Appunti sulla recente storia del Venezuela

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di Salvatore Vento

Esperienze vissute

Le note che seguono sono il frutto di esperienze vissute direttamente in Venezuela, compreso un ultimo viaggio tra il 2018 e il 2019. Mio fratello maggiore  sposato con una colombiana viveva a San Cristóbal, città di frontiera con la Colombia. Data la drammatica situazione esistente che impediva la programmazione dei voli  interni (nel mio caso tra Caracas e San Cristóbal) ho viaggiato via Bogotà per poi proseguire in aereo fino a Cucuta e quindi attraversare la frontiera, di cui oggi tanto si discute. Un primo impatto, questo della frontiera, davvero drammatico, per capirlo occorre ricostruirne la storia; era stata chiusa nell’agosto 2015, poi riaperta soltanto al passaggio a piedi e non in macchina. I primi giorni della riapertura (luglio 2016) vi furono flussi di massa (100 mila persone) che dal Venezuela si riversavano in Colombia per fare acquisti di generi alimentari, di medicine o per emigrare definitivamente. Si tratta del “Ponte internazionale Simón Bolívar” di oltre 300 metri, sul fiume Táchira: la gente trasportava a mano tutto l’occorrente, anch’io ho dovuto incamminarmi con le valigie, sotto il sole cocente, continuamente spinto dal flusso consistente di persone. La frontiera, durante la notte, veniva aperta al transito di camion carichi di merce (compresa quella dei narcotrafficanti) di proprietà di uomini della gerarchia militare o di esponenti amici del partito al potere (Psuv, Partito socialista unito del Venezuela). Circa l’80% dei flussi di traffico passano da questo ponte che – inaugurato nel 1962 dai due Presidenti della Repubblica (Romulo Betancourt per il Venezuela e Alberto Lleras Camargo per la Colombia) –  era considerato un simbolo dell’apertura democratica e della fratellanza tra i due popoli. Esso collega le città colombiane di San José de Cúcuta e Villa del Rosario (Santander del Nord) con le città venezuelane  di San Antonio e San Cristóbal dello Stato Táchira.

 

Venezuela, un paese ricco di risorse naturali

Allora il Venezuela era il paese più ricco, meta ambita dagli emigranti colombiani; tra il 1980 e il 1999 vi erano emigrati  oltre duecentomila persone. I due paesi “fratelli” costituivano per Simón Bolívar l’asse portante di una nuova entità sovranazionale, la “Gran Colombia”, seguita alla liberazione dal dominio spagnolo di sei paesi latinoamericani (gli altri erano Ecuador, Perù, Bolivia e Panamà). Un sogno subito infranto e oggi trasformato nel suo contrario, l’incubo del caos dei transiti quotidiani, perché a Cucuta è possibile comprare qualsiasi cosa e il suo grande e moderno centro commerciale è simile a quello delle nostre città europee. Oggi a Cucuta, città di 800 mila abitanti ci sono oltre 200 mila emigranti venezuelani, che cercano di sopravvivere in condizioni spesso disperate.

Non dobbiamo mai dimenticare che il Venezuela era un grande e ricco paese: 912.050 km quadrati di superficie  e circa 28 milioni di abitanti  dei quali l’85 % vive nelle zone costiere. Il tasso di natalità è di 19 per 1000 (in Italia il  7,8), il tasso di mortalità il  5,3 per mille (in Italia il 10,7). Il tasso di fecondità 2,3 figli per donna (in Italia 1,3).  Le riserve petrolifere ammontano a circa il 17/20% delle riserve mondiali. Anche le riserve del gas sono ingenti. Abbondano i terreni fertili per l’agricoltura e per la pastorizia e paesaggi incantevoli per l’attrazione turistica.

 

Per la prima volta i venezuelani emigrano

Eppure si continua a soffrire la fame e i suoi abitanti più attivi sono costretti, per la prima volta nella storia del paese, a fuggire. Difficile calcolarne il numero (le cifre oscillano tra 8 e 9 milioni)  di cui oltre due milioni e mezzo in Colombia, e oltre un milione in Perù e poi Brasile, Cile Ecuador, e in Europa, ovviamente, in Spagna. In Venezuela prospera la criminalità. Secondo dati dell’Associazione venezuelana di sociologia negli ultimi anni i morti per violenza hanno superato le 9 mila unità/anno. Ricordo che Mons Jaime Villaroel, Vescovo di Carupano, in una conferenza stampa aveva dichiarato che il paese “è un campo di concentramento dove si stanno sterminando gli stessi venezuelani”.

 

Il culto della personalità nella tradizione del “caudillo”

Cerchiamo di capire, innanzitutto, le trasformazioni dell’assetto politico e le successive degenerazioni, che hanno avuto come protagonisti principali il leader massimo Hugo Rafael Chavez Frias (1954-2013) e il successore, da lui designato, Nicolas Maduro del partito Psuv. Anche per il Venezuela l’Ottantanove rappresentò un punto di svolta. Governava, al suo secondo mandato, il socialdemocratico (Acción democratica) Carlo Andrés Pérez (1989-1993) che, per far fronte a una fase di crisi economica, adottò un programma di misure economiche (liberalizzazione dei prezzi, aumento delle tariffe pubbliche e della benzina, impegno a non superare un deficit del 4%), sotto la supervisione del FMI, finalizzate a ottenere un prestito di 4500 milioni di dollari in tre anni. Misure che provocarono la reazione della popolazione culminante nel “Caracazo”, una serie di manifestazioni (dal 27 febbraio all’8 marzo) – svoltesi in diverse città, ma con epicentro a Caracas – che furono represse nel sangue (276 morti). Nel 1992 fallisce il tentativo di golpe capeggiato dal tenente colonnello Hugo Chávez, che sarà incarcerato per due anni, mentre Andrés Pérez sarà accusato di corruzione e costretto alle dimissioni. Le successive elezioni sono vinte dall’anziano leader  Rafael Caldera che, a 77 anni, uscito dal partito social cristiano (Dc) da lui stesso  fondato, crea un nuovo movimento chiamato “Convergencia” appoggiato da una coalizione eterogenea la cui base era costituita dall’alleanza con il MAS (Movimiento al Socialismo di Teodoro Petkof e Pompeyo Marquez ex comunisti ed ex guerriglieri).   Il popolo, diceva Caldera, non difenderà la democrazia se questa non riuscirà a dare da mangiare. Caldera eredita un paese in grave crisi e nel 1994 libera dal carcere Chávez che cominciava a rappresentare diffusi sentimenti popolari contro il vecchio sistema politico bipolare (alternanza tra Copei/Dc e Ad/socialdemocratici) in vigore dal 1958 dopo la dittatura di Pérez Jiménez.  Chávez fonda un proprio partito, il “Movimiento V Republica”, si presenta nella coalizione di sinistra “Polo patriotico” (con il Mas e il Partito comunista) e trionfa alle elezioni del 1998 col 56% dei voti, sconfiggendo l’altro raggruppamento capeggiato da Henrique Salas Romer (Proyecto Venezuela), sostenuto anche da ciò che rimaneva del partito Copei e di Ad. Queste elezioni costituiscono il vero punto di svolta della dinamica politica venezuelana: il populismo, nella veste latinoamericana della tradizione del “caudillo”, trova la sua massima espressione di estrema sinistra ideologica nella figura di Chavez che subito dopo fa approvare una nuova Costituzione. Per il caudillo la legittimità viene dal mito che si costruisce intorno alla sua figura messianica. Il culto della personalità arriva a forme ridicole come quella che ho visto alla frontiera: “Qui è proibito parlare male di Chavez !” Oppure, ancora più grave, l’introduzione (un lungo giuramento ideologico) a un semplice documento di trasporto merce: “un saludo Bolivariano, Patriotico, Revolucionario, Antimperialista y Chavista”.  E alla fine dello stesso: “Chavez Vive. La Patria sigue. Independencia y Patria socialista. Viviremos y Venceremos. El Comando Estrategico Operacional es soberania e Independencia a traves de la Defenza integral de la Nación”.

 

Chavez vince tutte le elezioni

La costruzione del mito si rafforza con l’adesione plebiscitaria durante le elezioni e l’uso massiccio dei media, soprattutto la televisione che penetra nei più sperduti angoli del paese e nelle zone marginali (“ranchitos”). Chavez si presenta come un leader forte e determinato e in un solo anno, 1999, in tre successive elezioni, decide le sorti del futuro: 25 aprile il referendum per una nuova assemblea nazionale costituente viene approvato dall’88% dei votanti; il 25 luglio alle elezioni dei membri dell’Assemblea Chavez ottiene il 65,8% dei consensi che grazie al nuovo sistema elettorale raggiunge il 95% dei seggi lasciandone all’opposizione soltanto sei. L’assemblea redige la nuova Costituzione che, al referendum del dicembre, viene approvata dall’80% dei venezuelani: sistema unicamerale, periodo del mandato di sei anni e limite di due mandati. Nasce la “Republica Bolivariana de Venezuela”. La gente si sente protagonista.  Tutte le elezioni sono vinte da Chavez e nel 2012 col 55% dei voti (a fronte del 44% della Mud (Mesa de Unidad Democratica di Henrique Capriles) ottiene il quarto mandato (dopo aver promosso un referendum che permette il superamento dei due mandati).

 

Maduro erede di Chavez

 Chavez muore l’anno dopo e gli succede Nicolas Maduro, che accentua gli elementi più autoritari del chavismo, fino a degenerare nella repressione violenta di ogni manifestazione di dissenso, nell’alleanza con componenti della guerriglia dei narcotrafficanti colombiani che operano nella zona di frontiera (Catatumpo), nel predominio delle forze armate (esercito, milizie di partito armate, collettivi motorizzati di giovani), nella militarizzazione dell’ente petrolifero (Pdvsa).  Ciò nonostante alle elezioni parlamentari del 6 dicembre 2015 per il rinnovo dell’Assemblea (periodo 2016-2021), per la prima volta dopo 17 anni di potere, il chavismo viene sconfitto: l’opposizione ottiene il 56,2% dei voti e conquista 112 seggi su 167. All’Assemblea nazionale eletta nel 2015 il nuovo Presidente, il giovane esponente del partito Voluntad Popular, Juan Guaidò, sfidando apertamente Maduro, si proclamò anche Presidente provvisorio del Venezuela, in attesa di nuove libere elezioni. Un segnale che risvegliò l’opposizione e in tutto il paese si svolsero assemblee dei cittadini e “cabildos abiertos” (consigli comunali aperti) culminanti in grandi manifestazioni popolari, represse con la violenza.  A fronte di questa sconfitta e della perdita di consensi nel paese, Maduro contrappose l’elezione, nel luglio 2017, di una nuova Assemblea Costituente disconoscendo nei fatti quella eletta in precedenza. L’opposizione non accettò e disertò le urne. Da questo momento inizia la crisi irreversibile di Maduro, che non viene più riconosciuto come legittimo Presidente: dall’OEA (Organizzazione degli Stati americani) all’UE, ad altre istituzioni internazionali. La CEV (Conferenza episcopale venezuelana) si schiera apertamente contro quest’ultima farsa elettorale. Intanto la situazione economica e sociale si fa insostenibile. La politica monetaria vige nel caos assoluto, con un continuo cambio della moneta: dal Bolivar si passa al “Bolivar fuerte”, talmente forte che per l’acquisto di un caffè occorrevano 9 milioni di bolivares, impossibile da contenere in uno zaino. Poi si  passa al “Bolivar Soberano” (BS) che toglie cinque zeri creando ulteriore confusione. Si calcola che ogni mese l’inflazione raggiunga il 250%, quindi il governo è costretto a togliere ancora più zeri. C’è anche la farsa del “sueldo minimo” e dei prezzi controllati, che vengono periodicamente pubblicati dalla Gazzetta ufficiale. Il salario minimo prima della nuova moneta era di 2,5 milioni mensili, ma un kg di formaggio costava 2,80 milioni! Una famiglia, col salario minimo, semplicemente non può vivere. Anche i ceti professionali, come gli insegnanti o i medici, se non hanno relazioni di scambio con amici e parenti, con il loro stipendi, non ce la fanno e sono costretti ad emigrare. Si calcola che siano emigrati migliaia di medici. Gli ospedali non hanno né medici né la strumentazione necessaria per intervenire. Nei servizi igienici dei ristoranti, come mi racconta un gestore italiano, manca la carta igienica perché viene regolarmente rubata dai clienti. La pensione di un medico venezuelano che vive a Cucuta è di circa 1.500 dollari al mese, quella del suo collega che vive nella vicina San Cristobal è di 28 dollari. Un docente universitario guadagna un importo pari al doppio del salario minimo (circa 14 dollari al mese). Un medico 7 dollari, un ufficiale dell’esercito 80 dollari. La Federazione dei medici, per impedire la fuga, rivendicava uno stipendio mensile pari a 72 dollari, dieci volte superiore quello minimo. In un primo tempo la presenza dei medici cubani nelle periferie aveva riscosso un certo successo, ma poi molti di loro hanno abbandonato il paese per emigrare nei diversi paesi dell’America latina. In vent’anni di governo “chiavista” non si sono realizzate opere pubbliche di rilievo e le strade sono dissestate a causa della mancanza di manutenzione. I pensionati fanno la coda per riscuotere la pensione e quando arrivano allo sportello si sentono rispondere che non ci sono più soldi. Per fare benzina molti giovani si propongono di fare la coda per poi avvisare il proprietario quando arriva il suo turno. La produzione giornaliera di petrolio crudo è passata dagli oltre 3 milioni di barili nei primi anni del duemila a neanche un milione delle ultime settimane. Da notare che circa 400 mila barili vanno al consumo interno, altri vengono inviati alla Russia e alla Cina per pagare i debiti, altri ancora a Cuba per accordi politici regressi. Il regime si è impossessato di tutte le istituzioni (dalle Forze armate alla magistratura e ai tribunali), è scomparsa la divisione classica dei poteri, rimane libera soltanto l’istituzione Chiesa cattolica.

 

Le elezioni del 28 luglio 2024 vinte dall’opposizione

Arriviamo così alle ultime elezioni presidenziali del 28 luglio del 2024 in cui l’autorità elettorale governativa, senza nessuna documentazione delle schede scrutinate, dichiarò vincente Maduro con il 51% dei voti, mentre l’opposizione, riunita nella Piattaforma Unitaria Democratica, da un controllo di oltre l’80% dei verbali (actas electorales) digitalizzati, dichiarava vincente il suo candidato, Edmundo Gonzalez, con il  67% dei voti. Il governo aveva impedito alla vera leader dell’opposizione, vincitrice nelle primarie di coalizione, Maria Corina Machado (Premio Nobel per la Pace), di presentarsi alle elezioni perché dichiarata non eleggibile. L’opposizione ha quindi dovuto trovare all’ultimo momento, un altro candidato disponibile, l’ex diplomatico Edmundo Gonzalez. Nelle manifestazioni contro la truffa elettorale furono uccisi 30 persone e 1600 sono finiti in carcere.

 

Cronaca di un intervento militare annunciato

In questo contesto a livello internazionale s’inserisce l’azione militare di Trump contro Maduro e la moglie detenuti negli Stati Uniti con l’accusa di far parte di noti gruppi di narcotrafficanti (“Cartel de los Soles” e “Tren de Aragua”)  che esportano droga negli Stati Uniti.

La caduta di Nicolas Maduro ha aperto una nuova fase nella tragedia venezuelana, ma il governo rimane nelle mani delle stesse persone del suo gruppo: Delcy Rodriguez (Presidente ad interim), Diosdato Cabello (Ministro dell’Interno, considerato il più estremista), Vladimir Padrino Lopez (Ministro della Difesa, “Poder popular para la Defensa”, generale dell’Esercito). Le leve del potere militare sono detenute non solo dall’Esercito, ma anche dalle milizie armate chaviste (“milicias bolivarianas”, secondo la propaganda di Maduro i volontari erano già alcuni milioni) e dai “colectivos” (gruppi giovanili che girano in moto e terrorizzano gli oppositori). Da notare che in Venezuela ci sono più generali delle Forze Armate (circa 2mila) di qualsiasi altro grande paese europeo.  A livello delle istituzioni territoriali, su 23 Governatori degli Stati, soltanto uno non fa parte del Partito chavista (Psuv), così come la stragrande maggioranza dei sindaci.

 

 

 

 

 

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