Magatti presenta il Festival della Dottrina sociale: “per il bene del Paese, il baricentro cattolico si faccia sentire”

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“Dopo i messaggi e i discorsi inviatici da papa Francesco noi laici cattolici impegnati in politica non abbiamo più alibi. Se negli anni passati potevamo accampare pressioni e freni ora no: dobbiamo esserci, dire la nostra, impegnarci perché le cose cambino”. Sono parole con cui Ernesto Preziosi, presidente di Argomenti2000 ha aperto martedì 18 a Roma, l’incontro (in collaborazione con la rivista La Società) di presentazione del Festival della Dottrina sociale (quarta edizione) in corso a Verona nei giorni 20-23 novembre con il titolo “Oltre i luoghi dentro il tempo” (www.dottrinasociale.it). Appunto dal chiaro riferimento a una delle priorità che papa Francesco indica nell’Evangelii Gaudium, che è partito il professore di Sociologia all’Università Cattolica Mauro Magatti, chiamato a fare il punto sul senso di questo Festival: “Francesco – ha ricordato – ci richiama alla responsabilità di avviare processi piuttosto che occupare degli spazi”. Bisogna però domandarsi di quali processi si parla, perché c’è anche quel falso movimento, che va verso il nulla. Magatti per qualificarli sottolinea come siano rilevanti alcuni aspetti.

Primo: quando i processi sono capaci di esprimere una tensione “qualcosa di cui sentiamo la mancanza, a cui tendiamo perché ancora non siamo riusciti a raggiungerlo. Soprattutto una società in cui sembra che il futuro non ci sia più. La demografia qui conta, perché, sì, anche gli anziani possono aspirare avviare processi verso il futuro, ma sul piano sociale una società che non fa figli non può essere dinamica e guardare avanti”.

Secondo. Dopo che lo si è desiderato, il futuro, i processi, vanno progettati e richiedono la responsabilità di chi li attiva. Avviare processi significa che chi ha la responsabilità di una scelta, si prende anche la responsabilità di ciò che si decide di far nascere, dare una forma che si confronti con la realtà. Le idee devono fare i conti con la realtà.

Terzo: i processi vanno accompagnati, vanno amati, hanno bisogno di tempo, cura pazienza. E nel nostro Paese abbiamo perso questa “pazienza della cura”. Vorrà dire qualcosa che gli investimenti sono in calo? Perché la famiglia non riscuote successo? Perché richiede cura. “Noi spesso ci innamoriamo dei cominciamenti…”

Ultimo. Ci si colloca nella storia e nelle generazioni. “Dobbiamo imparare a capire che c’è qualcuno prima e dopo di noi. Se non si riconosce la storia passata, non si riconosce nemmeno lo spazio delle nuove generazioni future.” E di conseguenza c’è anche il riconoscimento del limite dei processi: “noi non siamo ‘possessori’ dei processi, proprio se e nella misura in cui avranno successo, vanno al di là degli stessi autori. Ad un certo punto si passa il testimone, una dinamica che è proprio di papa Francesco, fare crescere in autonomia…

Questa idea, sottolinea Magatti, si declina molto concretamente con una certa idea del principio di autorità. Che è certamente esercizio del potere. “Ma è un potere/autorità che si assume la responsabilità e che propriamente ‘serve’ il bene comune, e non con la retorica.”. E qui ha aggiunto che, nel bene e nel male di questo paese, questo concetto c’entra con la radice cattolica. Le matrici religiose, per quanto oggi appaiano scombinate, in difficoltà, sono molto radicate e forti. “La questione italiana coincide con la. questione cattolica.” C’è stato un momento – sottolinea il docente della Cattolica – in cui il Paese coincideva con questo imprinting. “Ma è del tutto evidente che oggi che si cerca di farne a meno in questo Paese non si riesce a trovarne un altro significativo”. Però, attenzione, aggiunge: “Se oggi manca questa nostra capacità di essere all’altezza di questi tempi la responsabilità è nostra.”

“C’è un problema di autorità quando si parla di avviare processi. Questo è un paese dove le élite non circolano, si installano e si autopreservano. Come se avessimo trasferito il modello del parroco nella vita civile: rimane lì praticamente per sempre (anche se da un po’ non vale più nemmeno nella Chiesa). Quando si sale nella scala della gerarchia, si accettano poi in tutto le idee dominanti che sono invalse fin lì. Le élite occupano delle posizioni, non avviano dei processi. Il meccanismo di selezione delle élite avviene per fedeltà, non certo per merito. E dopo il blocco, può accadere, invece, che parte l’idea che tutto dovrebbe cambiare con la rivoluzione “della bacchetta magica”. Lo vediamo anche oggi “tutto deve cambiare, ma non cambia perché una persona sola non cambia il Paese. Chi si assume, invece, la responsabilità di avviare i processi, avvia, e poi fa circolare l’autorità/potere passando il testimone. Nella nostra società italiana – secondo Magatti – avviene l’errore contrario …”.

E insiste: veniamo fuori (dall’89 al 2008) da un periodo che potremmo identificare con la dinamica della globalizzazione, una dinamica spaziale. “Ora, invece, siamo in grado di immaginare un futuro? Siamo in grado di dire quali possono essere i valori e le ricchezze che ci consentono un futuro migliore? Dopo quella macchina che si è associata alla globalizzazione, la liberalizzazione, la finanza…, ora la sfida è dire se siamo capaci di cambiare questa logica.”

Questa crisi cosa ci sta dicendo? Che dobbiamo tornare all’ottica del tempo. Adesso siamo in mezzo all’oceano della globalizzazione, ma la corrente si è interrotta e bisogna essere capaci, nella burrasca, di tenere il mare, con un’imbarcazione che tenga il mare e sappia cosa fare. “Questa crisi impone, necessariamente, il bisogno di trovare le coordinate”. Rilanciare i consumi? Solo in parte. Piuttosto investimenti in cultura, istruzione, tutela del suolo…, ossia: fissare priorità nel tempo, stabilendo delle priorità, degli obiettivi di lunga portata, stringere alleanze, introdurre le logiche dell’investimento, che alla fine creino (anche) condizioni anche per sviluppare i consumi. Ma che soprattutto guardino avanti, non nell’ottica del breve termine, altrimenti il paese va giù e il declino diventa inarrestabile. “La questione è molto ampia, un processo lungo.”

Magatti – aggiunge – è sicuro che per fare questo percorso la radice cattolica sia la radice più radicata, forte, consistente e rilevante di questo Paese. “Abbiamo una responsabilità di aiutare il Paese a ritrovare se stesso nelle sfide della storia. Non certo per la difesa dei nostri interessi, ma per contribuire a dare una risposta che sia anche capace di tradurre la nostra originalità in una risposta che stia in piedi storicamente. Negli ultimi secoli a volte, in alcuni casi siamo stati capaci, in altri no.” Dobbiamo fare fatti che rispondano alle sfide. E avere una lettura della storia che porti quei fatti a costruire una cultura, a metterli a sistema, mettere ordine alle esperienze e tradurle in sistema politico.

“I processi che chiede papa Francesco richiedono tempi lunghi. Le urgenze sono trappole, se corri dietro alle urgenze senza ricondurle a un discorso generale e a una strategia, si rischia di morire. L’Italia è in una crisi storica profonda. Il Paese ha sempre più perso l’interpretazione del tempo.

“Non credo che sia il tempo di creare un nuovo partito cattolico, ma questo baricentro deve farsi sentire, affrontando dei processi per cui siamo in grado di creare spazi diversi, attivando il bene comune. Occorre – conclude Magatti – Riuscire a declinare alcune priorità che sono importanti. La dottrina sociale della Chiesa è proprio quel terreno di dialogo in cui la Chiesa riflette sui problemi della storia con la sua realtà, il suo modo di fare storia. E in questo dialogo ci dà alcuni elementi che costitutivamente possono aiutare il Bene comune: il valore dei ‘Beni comuni’; la Sussidiarietà, la Solidarietà. Sono le chiavi che ci consentono di interpretare in modo originale gli eventi della storia. Sarà importante – dunque – che facciamo tutti uno sforzo di cercare risposte comuni, mettere insieme delle risorse in rete, dire al Paese che questo baricentro c’è ed è disponibile a mettersi a disposizione del Paese.”

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