Mondo cattolico e epidemia: l’occasione per un “contagio” di idee e progetti

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La vergognosa ondata di odio che si è scatenata contro Silvia Romano ha rapidamente cancellato la speranza, o forse l’illusione, che la pandemia di queste settimane ci avrebbe reso “migliori”. In realtà, come tutte le grandi prove che le comunità umane devono affrontare, l’emergenza Coronavirus  ha semplicemente messo in luce il meglio e il peggio di ciascuno: per citare gli esempi più eclatanti, da una parte il lavoro instancabile di tanti operatori, non solo della sanità, che non si è fermato nemmeno davanti al rischio concreto della morte (che purtroppo per diversi di loro è diventata una tragica realtà); dall’altra, il cinismo e la bassezza morale di chi ha approfittato della situazione per arricchirsi speculando sulla vendita delle mascherine o prestando denaro a tassi di usura.

E’ anzi probabile che nei mesi difficili che ci attendono, segnati da una grave crisi non solo economica (basti pensare alle devastanti conseguenze psicologiche di queste settimane di quarantena su tante persone fragili e malate) si accentui quel moto di risentimento, di rabbia, di ricerca di un “capro espiatorio” che ha scosso negli ultimi anni le società occidentali, e quella italiana in particolare. Perché questo non avvenga è  necessario che al Paese nel suo complesso sia dato un orizzonte di speranza, una prospettiva comune di crescita e di sviluppo “integrale” al di là delle pur legittime attese individuali o di gruppo. Quello che va evitato, pena la stessa tenuta delle istituzioni democratiche, è infatti che tante, troppo persone – per usare le parole di una celebre canzone di Bob Dylan – si sentano  “with no direction more, like a rolling stone”, in balia dell’incertezza e della mancanza di prospettive.

E’ evidente che in questa fase, proprio come negli anni della ricostruzione postbellica, il contributo dei credenti può e deve essere decisivo; ma come è stato evidenziato alcuni giorni fa su questo stesso portale, il cosiddetto “mondo cattolico”, al di là delle riflessioni e dei contributi molto apprezzati di alcuni suoi esponenti – quasi sempre gli stessi per la verità – non riesce a trasformare idee e concetti validi e apprezzati in punti programmatici condivisi, se non da tutti, da una parte consistente dei cittadini. E ciò proprio nel momento in cui, inaspettatamente, la pandemia ha messo in luce quanto ancora siano forti – ben al di là della frequenza alle celebrazioni religiose o dell’osservanza dei principi etici – il senso di “appartenenza” religiosa (con tutte le ambiguità ad esso connesse) e il bisogno di valori spirituali. E’ come se, nel momento in cui le enunciazioni di principio devono tradursi in progetti concreti, esse venissero viste come impraticabili o lontane dalle reali esigenze delle persone, da proclamarsi nelle chiese – o nelle dirette televisive delle celebrazioni – ma non da praticarsi nelle piazze.

Penso quindi, in estrema sintesi, che lo sforzo maggiore in cui i credenti dovranno impegnarsi nei prossimi mesi (o forse anni) è appunto quello di dimostrare la “concretezza” dei valori proclamati – che del resto non sono patrimonio esclusivo di chi crede ma sono condivisi anche da tanti uomini e donne “laici” o di altra provenienza religiosa – e la loro ben maggiore efficacia nel contrastare la crisi rispetto a tante “ricette”  apparentemente vincenti ma (lo si è visto più volte in questi anni) alla prova dei fatti drammaticamente inadeguate e fallimentari. Il che significa, per fare qualche esempio, ovviamente non esaustivo, che le società inclusive, solidali, sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale garantiscono maggiore benessere di quelle fondate sulla competizione selvaggia, sullo sfruttamento dell’ambiente e dei lavoratori, sulla finanza senza regole…

Il tutto poi  – va aggiunto – in un contesto in cui, non da oggi, i cattolici “impegnati” sono una minoranza e non hanno un partito “di riferimento”. Eppure forse questo scenario apparentemente negativo può trasformarsi in un’occasione perché il loro contributo non sia considerato “di parte” ma un servizio a tutto il Paese al di là degli schieramenti politici e delle stesse credenze religiose.

 

Riccardo Campanini

Presidente Circolo culturale “Il Borgo” di Parma

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