Centralità del Parlamento e governabilità

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di Luca Emilio Caputo

Inizio questo mio intervento ringraziando gli amici di Insieme per l’invito, e le persone che partecipano. Avevo preparato degli appunti che ovviamente non userò, date le ottime e puntuali trattazioni, tanto sulla parte di respiro più strettamente Costituzionale, quanto sulle implicazioni di politica generale, di cui abbiamo beneficiato grazie alle relazioni degli eminenti Costituzionalisti presenti.
Non posso però non ringraziare, dato il mio ruolo di rappresentanza di un Circolo intitolato al suo insegnamento, anche per il richiamo fatto a Dossetti. In un certo senso è sul tema di oggi che si sono consumati due momenti apicali dell’esperienza politica del Costituente, vale a dire: il suo ritorno attivo sulla scena politica, per contrastare quel tentativo di Silvio Berlusconi di accreditarsi come paladino di una “nuova Costituzione materiale del Paese”; e il suo ritiro dall’attività politica, proprio a causa di quel che vedeva profilarsi per il futuro dell’Italia: cioè l’impossibilità di ricostruirla secondo il nuovo ordine economico-sociale che la Costituzione intendeva fondare, rimpiazzando quello liberale. Dossetti riteneva che il contesto politico e la intrinseca debolezza del Presidente del Consiglio rispetto ai partiti e, forse ancor di più, delle correnti, avrebbero inesorabilmente ingessato ogni possibilità di riforma del Paese.
Bisogna dirlo! Quel che abbiamo davanti ora, ossia questa brutta “riforma” è un malanno che ci siamo ben procurati.
Anche noi del centrosinistra, certamente: la Costituzione italiana non è il busto marmoreo della definizione di Leopoldo Elia oggi ricordataci dal professor Balboni; noi, del resto, ne abbiamo fatto un totem silente, di cui tutti sanno cosa dice e sostengono di sapere cosa vuol dire. Non voleva però essere solo un insieme ordinato e ragionato di norme, tutt’altro! Era piuttosto l’idea di una nuova Italia, di un nuovo sistema di rapporti economici e sociali, più senziente rispetto ai grandi cambiamenti generatisi nel Novecento. Certo la Costituzione, sulla cui difesa ad oltranza anche le forze politiche eredi della Resistenza hanno, a parer mio, gravemente sbagliato, ha favorito la fine di alcuni governi (pur senza ricorso alle urne) e questo qualche problema, anche pesante, di credibilità dei nostri Esecutivi nei rapporti con l’estero, qualche grave disfunzione, li ha prodotti.
Se però essa realizza un ordine istituzionale comunque coerente, che i partiti sono chiamati a interpretare nell’interesse del Paese, oggi è oggetto di un brutto tentativo di riforma, questo cosiddetto “Premierato”, che tuttavia non ha un carattere costituzionale, bensì smaccatamente politico.
Il tentativo poggia su due grandi mistificazioni, dal taglio ora eversivo ora populista, le quali operano in concerto nell’individuare nella Costituzione l’origine dei guai del Paese.
La prima mistificazione è che la scarsa governabilità della Repubblica sia causata dalla Costituzione, perchè attribuisce troppo potere al Parlamento il quale, infedele, tradisce la volontà degli elettori.
La seconda mistificazione è che il Presidente della Repubblica sia, nella previsione della Costituzione, un mero garante; il quale, abusando e fraintendendo le proprie facoltà, sarebbe complice del Parlamento nel tradimento della volontà popolare.
A ben vedere, nell’idea propagandata di volontà popolare risiede la macro-mistificazione che fa da base alle altre due, ma a questo arriverò dopo.
Tornando alle prime due:
sulla prima, mi limito a citare tre dati meramente numerici:
nella prima fase della Repubblica abbiamo avuto 50 governi in 48 anni, circa uno l’anno; nella seconda fase, iniziata con le prime elezioni successive ai Referendum, si sono avvicendati 17 governi nel periodo 1994-2022: 20 mesi di durata media. Usare questi numeri senza guardare alla qualità dei Governi e dei cambiamenti è nemico della verità, ma siccome è questo che fa il populismo, a questo rispondo: i 20 mesi degli ultimi 30 anni sono la stessa media, ed ecco il terzo numero, del Regno d’Italia, che nella fase liberale (1861-1922) ha visto 39 governi in 61 anni. Ecco allora che forse alla base della breve vita media degli ‘Esecutivi non c’è la Costituzione Repubblicana, bensì il comportamento dei soggetti organizzati in Parlamento. E’, in ogni caso, un qualcosa che ha molto a che fare con il Paese, le differenze e le contraddizioni che lo percorrono, e che ora si pretende di massificare individuando una volta ogni cinque anni una volontà popolare espressa a maggioranza, e blindandola per via Costituzionale per garantire la tenuta (delle poltrone) della coalizione di centrodestra.

In pratica, il Premierato è lo strumento con il quale il centrodestra mette a sistema l’autoribaltone: se un leader o il suo partito si indeboliscono rispetto ai coalizzati, anzichè aprire una crisi che coinvolgerebbe il Parlamento e potrebbe portare a una salutare correzione di rotta, quando non a un cambiamento -magari necessario, in questi tempi convulsi e veloci- di politiche, lo si sostituisce con un esponente di spicco di un altro partito e nè il Parlamento nè il Presidente della Repubblica, retrocesso da garante a notaio, possono intervenire mentre i partiti della maggioranza di governo continuano a farsi gli affari propri fino alla fine della legislatura.
Riepilogando:
1)il Paese vota il capo di una maggioranza scelto dai partiti;
2)questo Capo e questa maggioranza -eletti insieme, no?- a un certo punto sbagliano qualcosa, fanno male, non sono più all’altezza e vanno in crisi;
3)i partiti che hanno governato male e sono andati in crisi cambiano il capo ma non il programma, e verosimilmente continuano a governare male;
Vengo alla seconda mistificazione, che dipinge il Capo dello Stato come un mero garante, per di più infedele perchè complice del Parlamento nel tradimento della volontà popolare: non amo nascondermi dietro ipocrisie viscide, questo è esattamente quello che è stato detto, da tanti, in trenta anni, e tale quale lo ripeto: che i Presidenti della Repubblica sono andati spesso oltre le loro prerogative di meri garanti e hanno tradito la volontà popolare democraticamente espressa. Mi si passi una lettura un po’ forte e un po’ colorita: è il capo delle Forze Armate; presiede la magistratura; è giudice penale di ultima istanza; rappresenta l’unità della Nazione: ricordo che i monarchi assoluti venivano simbolicamente decapitati proprio perchè personificavano il corpo della Nazione e ne erano (a) Capo. Il sistema di rapporti con l’ Esecutivo e con il Parlamento rispecchia fedelmente la storia dei regimi costituzionali di tipo monarchico quali si sono generati in Europa negli ultimi secoli, e certe attribuzioni sono quelle tipiche del Re, non si vedono grandi differenze tra le prassi e il ruolo del nostro Presidente della Repubblica e quello della Regina d’Inghilterra. E’ una specie di monarca costituzionale e liberale a tempo determinato, eletto con elezione di secondo livello; il che ha forse favorito, in un Paese come il nostro, le mediazioni necessarie ad individuare e incaricare con piena fiducia una figura così potente. Che sia poi la carica più potente d’Italia, altro che un mero garante, lo possiamo persino desumere dalla storia: diversi sono i Presidenti che hanno subìto attacchi personali, o sono stati coinvolti in accuse gravi; che all’indebolirsi della politica hanno dovuto far funzionare quella sorta di fisarmonica in cui è contenuto il proprio potere, suscitando malumori e accuse, ma potendolo comunque fare; uno, poi, Aldo Moro, hanno persino ritenuto di doverlo eliminare prima che lo diventasse…Ora si vorrebbe, con questa riforma che tocca poco e rovina tutto, che questa figura, così dotata e così ben eletta, venisse portata al ruolo di subalterno di un’altra figura, eletta invece dalla minoranza (meno del 50% dei votanti) di magari un’altra minoranza (meno del 50% degli elettori, visto l’andazzo astensionistico).Questo ci porta alla terza mistificazione, la macro- cui avevo accennato, e che è stata variamente interpretata da alcuni leaders del centrodestra: tutte queste interpretazioni, pur partendo da differenti punti di vista e opportunità, convergono nel delineare arbitrariamente la sostituzione del rapporto di fiducia su cui si fonda la democrazia liberale, rapporto in cui i cittadini sono i fiducianti, mentre i fiduciati sono i rappresentanti del popolo, con in testa il Capo dello Stato. Si definisce quindi arbitrariamente una “maggioranza”, che è contemporaneamente del Paese e di Governo, di cui l’espressione parlamentare è ancella, e questa entità sarebbe la titolare del rapporto di fiducia, trasferibile al proprio interno; ma il mandato di fiducia è naturalmente di natura personale, non di coalizione!
Eccoci allora all’orrore -che nessuna democrazia ha mai commesso- di spianare l’ultimo gradino che separa il capo della maggioranza di governo dal Capo dello Stato. E bisogna tenere bene a mente questo gradino, perchè anche quando parliamo di “Sindaco d’Italia” ci dimentichiamo che il Sindaco non ha un Presidente al di sopra di sè.E’ persino deludente: all’indomani della vittoria di Giorgia Meloni, viste le posizioni storicamente tenute dai partiti da cui lei proviene, oltre che da lei stessa, mi sarei aspettato piuttosto una sfida seria sul tema del Presidenzialismo, dove sarebbero entrati in gioco non solo l’equilibrio e la distinzione dei poteri, come già ricordato da Balboni, ma anche proprio quel rapporto di fiducia tra elettori ed eletti, che in quel caso si esprime nella forma più verticale e impegnativa, quella rivolta al Capo dello Stato. Invece no, il governo Meloni ci riserva questa degradante e dannosa revisione; in cui le ragioni, anche meschine, del potere sono le uniche, quelle di profilo Costituzionale sono inesistenti, gli interessi dell’Italia sembrano quelli che riconosceremmo ad una vecchia democratura sudamericana: cioè un Paese e un popolo da tenere a bada, dove si confondono il controllare e il gestire con il governare, e si tiene la democrazia in una dimensione più rituale che di sostanza; senza, nel nostro caso, torcere un capello a nessuno. Insomma: il Governo Meloni ha preferito negare ai cittadini di poter decidere il proprio massimo rappresentante, che invece verrà scelto da 3 capipartito, e gli va a dire che la riforma garantirà ai cittadini il rispetto della volontà popolare. Come ne esce? Certamente non senza compromessi e concessioni; restituendo però al Parlamento la propria dignità, incaricandolo di impedire questo sfascio senza aspettarsi di cercar fortuna al Referendum: si sbaglia, per come la vedo io, chi pensa di poter far vincere il NO su un quesito simile; e sbaglia già in origine, perchè per salvare la democrazia bisogna comunque dare fiducia all’unico soggetto che oggi ha una qualche investitura popolare, ossia il Parlamento. La democrazia non si salva nelle segreterie di partito e non si salva rivolgendosi direttamente alla piazza, ma presentando ai cittadini i segni della battaglia già sostenuta: in fondo, è per questo che si viene eletti.
Bisogna allora anche rigettare i nostri tabù e le nostre mistificazioni, inclusa quella per la quale governabilità e democrazia sono antagoniste; su questo non posso non citare, per il grande insegnamento che noi suoi allievi ne abbiamo tratto, e che ci orienta, Giovanni Bianchi: non esistono democrazie ingovernabili, ma certo bisogna ricordarsi che il massimo di governabilità coincide con il minimo di democrazia. Ecco allora che, se volessimo rappresentarlo su un piano cartesiano, il rapporto tra di loro non sarebbe quello che si muove lungo una linea retta, ma c’è un campo in cui esistono entrambe al proprio massimo e quello è lo scenario in cui noi dobbiamo muoverci. E infine bisogna accettare lo spirito dei tempi: mettere a fuoco il fatto che, pur nelle forme diverse e contraddittorie dell’oggi, la volontà popolare oggi si esprime in termini molto più diretti da persona a persona; forse abbiamo bisogno di una riforma diversa, che sia in grado di costruire un valido rapporto di fiducia tra i cittadini e il loro massimo
rappresentante; che non deve essere per forza il Presidenzialismo ma che per me può anche essere, e ad oggi diremmo Magari! all’ipotesi di un Presidenzialismo ben costruito e ben equilibrato: sarebbe una riforma perfettamente in sintonia con lo spirito dei tempi.
Quale che sia, la riforma delle istituzioni, e di tutto il loro funzionamento, non può non incardinarsi sul riconoscimento del rapporto di fiducia personale tra cittadini e rappresentanti, non tra elettori e coalizioni o elettori e partiti.
L’unico modo per uscirne, insomma, mi sembra che sia proprio, per il bene dell’Italia, accettare in pieno la sfida dei tempi.

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