Palazzo Chigi, non c’è dubbio. Il calore e la stima di cui sono circondati Sergio Mattarella e Mario Draghi sono fuori discussione e, grazie a Dio, che ci sono.

Questo sentimento non è solo emotivo, esprime il riconoscimento reale di questo equilibrio istituzionale, della sua forza propulsiva verso l’Europa e della sua straordinaria capacità di generare credito, fiducia, azione di governo.

Ma, poiché questo rapporto tra i vertici della Repubblica e il sentimento popolare diffuso si è coagulato senza la mediazione dei partiti e fuori dalla politica tradizionale e persino contro una parte consistente della sua classe dirigente, qui si pone il problema vero della crisi della politica e dei suoi protagonisti. Perché è una crisi, insieme, di credibilità e di sistema, di forme e di sostanza, di tempi e di strumenti, di adeguatezza e di efficacia.

Questo aggancio diretto del popolo ai vertici delle istituzioni rischia di mettere fuori gioco i partiti e la funzione di rappresentanza di cui parla l’Art.49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Dunque sono i cittadini i titolari di quel diritto, non i partiti. Ma se i partiti smarriscono quella funzione è evidente che si determina un corto circuito nella trama democratica ideata dai costituenti, con i rischi che già conosciamo del populismo e delle semplificazioni autoritarie.

D’altra parte, faremmo un torto alla verità se dovessimo semplificare la realtà della crisi istituzionale ricorrendo al solito schema della società civile integra e vitale contrapposta ad una politica corrotta e obsoleta. Perché in Italia sono diffusi elementi importanti di società incivile e resistono ambiti significativi di bella politica e di buona amministrazione.

In questa vicenda, alla fine, ha prevalso questa politica, quella buona, (anche se al termine di un percorso condotto in modo dissennato e irresponsabile), attraverso l’affermazione di un politico serio ed integerrimo, una figura prestigiosa di levatura internazionale, mite ma capace di esercitare con fermezza e rigore i poteri di Capo dello Stato e di massimo interprete dell’unità nazionale, concetto che richiama la matrice risorgimentale, antifascista e repubblicana dello Stato unitario.

Purtroppo, a questo risultato si è arrivati nel modo peggiore, iniziando con la candidatura di un consumato esponente di partito di compromessa moralità, bruciando via via nominativi di schieramento non sempre all’altezza del compito, con rimpalli di responsabilità per la bocciatura di esponenti ai vertici di istituzioni importanti dello Stato, fatti rotolare sui tavoli delle redazioni prima ancora di essere valutati nelle sedi del  dialogo e della convergenza istituzionale.

Abbiamo nuovamente intravisto l’anima feroce della politica, la sua spregiudicatezza, il particolarismo del piccolo cabotaggio, l’adulazione delle cerchie affollate attorno ai leader, lo spirito di potenza, la faziosità, l’animosità e il senso di appartenenza che generano i veti e le esclusioni immotivate, l’istinto di conservazione di certi parlamentari di lungo corso e di certe forze politiche.

Non ha perso “la politica”, ma “una politica”, quella che si è affermata negli anni più recenti come una nuova politica, che avrebbe rinnovato e purificato quella di prima, rottamato i politici decrepiti e degenerati, riavvicinato al popolo le stanze del potere e i poteri della rappresentanza, ridato spazio al patriottismo e assicurato la difesa degli interessi della Nazione. Una politica che avrebbe esaltato il popolo e la sua sovranità.

Un vento che ha soffiato da e in diverse direzioni, che ha gonfiato le vele di leader di diversa ispirazione e orientamento e che ha assicurato la fortuna di un personale politico improvvisato.

Ricordiamo tutti il discorso forte di Napolitano alle Camere riunite, nel 2013, dopo la sua rielezione, quando richiamò con grande severità l’attenzione della politica sulle ragioni di  una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di mancate riforme. “A esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti” disse in quella circostanza il Presidente, “ non si sono date soluzioni soddisfacenti: hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi”. E poi il riferimento alla “…sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale”.

Mattarella, nel suo prossimo discorso di insediamento, potrebbe pronunciare parole non dissimili; ma sono passati nove anni e la situazione è persino peggiorata.

Naturalmente, il tempo che ci separa dalle prossime elezioni non è molto e quindi si potrà fare poco per avviare una fase di rigenerazione istituzionale del sistema democratico e delle regole della politica. In ogni caso, bisognerà evitare che quel tempo venga impiegato per sostenere una lunga campagna elettorale, e  sarebbe importante almeno cominciare con una sensibile inversione di tendenza.

Occorre riconciliare il Paese con le sue istituzioni e con la politica, Non è cosa da poco. Il fossato che separa il “popolo sovrano” dall’oggetto della sua presunta sovranità, cioè la democrazia, è profondo. E quel fossato, peraltro, si alimenta continuamente con i sentimenti sempre più diffusi di insofferenza, sfiducia, indifferenza, discredito. E, dunque, il problema diventa quello di comprendere di quali istituzioni e di quale politica abbia bisogno l’Italia che veleggia in un mare in tempesta oltre le soglie del terzo millennio.

Parliamo di riforme non più rinviabili, per attivare le quali serve un’inedita assunzione di responsabilità anche dei due inquilini del Quirinale e di Palazzo Chigi, non meno che dei  soggetti della società civile che hanno a cuore le sorti di quella Repubblica delle autonomie e dei corpi sociali di cui si è tanto discusso con l’introduzione in Costituzione del principio di sussidiarietà. Draghi e Mattarella, tra le altre incombenze, dovranno sollecitare e accompagnare l’attivazione di un percorso capace di portare, oltre che alla riforma elettorale, alla revisione dei Regolamenti parlamentari e alla regolamentazione dei partiti, e, sia pure in una prospettiva meno ravvicinata, anche alle innovazioni necessarie alla forma di governo e all’assetto istituzionale dello Stato, delle Regioni e dei poteri locali.

 

Mimmo Lucà

31 Gennaio 2022

 

3 Comments

  1. Condivido l’analisi di Lucà sulla situazione politica e istituzionale in cui versa il paese oramai da tempo. Ricordarci che già nel 2013 il rieletto presidente Giorgio Napolitano richiamò severamente il parlamento e i partiti dopo il voto che lo rielesse, ci da la misura e il peso di una situazione ulteriormente peggiorata.
    Come ben sottolinea nella sua breve analisi il rischio oramai sulla soglia è la messa fuorigioco totale dei partiti in nome di una presunta e affatto dimostrata superiore e migliore moralità della cosiddetta società civile. In questo senso va giustamente intesa la sconfitta della politica e non nell’accezione un po’ faziosa che ne danno molti quotidiani e più in generale i media nazionali.

  2. Grazie Mimmo, condivido appieno la lucida analisi sullo stato del sistema paese e sulla separazione tra la buona e la cattiva politica, evidenziando i limiti ed i disvalori di quest’ultima, la crisi del sistema istituzionale e, di conseguenza, i rischi per la ripresa economica e sociale del paese, che solo grazie al grande senso di responsabilità del nostro presidente della Repubblica abbiamo evitato il peggio. Condivido anche tutto il resto.

    • Ho cominciata fare politica e sindacato che avevo 16 anni ora ne ho 85 ho fatto il volontario internazionale,ho sempre creduto che la politica non deve essere un mestiere ma una missione per portare avanti i valori della solidarietà, giustizia sociale per un mondo senza guerre .rispetto e messo in pratica la nostra costituzione.Se devo dire la verità tutto ciò non è avvenuto, anzi. Lo so che sono sempre stato un utopista,quando penso che nel nostro parlamento ci tanti avvocati,professori giuristi.ma nessun operaio,una altra cosa che mi dispiace vedere e sentire quando in parlamento urlano, sbraitano, e non aggiungo altro, quello che mi ferisce è quando ci sono lavoratori che fanno i picchetti davanti alla fabbrica in procinto di chiudere intervengono sempre le forze dell’ ordine. La politica col la P maiuscola troppi arrivisti della politica abbiamo bisogno di voltare pagina, bisogna dare un senso alla politica altrimenti va tutto allo sfascio.

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