Il ruolo sociale dell’università durante la pandemia

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Nell’occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2020-2021 della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa è stato conferito il titolo di dottore di ricerca honoris causa alla presidente emerita della Corte costituzionale, la professoressa Marta Cartabia che, a mio parere, ha pronunciato un discorso molto significativo su un rinnovato ruolo sociale che l’università potrebbe assumere nel fronteggiare l’attuale crisi pandemica. A ispirarla nel tratteggiare un ripensamento di tale ruolo non è stata tanto la modalità di didattica a distanza resa necessaria dalla pandemia quanto la condizione di vulnerabilità e di insicurezza da questa generata. Affrontare tale condizione esige infatti la capacità di convivenza con la paura e, al tempo stesso, quella di non perdere la progettualità necessaria ad affrontare il futuro con speranza, fiducia e determinazione.

La formazione a tale capacità richiede, da parte dell’università, uno sforzo ulteriore rispetto all’offerta di una formazione e preparazione professionale, per quanto qualificata e all’avanguardia. Una condizione di rischio può tradursi infatti in un’occasione di nuove opportunità grazie alla capacità delle persone di attivare le proprie risorse nel contrastare la paura e l’incertezza che mortificano le loro legittime ambizioni e la loro progettualità verso il proprio futuro.

È quindi la qualità del capitale umano, a mio parere, che può fare la differenza nel possedere la creatività e il coraggio necessari alla costruzione della propria vita personale e professionale. È nella formazione di tali capacità umane e non solo nell’esercizio delle funzioni tradizionali, come la didattica, la ricerca e la Terza missione (cioè l’insieme delle attività con le quali gli atenei interagiscono direttamente con la società e con il proprio territorio), che l’università può continuare a giocare un ruolo fondamentale anche in una fase, come quella attuale, di estrema difficoltà del contesto sociale. L’utilizzo del Next Generation Eu in una prospettiva intergenerazionale sarebbe in tal senso un volano prezioso per attivare il rilancio degli Atenei ed arricchire il loro ruolo sociale. Peraltro anche il sistema economico e sociale chiedono ai nuovi laureati non solo le capacità tecniche del loro specifico profilo formativo ma anche quelle qualificate come trasversali; e –  fra queste – vi è senza dubbio quella di affrontare le situazioni di cambiamento e di rischio.

Nonostante questo ruolo determinante, l’Università è stata quasi del tutto assente nel dibattito pubblico sulla gestione della pandemia, sebbene in questi mesi gli Atenei abbiano affrontato un immane sforzo per poter assicurare la continuità di tutti i servizi alla comunità studentesca. Silenzio nelle conferenze stampa del presidente del Consiglio, disattenzione sui media. Si è espresso talora il ministro o qualche voce isolata ma nulla di paragonabile al clamore suscitato, per salvaguardare la propria dignità e garantire la propria sopravvivenza – spesso a ragione – in altri settori. L’offerta della didattica a distanza, assicurando l’erogazione del servizio, ha quasi narcotizzato l’attenzione dell’opinione pubblica sugli atenei e reso quasi invisibili gli studenti. Eppure l’università rappresenta il più rilevante investimento del Paese in termini di competenze e di innovazione per il futuro. Inoltre il nuovo ruolo sociale che potrebbe giocare, dinnanzi alla pandemia, la rende, a tutti gli effetti, un servizio essenziale.

Si è parlato molto, e giustamente, in questi mesi, di scuola, per le ragioni più diverse, a partire dalla legittima preoccupazione per lo sviluppo di bambini e adolescenti. Tuttavia questo non compensa la disattenzione verso giovani adulti che purtroppo sono al momento ancora una quota scarsa nel Paese, pari al 19,3%, ma che si impegnano con determinazione nel preparare il proprio futuro e sono appassionati di cultura e desiderosi di solide competenze. Questi studenti sono il nostro futuro. A loro bisognerebbe pensare, anche a partire dalla bella riflessione di Marta Cartabia, e, soprattutto, iniziare a parlarne.

 

Monica Cocconi

Docente di Diritto amministrativo all’Università di Parma

 

 

 

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