Allegria e democrazia

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Intervista al prof. Giovanni Allegretti, docente di processi partecipativi e territorio presso l’Università portoghese di Coimbra, membro dell’Autorità regionale toscana per la partecipazione, co-autore con Y. Sintomer di un importante libro sui bilanci partecipativi

 

Da anni, lei è uno studioso e un “practitioner” dei bilanci partecipativi. Ci può spiegare di cosa si tratta?

Il bilancio partecipativo (BP) è strumento di costruzione delle politiche pubbliche basato su un coinvolgimento diretto dei cittadini in un percorso di discussione e co-decisione sulle priorità di investimento all’interno di un bilancio pubblico. Il processo partecipativo pone esplicitamente la questione economico-finanziaria e la pone all’inizio del percorso. Ai cittadini sono dati gli strumenti concettuali minimi per capire come inserire, da subito, le proprie proposte dentro le regole del bilancio. Deve occuparsi esplicitamente di questioni economico finanziarie. Deve parlare di risorse e non solo di sogni, di priorità o di problemi dei cittadini. Deve relazionarsi con un’autorità pubblica che abbia competenza sui temi in discussione. Esistono quelli che io chiamo”processi cugini” del bilancio partecipativo, come i percorsi di Community Driven Development (Sviluppo guidato dalla Comunità) messi in atto dalla Banca Mondiale, che cedono ai beneficiari dei poteri decisionali su dei fondi procurati da donors di vario tipo, saltando completamente le autorità pubbliche. Ciò avviene dove ci sono corruzioni o guerre civili in corso. Un buon bilancio partecipativo genera nuove risorse culturali per la ricostruzione della relazione tra cittadini e istituzioni, perciò non può tenere fuori le istituzioni. Il dialogo tra cittadini e le loro amministrazioni rappresentative deve essere messo al centro di questo meccanismo di co-decisione. Oggi si può pensare al bilancio partecipativo anche per specifiche agenzie pubblico-private o per determinate tipologie di spese tematiche: ad esempio esistono BP sui budget delle scuole, delle università, di singoli dipartimenti, di imprese pubbliche e private, di associazioni di volontariato, etc… Il concetto è estensibile in maniera frattale ad ogni forma di discussione in cui il bilancio stia al centro di un percorso ragionato di incontro e discussione su come investire denaro di provenienza pubblica, e non solo. Ciò che importa è restituire al bilancio il suo valore politico, che da decenni è stato invece “tecnicizzato” al punto da diventare qualcosa di maneggiabile e comprensibile soltanto da uno sparuto gruppo di persone estremamente specializzate. Si vuole restituire al bilancio la funzione originaria di controllo sugli esecutivi. E ridare l’idea che l’economia e’ un campo aperto ad opzioni differenziate di sviluppo, non un mainstream unico e immutabile che ci piove dal cielo e a cui dobbiamo obbedire senza metterne in discussione i fondamenti. Spesso, la questione della complessità contabile ed economica è adoperata come scusante per giustificare l’impossibilità di realizzare le proposte che giungono dai cittadini, e contro questo si deve lottare. O almeno si devono spiegare a quali regole obbediscono le scelte che ignorano le richieste che vengono dal basso….

 

Diversi comuni italiani hanno avviato la pratica del BP in molte versioni. Si va dal bilancio informativo (in cui l’amministrazione presenta il bilancio e chiede consiglio ai cittadini, ma senza assicurare di recepirli) al bilancio partecipativo vero e proprio. Che valutazione dà di queste esperienze?

Un bilancio partecipativo deve avere un componente deliberativa, nel senso anglosassone di scambio di argomentazioni, di confronto con i cosiddetti “saperi esperti”. E ha anche bisogno di una componente decisionale (la deliberazione nel senso delle lingue del Sud Europa come la nostra, cioè di decisione), ovvero di un momento in cui ai cittadini è dato uno “spazio di voto” e non solo di “voce”. L’una componente senza l’altra rende il percorso povero. Infatti, un percorso privo di una reale discussione prenderà decisioni probabilmente superficiali; un percorso che non arriva alla co-decisione – almeno sulle urgenze e sulle priorità da finanziare – non produce un grande cambiamento in termini di cultura politica e difficilmente può generare percorsi di ricostruzione di mutua fiducia tra cittadini e istituzioni. Esistono forme minimaliste di bilancio partecipativo, che potremmo chiamare “consultive”, in cui i cittadini elencano sogni e bisogni e la politica si ritaglia il compito di scegliere quali attuare. In inglese si chiama “cherry-picking”, ossia “scegliersi la ciliegia”. Ma questo non cambia niente rispetto ai modi tradizionali di prendere delle decisioni! Io difficilmente definirei queste modalità come un vero bilancio partecipativo. Anzi, bisogna stare attenti, perché si potrebbe creare frustrazione nel cittadino: egli o ella elenca dei propri desideri che poi spesso non vengono accolti, senza che gli si spieghino i motivi del perché non vengono accolti. A mio avviso, non basta la semplice consultazione, ma occorrono le distinte fasi della deliberazione e della co-decisione.

Il nome BP oggi evoca una serie di questioni radicali, che fanno riferimento ai luoghi dove ha preso firma in Brasile agli inizio degli anni ‘90: così l’uso del nome genera aspettative. Usare il nome (bilancio partecipativo) ma senza la sostanza (lo spazio di co-decisione), può generare boomerang politici. Per questo alcuni comuni gli danno nomi differenti (“Io conto!”, ”Decidiamo insieme”, “Via per via”, “Il Bilancio del Cittadino”, etc.).

 

I bilanci partecipativi sono un fenomeno mondiale. Esistono differenze di modello?

E’ molto difficile definire delle caratteristiche minime. Il bilancio partecipativo ha molte declinazioni diverse. Non c’è un’autorità sovranazionale che certifichi cosa è bilancio partecipativo e cosa non lo è.  Direi che non solo esistono approcci propri di ciascun continente, ma esistono approcci propri di un singolo Paese, che dipendono prevalentemente dalla cultura politica e istituzionale di ogni contesto. L’approccio europeo e americano al bilancio partecipativo è diverso rispetto all’approccio proprio dell’America del Sud: il primo è molto più attento alla metodologia in modo da valorizzare una tradizione europea che si è sviluppata costruendo figure di facilitatori e mediatori, molto meno presenti in America latina. Lì vi sono grandi assemblee dove magari c’è un senso della contrapposizione società civile-politica più ampio, dove c’è attenzione maggiore al conflitto, alla redistribuzione sociale, ma poca attenzione alla inclusione di chi non si sente rappresentato dai movimenti sociali e da quei grandi gruppi che fanno battaglie insieme e che sono già preorganizzati rispetto all’inizio del processo partecipativo. Nel libello del 2013 sui bilanci partecipativi nel mondo, che ho curato con Yves Sintomer per Engagement Global e l’Agenzia di Cooperazione Tedesca, abbiamo cercato anche di costruire dei piccoli schemi di analisi, delle mappe orientative weberiane intorno ai differenti bilanci partecipativi nel Pianeta, cercando di dare conto di dove sono più diretti a creare relazioni di vicinato, migliori performance dell’amministrazione pubblica, o democrazia partecipativa. In Usa negli ultimi cinque anni hanno sviluppato bilanci partecipativi molto attenti a formare figure dedite all’inclusione sociale, per esempio delle donne,  delle minoranze etniche, dei carcerati che hanno perso i diritti politici. Tali gruppi di “advocacy” fanno formazione in diverse lingue e usano le diverse tecnologie per tradurre a vantaggio dei “profani” ciò che viene presentato nei bilanci partecipativi nel linguaggio della contabilità.

I percorsi asiatici sono molti diversi. Molte volte risentono di un elemento proprio della cultura neoconfuciana: che i ruoli sociali sono stabiliti in funzione di quel che i singoli sono riusciti ad essere nella vita. Per esempio in Asia non ci sono assemblee come da noi, dove si auspica la parità tra politici e cittadini e magari si dispongono gli spazi in forma circolare per dialogare “da pari a pari”. Per esempio in Indonesia, gli spazi scelti sono spesso molto più teatrali, con i politici sopra un palco, e i cittadini in platea. Questo avviene perché la cultura locale dà un’importanza simbolica al ruolo dei politici eletti. SE non stessero in quella posizione, le loro parole non verrebbero prese in considerazione e il processo partecipativo apparirebbe destituito di efficacia e capacità di incidere sulle politiche.

I bilanci partecipativi esistono anche in Paesi che hanno un grado di democrazia non particolarmente sviluppato, ma dove a livello locale ci sono esperienze interessanti che abituano a concepire forme di democrazia più ampia rispetto a quelle che il Paese offre. E’ il caso della Cina o dello Zimbabwe. Ci sono studi come quelli di Baogang He, che mostrano i diversi modelli cinesi di bilancio partecipativo, che anche laddove coinvolgono strati limitati della popolazione fanno fare un passo avanti a “quella” immatura democrazia. Una particolarità è data dall’incontro tra i BP e i contesti di antica tradizione democratica comunitaria, regolati dalla presenza di autorità riconosciute di tipo diverse da quelle che segnano la democrazia rappresentativa di marca “occidentale”. Per esempio, oggi le leggi di vari paesi africani (come il Congo, il Camerun, il Mozambico o il Sudafrica) aprono spazi speciali al ruolo delle cosiddette “autorità tradizionali” come i re delle tribù, le autorità religiose etc.. Ma molte di queste autorità governano (spesso avendo accesso a risorse pubbliche che vengono dalle imposte dei cittadini) senza che siano state costruite forme di accountability, che aiutino a prevenire la corruzione o il cattivo uso dei fondi destinati alle comunità. Dal momento che i ruoli sociali apicali sono trasmessi di padre in figlio (con il rischio di un’opacità gestionale diffusa), i bilanci partecipativi si sono rivelati uno uno strumento per esercitare un controllo sui finanziamenti pubblici, cioè per rendere accountable le persone che gestiscono gli investimenti pubblici, ancorché non passino per spazi di riconferma elettorale. In Sud Kivu (una provincia del Congo martoriata dalla guerra), il Governo Provinciale dal 2010 ha reso il bilancio partecipativo obbligatorio per i 27 governi locali, anche con questo obiettivo.

 

Quali sono gli ingredienti di un buon bilancio partecipativo?

Innanzitutto, la volontà politica. Senza quella è difficile aprire ai cittadini uno strumento che la normativa attribuisce alle istituzioni elette. Inoltre, il bilancio partecipativo richiede cicli ripetuti, necessita di inquadrarsi in una visione di politica pubblica pluriennale, e non può avvenire ad intermittenza. Ha bisogno di cicli lunghi perché così le tensioni possono essere sviscerate e sedate, si possono convertire da conflitto a soluzioni maggiormente consensuali. Ci vuole del tempo adeguato affinché i cittadini possano capire, i tecnici valutare, le istituzioni possano ritornare più volte a parlare con i cittadini. Una giornata da sola non basta. Ci vogliono mesi di durata. E poi è importante avere dei feedback, un elemento fondamentale dell’accountability. Un buon bilancio partecipativo si basa sia su un ciclo di discussione che su un ciclo di implementazione: senza l’uno, l’altro è povero. I cittadini devono sapere cosa il ciclo deliberativo precedente ha prodotto e avere un controllo sociale sulla realizzazione delle opere pubbliche o delle politiche che si sono co-decise. Sennò si ha l’impressione che il processo non incida sulle politiche ed è difficile che i cittadini accettino di usare di nuovo il loro tempo libero per discutere di questioni di interesse pubblico.

Far dialogare il BP con processi di costruzione della pianificazione partecipativa può essere molto utile per togliere al bilancio partecipativo quelle componenti di immediatismo e frammentazione dati dal fatto che esso produce liste di opere e politiche che vengono da proposte dal basso, e spesso non attingono ad una visione sistemica di medio-lungo termine. Oggi diventano frequenti (specie in paesi con forte tradizione pianificatoria) dei percorsi Ibridi, che discutono espressamente una grande parte del bilancio e lo fanno in un quadro di pianificazione integrata pluriennale, per dare poi realizzazione annuale alle previsioni generali. E’ il caso di Perth e di Geraldton, in Australia, dove la pianificazione (più difficile da comprendere e gestire a causa del suo respiro temporale ampio e dei suoi ridotti effetti immediati) è portata avanti con un numero ridotto di cittadini, di norma estratti a sorte, che partecipano ad ulteriori processi di pianificazione partecipativa e poi si integrano nei momenti di bilancio partecipativo.

 

L’Italia sta per introdurre il dibattito pubblico (DP) prima di una grande opera. Cosa ne pensa? Quali errori da evitare?

Questo è un momento emozionante, che in parte risponde a richieste che vengono dal basso, ma che si inquadra specificamente dentro la riforma del sistema degli appalti, il che significa che lo Stato italiano, più che alla partecipazione in sé, sembra interessato al suo potenziale di arena per un maggior controllo sulla buona gestione delle risorse pubbliche. Quindi bisogna lavorare perché’ questa visione non sia unica e ristretta, e con lo stesso processo si facciano più cose allo stesso tempo…

Le prime esperienze di dibattito pubblico italiane (che hanno guardato alla Francia e al Québec) hanno avuto scale ridotte, municipali prima e regionali poi. Il salto di scala richiede di evitare la riproduzione amplificata di alcuni problemi. Il primo è relativo alla questione delle aspettative. Spesso il DP (poco conosciuto) è immaginato dai cittadini come una forma forte di democrazia partecipativa dove gli abitanti del territorio diventano il centro della decisione. Questo equivoco va chiarito. il dibattito pubblico non è un tipo di percorso che arriva alla co-decisione, ma è un percorso di ascolto ragionato e pausato tra attori differenti, che alla fine arriva ad una sintesi di proposte a cura del responsabile ufficialmente scelto per organizzare il dibattito pubblico, e prevede che su questa sintesi il proponente dell’opera o della politica in questione si esprima, dando ragione di come intende proseguire. Cioè, deve dire se intende annullare o rivedere il progetto a seguito delle questioni emerse nel percorso partecipativo, o se continua a seguire in tutto e per tutto le previsioni originarie. E di ogni scelta deve spiegare bene le ragioni.

A tal fine, il DP deve promuovere un’informazione adeguata e puntuale su cosa si vuole realizzare. Gli studi portati avanti dagli attivisti del Nimby Forum in Italia dimostrano che l’opposizione alle grandi opere spesso è frutto di una paura che nasce da opere che non sono fatte conoscere ai cittadini con il dovuto anticipo. Dinanzi alla realizzazione di un’opera, iniziata senza una preliminare condivisione, i cittadini reagiscono con sentimenti di paura e ostilità. E a volte il bloccarne la realizzazione (con attacchi ai cantieri o con ricorsi giudiziari) resta l’ultima risorsa che sembra possibile per opere che invadono i nostri territori senza che si sia avuta notizia prima delle mitigazioni e delle compensazioni previste per il loro inserimento.

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri atteso per giugno 2017, che dovrebbe rappresentare il Regolamento dell’Articolo 22 del nuovo Codice degli Appalti, fa riferimento a un percorso di dibattito pubblico che riguarda le grandi opere di interesse pubblico, indipendentemente dalla natura (pubblica o provata) dell’attore promotore. Non si tratta di una novità da poco… Infatti, in Toscana la Legge sulla Partecipazione attribuisce la obbligatorietà della realizzazione del DP solo alle opere con promotore pubblico.

Vi è da domandarsi se tale previsione ha senso per i grandi concessionari di opere di interesse pubblico. Oggi gli aeroporti sono spesso gestiti da imprese private, ma non per questo smettono di essere grandi opere concessionate con alto interesse pubblico (e impatto) sul territorio. E’ bene che nel nuovo Decreto Nazionale ci si concentri sulla natura dell’opera e non sulla natura dell’entità proponente. Il DPCM governativo dovrebbe anche prevedere la possibilità di ascoltare dei contro-esperti, ed occorrono dei fondi  finanziari per questo.

Per me, il DPCM dovrebbe avere questa caratteristiche: 1) Creare un autorità, anche morale, riconosciuta e legittima che possa condurre questi processi partecipativi con efficacia; 2) Dovrebbe avere flessibilità. La iper-regolazione non è buona. C’è bisogno di una componente informale per render adattivi i processi partecipativi al contesto. E’ importante un’intelligenza in questa adattività e la troppa normazione non e’ di aiuto. 3) Dovrebbe impegnarsi a che le amministrazioni rispondano espressamente alle sollecitazioni emerse durante il dibattito pubblico 4) Dovrebbe avere un design finalizzato a generare fiducia cognitiva nei confronti dei cittadini. Spesso succede che i tecnici abbiano dei limiti nell’immaginare delle soluzioni, mentre i cittadini hanno una soluzione più naturale. Un buon dibattito pubblico mette insieme molteplici punti di vista e li fa dialogare sulla natura dell’opera, sulla sua utilità e sui fini che può svolgere e sulle modalità tecnica per ridurre le esternalità negative. 5) Il Decreto dovrebbe offrire degli spazi di crescita all’attore promotore, in cui poter ripensare i suoi progetti grazie a diversi punti di vista con cui deve entrare in relazione proprio dentro il dibattito. Spesso i tecnici non riescono a pensare a delle soluzioni che per un cittadino sono quasi ovvie. E’ importante valorizzare anche l’ottica del proponente per garantire al progetto di crescere.

 

Lei è membro dell’Autorità regionale per la partecipazione insieme ai prof. Gelli e Scattoni. Vi occupate solo di dibattiti pubblici?

Non ci occupiamo solo di dibattiti pubblici. Ci siamo occupati di Processi partecipativi su temi più generali della costruzione di una singola opera infrastrutturale, come quelli sul personale della Regione, sull’ambiente, questione della costruzione oppure della soppressione di scuole, sulla riqualificazione urbana, sula costruzione delle  case della cittadinanza, bilanci partecipativi, regolamenti per la gestione dei beni comuni, ampliamenti e ristrutturazioni di scuole, e molte altre cose…

 

Quali professionisti sono i più titolati a condurre i dibattiti pubblici? Gli urbanisti? Gli architetti? Gli avvocati? I giornalisti?

Non esiste una solo professione immaginabile. Quelle elencate vanno bene, ma non direi che una è preferibile all’altra. Oggi nel mondo delle professioni i dottorati di ricerca sono interdisciplinari: si può fare un dottorato in geografia anche provenendo dall’architettura e dal diritto o dal mondo dell’ assistenza sociale. Gli urbanisti sono più abituati a coordinare punti di vista professionali diversi nei piani regolatori e possono rivelarsi una utile risorsa.

Mi soffermerei sulle attitudini che si dovrebbero possedere: l’acquisizione della capacità di dialogare e far dialogare diverse componenti della società, il saper coordinare saperi di natura molto diversa, saper far emergere i veri interessi di ciascun partecipante al di là delle sue posizioni preconfezionate di partenza. John Forrester lo ha detto bene: un buon facilitatore e organizzatore di un percorso partecipativo deve soprattutto fare questo, far sì che le persone si concentrino sul capire come realizzare i veri interessi che li muovono a partecipare piuttosto che contrapporre posizioni rigide… Inoltre è importante saper tradurre temi ostici in linguaggi comprensibili e con diversi livelli di complessità, accessibili a tutti ma anche idonei a dare soddisfacenti risposte a chi cerca risposte più complesse, senza ridurre tutto a spiegazioni banali.

 

A quali testi rimanderebbe per un approfondimento di tali tematiche?

Più che testi, consigli singoli autori. Ad esempio in Francia Yves Sintomer, Michel Fourniau, Loic Blondiaux: sono interessanti anche sul dibattito pubblico. Un autore molto importante in Italia è Luigi Bobbio, così come alcune analisi di Alessandra Valastro. Per chi cerca un taglio più giuridico, Umberto Allegretti, che per caso è mio padre e che ha iniziato a lavorare su questo tema in parallelo a me, anni fa. Molto importante e’ anche leggere testi che illuminano su aspetti specifici (o sui limiti) dei processi deliberativi, come quelli di J. Fishkin o Jon Elster. Ultimamente, per ricostruire una storia unitaria della democrazia deliberativa e del suo dialogo/non-dialogo con la democrazia partecipativa, penso al recente libro di Antonio Floridia (v. nostra intervista su C3dem, ndr ) che illustra i conflitti tra partecipazionisti e deliberazionisti. Soprattutto a partire dall’America. Una visione storica illuminante e necessaria, perché’ non perdere le radici vuol dire capitalizzare gli errori e non riprodurli.

 

Nel mondo, purtroppo, si diffonde la paura dei diversi e si costruiscono muri e non ponti. Sappiamo che Porto Alegre negli anni ‘80 del secolo scorso fu la culla della rivoluzione dei bilanci partecipativi. Cosa resta di quello spirito? La democrazia deliberativa può aiutare le istituzioni a non morire di populismo o di assemblearismo?

Nel 1986 a Porto Alegre nacque il bilancio partecipativo… Erano gli anni delle prime elezioni libere dopo la dittatura dei generali; il bilancio partecipativo nasce dalla voglia di ricostituire la fiducia dei cittadini verso le istituzioni. Sono convinto che i processi deliberativi e partecipativi possano aiutare a vincere contro lo spirito populista, che è basato sulla paura e sull’ignoranza. La democrazia deliberativa fa incontrare punti di vista diversi. Così aiuta a conoscere l’altro e ad avere meno paura. Io credo che le persone che si impegnano a costruire processi partecipativi sono “pontieri” (come li chiamava Alex Langer), ossia non sono lori i ponti, ma i facilitatori di una nuova cultura dove ognuno apprende a costruire continuamente ponti… Ma purtroppo gli esseri umani spesso hanno uno spirito missionarista, e molti costruttori di processi partecipativi equivocano il loro ruolo, pensano di essere loro gli indispensabili ponti, invece che porsi a servizio di una moltiplicazione dei ponti. In tal senso finiscono per emulare lo spirito errato della rappresentanza. Pensare che con il proprio sapere professionale ci si possa sostituire ad un cambiamento culturale lungo e incrementale.

 

Cosa è rimasto dello spirito di Porto Alegre?

A Porto Alegre poco ormai: questo ci deve far riflettere su che effetti di lungo-medio periodo la democrazia deliberativa riesce ad innescare o se anche essa non sia soggetta ad un meccanismo di pigrizia umana che fa subentrare fenomeni di delega e di disinteresse. Proprio quest’anno, a Porto Alegre, il bilancio partecipativo dopo 30 anni è stato sospeso da un’amministrazione all’opposto di quella che lo aveva iniziato anni fa. Ma i fattori sono tanti: le nuove generazioni senza memoria, per esempio. Non so se tutti questi mali li può risolvere il bilancio partecipativo… Certo, è  meglio quando c’è che quando non c’è perché tenta di costruire delle basi diverse per la convivenza sociale.

Però il BP scomparso a Porto Alegre c’è in tanti altri luoghi. Si è espanso. Porto Alegre è un riferimento per moltissimi, credo che sia presente lo spirito in altri Paesi. Le pratiche di democrazia partecipativa sono un firmamento, anche se le stelle sono morte, continuano a brillare spesso dopo secoli. Per me è importante riconoscere cosa un processo partecipativo ha insegnato, come ha segnato un territorio, come le sperimentazioni di un territorio si possono replicare in altri luoghi, anche se nel territorio di origine lo spirito si è affievolito per ragioni contingenti.

 

Quali ostacoli culturali può incontrare in Italia la democrazia deliberativa?

Esistono degli elementi tipici del caso italiano come il “fazionismo”, cioè il bisogno di essere sempre da una parte, membri di una fazione. E’ un atteggiamento che non ci illumina a sufficienza sul fatto che oggi molte delle ideologie non sono più rappresentate dalle forze partitiche. Nessun partito forse rappresenta veramente il pensiero di un cittadino. Ci stiamo aggrappando a dei salvagente che ci portano a fondo. Il “fazionismo” ci fa perpetuare forze politiche inattuali e a rivotare sempre quelli che abbiamo criticato. Un altro ostacolo è dato dall’abitudine al pour parler, o pour critiquer … ci sentiamo tutti allenatori della nazionale o presidenti del Consiglio, ma facciamo pochi sforzi per cambiare nel nostro quotidiano la cultura che critichiamo nei nostri rappresentanti istituzionali. Lo vedo in Portogallo, dove vivo: il popolo portoghese è forse più remissivo, forse più fatalista, ma non rimette in discussione le conquiste che ha raggiunto, soprattutto in ambito legislativo e dei diritti.

Un terzo ostacolo è il campanilismo italiano che rende difficile far fare un salto di scala ai processi, dal livello locale ai livelli provinciale, regionale o nazionale. Da poco il Governo portoghese ha avviato un processo di bilancio partecipativo su scala nazionale e che sta mostrando una capacità dei cittadini di pensare in grande, di immaginare politiche pubbliche, costruire reti, diffondere  buoni pratiche, rendere la società civile protagonista.

Infine, la sfiducia. I portoghesi sperimentano molto, guardano alla democrazia deliberativa o come alternativa alla democrazia rappresentativa o come suo complementare: in tale accezione, la democrazia deliberativa illumina quella rappresentativa. In Italia, temo che manchi questo spirito esplorativo e prevalga quella che lo studioso portoghese Boaventura De Sousa Santos chiama la doppia  patologia delle democrazie liberali: la sfiducia verso la politica genera sfiducia anche sui processi partecipativi.  Siamo sfiduciati. Ciò ci fa accontentare di arene di discussione dove si riproducono le stesse lotte di pollaio dei partiti, invece di sforzarci per avere uno spirito che ama conoscere, comprendere, scoprire sorprese, imparare cose nuove…  Forse perché sono organizzati male, molti dei processi partecipativi italiani si riducono ad essere uno spazio di negoziazione di interessi, dove non si aggiunge nulla alla conoscenza che si aveva prima di entrarci. Questo in parte dipende dallo spirito con sui ci si organizza…

 

Perché scommettere sulla partecipazione?

La democrazia partecipativa ci potrebbe dare più allegria. La politica come la vediamo nei dibattiti televisivi è triste, ci fa arrabbiare. La democrazia deliberativa, se è mescolata con l’ arte, con la  cucina, con momenti comuni, con la fantasia, ci potrebbe aiutare ad essere più allegri nell’affrontare i problemi della nostra quotidianità. Potremmo apprendere a essere più umili. Il pensare che basta essere italiano per poter sfondare almeno in alcuni campi del mondo del lavoro o  delle relazioni internazionali ( pur avendo noi una storia profonda e riconosciuta) non regge più in questi anni di globalizzazione. L’umiltà, che ancora non vedo, potrebbe aiutarci tutti ad uscire dalla crisi…quella stessa umiltà che potrebbe esserci garantita dalla diffusione di spazi di confronto più onesti, più informati, più inclusivi come i processi deliberativi.

 

Cosa la democrazia deliberativa può dare di giovamento  al Paese?

La democrazia deliberativa può donare alla nostra Repubblica una capacità maggiore di pensare il conflitto come un “momento” della decisione, non come un “nemico” della decisione. Si può arrivare ad avere progetti condivisi attraverso maggiore consapevolezza, tramite  un vero confronto di saperi; spesso ci piace rimanere sule nostre posizioni, pensare come già pensavamo, senza metterci nei panni degli altri. La democrazia deliberativa sfida queste nostre sicurezze. E’ Un antidoto al populismo e alla paura a cui tutte le forme di “democrazia debole” o di “autocrazia forte” si appoggiano per ottenere la loro forza. E ci può anche far ripensare la democrazia rappresentativa… Mi capita spesso di sentire politici dire: “Sono stato eletto per decidere”. Davvero? E’ l’unica possibile interpretazione del ruolo di un eletto? Non si può pensare che un eletto sia – prima di tutto – un facilitatore di una trasformazione culturale basata su più trasparenza, su più capacità di far comprendere a tutti la complessità del vivere e del fare politica? Davvero l’unica interpretazione possibile della rappresentanza è la delega totale, il sostituirsi del politico al suo (presunto) elettore? Io credo che se ci interroghiamo sugli effetti dei percorsi partecipativi possiamo ripensare anche il nostro modo di guardare alla rappresentanza come ad un catalizzatore di nuovi percorsi di trasformazione della cultura civica e politica…

 

Giandiego Carastro

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