I giovani e il lavoro nell’Italia di Monti

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di Roberto Massaro, in “Appunti alessandrini”, apparso sul blog

 http://appuntialessandrini.wordpress.com/, l’8 febbraio 2012

E’ d’obbligo fare una premessa. E’ in corso un difficile negoziato tra il governo Monti e le parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro di cui non conosciamo ancora gli esiti, ma che certamente introdurrà modifiche sostanziali al sistema vigente. Contemporaneamente i dati di tutte le ricerche certificano una diffusa disoccupazione giovanile. In questo scenario sarebbe auspicabile che i membri del governo mantenessero un responsabile riserbo e non si lanciassero in improvvide dichiarazioni e/o battute. Una storia che si ripete e che provoca i medesimi effetti sull’opinione pubblica. Già il ministro del Tesoro dell’ultimo governo Prodi, il compianto Padoa Schioppa, definì i giovani italiani dei “bamboccioni” in quanto poco disposti a lasciare la famiglia d’origine pur se ormai in età adulta.

Nelle ultime settimane, prima il Presidente Monti ci ha messo in guardia dalla “monotonia” del posto fisso, poi i ministri Fornero e Cancellieri hanno denunciato la scarsa predisposizione dei nostri giovani alla mobilità sociale nella ricerca del lavoro preferendo l’occupazione stabile, possibilmente vicino casa.

Evidentemente i “tecnici” al governo si sentono meno preoccupati di garantirsi un immediato riscontro di consensi ma non dovrebbero eccedere in giudizi disinvolti che esacerbano gli animi e non creano le migliori condizioni per affrontare questo periodo di crisi.

Chiusa la premessa, proviamo a fare qualche riflessione. E’ vero che la continua evoluzione del mondo del lavoro ha progressivamente allontanato il “posto fisso” nel tempo, perché chi lo avrà riuscirà ad ottenerlo solo dopo anni di carriera, e nello spazio, visto che tante professioni tendono ormai ad escluderlo. Ed è altrettanto vero che il mercato del lavoro vuole giovani attenti e competitivi, capaci di mettersi in gioco e realizzarsi al di là del posto fisso. Detto questo, però, credo occorra maggiore indulgenza verso i giovani. Questi si offrono al mercato del lavoro ma la risposta il più delle volte non c’è o è umiliante: sono pagati a “progetto” o anche a “partita iva” per lavori che li vedono impegnati a tempo pieno; sono assunti per qualche mese a costi agevolati e poi “scaricati” appena calano di ordinativi. Negli studi professionali vengono per anni sfruttati con stipendi da fame e senza alcuna prospettiva.

Purtroppo i controlli su queste distorsioni sono insufficienti e molto spesso i giovani vivono in solitudine questo disagio appoggiandosi alla famiglia di origine, vero e unico ammortizzatore sociale. L’assenza di meritocrazia e le logiche clientelari hanno bloccato la mobilità sociale e non l’inerzia dei nostri giovani.

Ecco allora che una rinnovata agenda politica, invece che incagliarsi sul progetto di abolizione dell’art. 18 (scelta che giudico sbagliata, in quanto non è diminuendo le tutele dei padri che possono aumentare le opportunità per i figli), dovrebbe porre i giovani al centro. Governo, parti sociali e partiti abbandonino la tutela degli interessi particolari e sposino la causa comune del futuro e della fiducia. Tutti rinuncino ai veti, ma non si perseguano compromessi al ribasso. C’è in gioco qualcosa di troppo grande perché vi si possa rinunciare.

Si mettano sul tavolo proposte per una fiscalità agevolata e l’accesso al credito; l’apertura di nuovi spazi nel mercato e nel mondo del lavoro, la valorizzazione del tessuto delle piccole e medie imprese e maggiori vantaggi per le aziende che scelgono di assumere giovani. Si allarghino le tutele a tutti i lavoratori e si metta mano alla giungla di tipologie di contratto che sono servite solo a negare alle nuove generazioni il diritto al futuro. Si proceda celermente al miglioramento del sistema dell’istruzione primaria e secondaria e all’adeguamento dell’offerta formativa universitaria e professionale in modo che essa risponda realmente alle esigenze e alle richieste del nostro paese e anche dell’Europa.

Si creino le condizioni per facilitare la nascita di nuove famiglie e si definiscano chiare tutele per il diritto alla casa.

L’Italia deve tornare a parlare di futuro, dopo un lungo tempo sprecato nelle scelte di corto respiro legate al ciclo elettorale. I politici, inconsapevoli il più delle volte di rappresentare le istituzioni poste a tutela dell’interesse generale, hanno operato inique redistribuzioni garantendo, da un lato, un comodo benessere privato e, dall’altro, accrescendo le povertà e l’esclusione sociale. Ma anche a ciascuno di noi è richiesta una verifica sul proprio modello di vita. Abbiamo consumato beni e servizi non preoccupandoci che la gran parte di questi venisse progressivamente prodotta altrove. Abbiamo fatto di tutto per mantenere le nostre “quote di benessere”, il nostro status e  per tutelare il nostro particolare. Continuiamo a costruire muri per respingere chi aspira alla qualità del nostro stile di vita.

In generale, le imprese e le famiglie si sono concentrate sulle necessità di un oggi senza fine dimenticando di pensarsi in una storia aperta all’innovazione ed al futuro.

Questa è una sfida che riguarda tutti. I nostri giovani, troppo frettolosamente e superficialmente definiti “mammoni o bamboccioni”, devono essere coinvolti in un’idea nuova di paese, senza privilegi, senza rendite e senza clientele. E’ nei momenti di crisi e di passaggio che le comunità lungimiranti hanno il coraggio di ripensarsi e ridefinire le condizioni strutturali che permettano la crescita vera e completa delle nuove generazioni. Un progetto ambizioso ma, se non ora, quando?!

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