I beni comuni nella prospettiva della globalizzazione

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Pubblichiamo il comunicato stampa dell’incontro del CIPAX dell’8 marzo 2012 tenuto dal prof. Riccardo Petrella nell’ambito del ciclo su “I beni comuni, via alla pace giusta“. E’ una lettura radicale della condizione attuale del mondo. Forse (e non solo per esigenze di spazio) fortemente semplificata: da un lato i “gruppi dominanti”, dall’altro i popoli. Si parla di “povertà assoluta” per tre miliardi di persone, quando i dati dell’Onu sono meno pessimisti, meno perentori. Ma c’è una affermazione di fondo che merita la massima attenzione: sicurezza, libertà, giustizia devono essere per tutti, altrimenti meglio non riempirsene la bocca. Questo è l’obiettivo per il quale impegnare intelligenza e passione. Sulle vie per arrivarci la discussione resta, ovviamente, aperta.

“Disarmare la finanza” è un obiettivo condivisibile. Come lo è quello di riconoscere acqua, terra e conoscenza come i primi e fondamentali beni comuni. Ma, di nuovo, la via per renderli tali, e lo stesso modo di concepire e tradurre in realtà vivibile la nozione di bene comune, sono oggetto di discussione.

La globalizzazione dell’economia e del mondo all’insegna dell’economia capitalista di mercato, sempre più finanziarizzata, si è rivelata quel che era sostanzialmente: una potente macchina di conquista e di predazione di tutte le risorse materiali ed immateriali, naturali ed umane del pianeta Terra. Trent’anni di siffatta globalizzazione hanno rinforzato i processi di deforestazione e di desertificazione di intere regioni del globo, hanno spoliato la biodiversità, hanno rarefatto l’acqua buona per usi umani, hanno mantenuto e lasciato crescere le baraccopoli dove vivono più di 1,4 miliardi di esseri umani, hanno intensificato le inuguaglianze tra i popoli, le città, i cittadini. Il numero di persone in stato di “povertà assoluta” si avvicina ai tre miliardi. Il welfare è stato ostinatamente smantellato. La giustizia sociale e la democrazia sono state spappolate. Gli Stati sono ridotti a servitori della finanza privata. Nessuno ha mai beneficiato dei famosi dividendi della pace promessi dopo la scomparsa del “nemico” (l’URSS ): anzi, le guerre contro il nuovo “nemico” (il terrorismo) sono pane quotidiano. Cosi gli arricchiti ed i potenti sono diventati più ricchi e gli impoveriti ed i deboli sono sempre più numerosi e più impoveriti.

La crisi attuale esprime lo stato della globalizzazione sopra descritta. Per far bene, i gruppi dominanti hanno deciso che si potrà uscire dalla crisi:

– a breve termine, solo facendo ricorso al rito sacrificale; e cioè le popolazioni e le categorie sociali più deboli, meno potenti, meno ricche e più povere devono sacrificare il loro “benessere” che sarebbe – dicono i dominanti – al disopra delle loro possibilità, e

– a più lungo termine, con la promozione della nuova “green economy”, la sola capace di ridare impulso ad un lungo periodo di crescita economica mondiale e quindi di rimettere in moto la macchina della predazione globale all’insegna del passaggio al capitalismo verde, cosi detto perché, secondo i dominanti, la creazione della ricchezza passerà da un nuovo, più efficace, più efficiente e più “sostenibile” sfruttamento della natura (il “verde”: le energie verdi, i prodotti verdi, i servizi verdi….).

Il famoso Vertice Mondiale della Terra dell’ONU “Rio + 20” del prossimo giugno a Rio de Janeiro dovrebbe essere l’occasione magica per consacrare la “green economy” come la nuova grande narrazione del mondo e del futuro. Per questo il documento di base presentato dall’ONU in vista dei lavori di “Rio+20” è intitolato “The future we want” (cioè il futuro che i dominanti vogliono).

Il fallimento clamoroso della globalizzazione capitalista del mondo non significa che la prospettiva della storia delle società umane non sia più quella della mondialità della condizione umana. La mondialità della condizione umana, realtà oggettiva, non ha avuto bisogno per esistere della globalizzazione del capitalismo finanziario né ha ora bisogno della globalizzazione del capitalismo verde. La mondialità della condizione umana è sotto i nostri occhi: da qualunque parte si guardi alla vita, la sicurezza di esistenza è intrinsecamente mondiale. O la sicurezza è di e per tutti o non lo è. Lo stesso dicasi della libertà e della giustizia. O sono mondiali o non lo sono. Le espressioni locali sono importanti e determinanti, ma non esiste “il mondo, l’umanità” se ci sono solo isole di sicurezza, isole di giustizia e di libertà in un arcipelago globale di esclusioni, di predazioni, di impoverimento.

La mondialità della condizione umana implica una prospettiva globale di costruzione del divenire dell’umanità fondato sui beni comuni ed il bene comune, sul rigetto reale e senza compromessi dei processi di creazione dell’impoverimento e dell’inuguaglianza rispetto al diritto alla vita, sull’illegalità delle forme di ricchezza predatoria, sulla effettiva “sovranità” del cittadino, sulla reale condivisione e corresponsabilità fra i popoli. Disarmare la finanza è il punto di partenza obbligato, insieme al riconoscimento dell’acqua, della terra e della conoscenza come i primi beni comuni pubblici mondiali, per dare futuro all’umanità ed al pianeta.

La globalizzazione dei dominanti è inaccettabile ed impossibile (irrealista). La mondialità della condizione umana a partire dai beni comuni è necessaria e possibile.

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Riccardo Petrella è professore emerito all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio), già direttore nel 1970 del Centro Europeo di Ricerche Sociali Comparative a Vienna. Insegna anche alla “Libera Università di Bruxelles” (sessione olandese) e presiede l’Istituto Europeo di Ricerca sulla Politica dell’Acqua di Bruxelles. È impegnato nello studio della mondializzazione, del welfare, dell’educazione e, negli ultimi tempi, dei problemi dell’acqua (diritto alla vita, bene comune…). Ha fondato il Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale dell’Acqua.

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